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Come t’ammazza/o il Dipendente Comunale

Oggi è un giorno mesto. Cupo. Un deliquio nero di pensieri rotti e ansie domate a fatica. Uno di quei giorni in cui hai il nodo in gola, il cuore che batte come un topolino in trappola e lo sguardo crucciato, assente, distorto sul mondo. Uno schifo cosmico, insomma! Ebbene, ecco come la pausa pranzo diventa l’àncora di salvataggio, la meta agognata da raggiungere per raschiare per bene il fondo della propria disperazione in santa pace…Scovare un bar solitario diventa di vitale importanza, non hai fame ma sai che devi mangiare, devi mangiare e con l’andatura, ma non l’appetito, di un vagante di The Walking Dead (vivo e morto non fa differenza, considerato il grado di noia ormai raggiunto dalla serie!) ti avvii proprio là, quel postaccio in cui hai giurato non avresti mai messo piede. Il fascino sordido dell’anonimato, quasi una pennellata di noir che strappa un sorriso pallido e crudele. Ora sei salva. Ci sei. Puoi far cadere la maschera che indossi con disinvoltura da quattro ore. Una copertura tutta charme e professionalità, disponibilità discreta e solida competenza.

Ma poi arriva LUI. Il Dipendente Comunale. Una specie di agente Smith di Matrix in versione sfigata e annacquata, lontana anni luce da Mr. Hugo Weaving. Tenace, non molla l’ossa, quando si accorge della tua presenza sei spacciato. Come trovarsi nudi in una spiaggia piena di gente coperta o con il costume bene asserragliato attorno alle pudenda in una spiaggia zeppa di persone con frittole e pipe al vento.

Cazzo. Cazzo. Cazzissimo. Ti ha vista. Per una frazione di secondo ci hai sperato. Di essere invisibile. Di scomparire. Di essere rapita dagli alieni. Di soffocare con il gamberetto del tramezzino. Che qualcuno chiamasse il DC (Dipendente Comunale…ogni riferimento politico è puramente casuale!) per un’emergenza. Che lo schienale della sedia davanti a te fosse sufficientemente alto, magari abbassandoti un pochino. Che il tonno del secondo tramezzino possedesse qualche magico potere capace di rimpicciolirti. Che giungesse la fine del mondo, in quel momento più attraente e auspicabile rispetto a una conversazione X con il DC in questione.

Ti ha vista. Fattene una ragione.

“Ohhhhhhh ma guarda un po’ chi abbiamo qui! Come va? Come stai? Sono stato dal dentista ormai una settimana fa e mi fa ancora male il dente a masticare…Secondo te è normale, è grave, c’è qualcosa che non va?? No non dirmelo, sono leggermente ipocondriaco e non vorrei agitarmi! Eh dev’essere bello lavorare in biblioteca no?? Vero che è bello? No non dirmelo che oggi in Comune è successo un casino…soliti giri, cattiverie alle spalle e balle varie…una rottura di coglioni che non ti dico…Qualche bel libro da consigliarmi?? No non dirmelo che tanto non ho tempo di leggere e mi resterebbe la voglia! Ma vero che è bello lavorare in biblioteca? Tutto così calmo, tranquillo, sereno…’ccipicchia che fortunella sei! Vero che sei fortunella?? No no dirmelo che c’ho una sfiga io ultimamente, se sapessi, una dietro l’altra me ne capitano…Ma come funziona, cosa fate, che succede?? No non dirmelo che da noi negli uffici è di una noia mortale, poi mi fai invidia, divento nervoso…ed è un casino…Allora….cosa mi racconti di bello?? Ma non troppo eh, mi raccomando!”

“…secondo me non è normale che ti faccia ancora male il dente…Io mi farei controllare al posto tuo. E no, non dirmelo! Buon pranzo”

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La mappa letteraria di Londra

Ho appena scoperto questa meraviglia, tutta da esplorare…da cima a fondo, su è giù, destra e sinistra, in mezzo, qua, là e altrove…Direttamente dalla Literary London Art Collection, è stata creata dall’artista Dex in collaborazione con la designer Anna Burles e cita più di 250 romanzi! Che la caccia abbia inizio!

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La divisione tra lettrici perbene e lettrici per male

Condivido e sottoscrivo!!!

Al di là del Buco

Io apro i libri e anche le cosce. Preferibilmente apro le cosce con un libro in mano. Non so chi sta facendo circolare questa immagine moralista e sessista da morire. La trovi su tumblr e via social. Vorrei dire che fa schifo. Parecchio.

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Allora se avete voglia di raccontarla in modo diverso, sfatando il mito della ragazza per bene che si dedica agli studi o della gran zoccola che è un’ignorantona, potreste inviare foto, immagini, quel che volete voi, a dire che apriamo quel che ci pare e piace senza che nessuno venga a moraleggiare sulla nostra esistenza, inviatemi pure via messaggio, in privato, su facebook o via mail su abbattoimuri@grrlz.net. Così poi pubblico quel che ne pensiamo di questa storia.

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The Reading Girl 1886-7 Théodore Roussel 1847-1926 Presented by Mrs Walter Herriot and Miss R. Herriot in memory of the artist 1927 http://www.tate.org.uk/art/work/N04361 The Reading Girl 1886-7 Théodore Roussel 1847-1926 Presented by Mrs Walter Herriot and Miss R. Herriot in memory of the artist 1927 http://www.tate.org.uk/art/work/N04361

Ps: mi suggerisce Andrea che “per la cronaca…

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La Biblioteca “social”…che mi aiuti??

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Io non ce la faccio. Non ce la faccio a farli andare via così, inconsapevoli, in questo vasto e crudele mondo. Parlo dei ragazzi stranieri, immigrati, che vengono in biblioteca a scrivere il loro curriculum vitae, senza sapere l’italiano…Sicché fanno affidamento su qualche vaga conoscenza grammaticale e/o si rivolgono a quel criminale linguistico di Google Traduttore, il quale ha l’ardire di mandarli in giro per le aziende venete affermando che hanno esperienza nelle seguenti professioni:

– crivellatore di colpi (un serial killer?)
– emarginatore sociale (un sociopatico?)
– trivellatore folle (un attore porno?)
– gestore del vecchio (un gerontofilo bene organizzato?)
– minzione (minAzione?)

E quindi io mi ritrovo, mano sulla coscienza, a correggere di brutto, a tutto spiano, filosofeggiando, inventando perifrasi e competenze, ridendo di sottecchi per le involontarie facezie…ma succede che esagero e allora vengo, giustamente, redarguita in uno strano, esilarante miscuglio glottologico-culturale: “Alicia, pero no està a ridar de nosotros!”. Beccata :D!

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L’interprestito, Kiki che consegna a domicilio e il Kansas di Dorothy

Rimettendo mano al blog dopo una lunga assenza è inevitabile cadere nella sensazione nostalgica del “prima” e del “dopo”, di ciò che è stato e di quello che è sopraggiunto…Particolarmente affezionata a questo pezzo, il quale mi riporta indietro nel tempo a un’epoca piuttosto felice, lo ripropongo mentre sistemo le idee e creo ordine nella memoria, in attesa di nuove mirabolanti avventure. Buona domenica a tutti!

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Cosa non si fa per amore dei libri. Cosa non si fa per amore della bicicletta. A questo proposito, e tra poco capirete il perché del bizzarro titolo di questo articolo, voglio raccontare la disavventura di ieri. Premessa: dato che gli interprestiti della Provincia di Treviso sono gratuiti per l’utente e la crisi si fa sentire, la gente ne richiede tantissimi. Diciamo pure che la situazione generale è sfuggita di mano e i costi delle buste con cui spedire via posta i libri da una biblioteca all’altra sono saliti alle stelle. Buste normali 1.28, buste grandi 3.95. Calcolate che io soltanto ne preparo circa 20 a settimana. Ergo, si cerca di risparmiare, ad esempio chiedendo i libri sempre alle stesse biblioteche in modo che nelle buste ci siano almeno 2-3 volumi, oppure tramite la forza lavoro, letteralmente. Dal momento che lavoro in due biblioteche differenti (una delle quali è quella della Terribile Direttrice che mi fa sentire come Matilde Dalverme), è venuto naturale organizzarsi in modo tale da chiedere più libri possibili che trasporto a mano io, dall’una all’altra, proprio come Kiki consegne e domicilio di Miyazaki. Solo che lei, Kiki, come mezzo di trasporto aveva una scopa, in quanto strega. Ecco spiegati i primi due riferimenti del titolo. Ora mancano Dorothy e il Kansas. E mi ricollego finalmente al fattaccio. Giovedì pomeriggio, con orario 14.45-20.15, lavoro nella mia biblioteca preferita. Non è tanto più vicina rispetto all’altra (9,5 km contro 12-13 km), ma situata in una zona dotata di pista ciclabile e stradine di campagne, quindi risulta facile arrivarci, nonché rilassante e corroborante per mente e corpo. Per un’appassionata di bicicletta come la sottoscritta, il paradiso. Nel corso del pomeriggio sbuffo: il mio fortunatissimo collega dell’altra biblioteca, il maschio alfa adorato dalla Terribile Direttrice, domanda libri a raffica che dovrò portare il giorno seguente, utilizzando il cestino della bici in primis, a mano in un secondo momento. Volentieri vengo incontro alle esigenze delle biblioteche. Volentieri sollevo il bilancio della Regione Veneto e della Provincia contribuendo nel mio piccolo. Ma c’è un limite umano: alla decima richiesta d’interprestito, per giunta di un librone di storia dell’arte, ho chiamato il collega sbottando al telefono “OK, O IO O I LIBRI!”. Ci mancava poco che mi sbattessi sulla fronte lo stick con scritto “piego di libri” e formalizzassi una parcella straordinaria in quanto interprestito provinciale biblio-alicesco. Miracolo, sono stata ascoltata. Ma dieci volumoni rimanevano, e io purtroppo sono dotata di un cuore tenero e non me la sono sentita, carogna, di abbandonare il malloppo. Alle 20.00 circa decido di andare via, dato che arrivo sempre in anticipo e avevo svolto le consuete operazioni di chiusura. E meno male. Primo ostacolo, incastrare i pezzi e le parti: ovvero, giocare a tetris con la mia borsa (troppo ingombrante da portare a tracolla) e il super sacchettone libresco. Fiera di me e fiduciosa nei 9,5 km, sono riuscita a farci stare tutto. E sono partita nel fresco di una bella serata estiva, pregustando il piacere di correre sfrecciando nella natura. Ma si sa, la Natura non sempre è benigna, come ci ha insegnato il buon Leopardi, bensì matrigna (e le matrigne sono cattive per definizione!), e tutto d’un tratto ho capito perfettamente cosa provavano il pastore errante dell’Asia e la ginestra. Alle ore 20.20 spaccate si è alzato un vento pazzesco. Folle. Rivoltoso. Dispettoso. In in attimo, il panorama è cambiato, il cielo ha mutato volto e le nubi si sono fatte nere e gonfie, minacciose. Io naturalmente mi trovavo nel punto peggiore per affrontare una situazione meteorologica del genere: in mezzo ai campi, lungo una stradina in salita e stretta, completamente scoperta e priva di ripari. Temevo si sarebbe scatenata una brutta grandinata, un temporale estivo di quelli belli tosti, ma poteva forse essere una cosa tanto banale? E perché no una tromba d’aria? Ed eccoci giunti a Dorothy e al Kansas. Mancavano 4 km e arrancavo…avevo la gonna che volava in faccia come una tenda o la vela di una barca, impedendo la visuale e mettendomi in una posizione alquanto imbarazzante, il manubrio zeppo di libri che sbandava e gli alberi che parevano bombardarmi apposta di rami e foglie. Una scena epica. Mi sembrava di essere nel film E venne il giorno di M. Night Shyamalan, quello in cui la Natura si ribella contro l’uomo disperdendo nell’aria una specie di pulviscolo tossico che induce le persone verso un irresistibile desiderio di morte (morale: tutti si suicidano nei modi più orrendi), o in guerra con Barbalbero, solo che non ero un adorabile piccolo hobbit della contea ma una bibliotecaria incazzata e smutandata. Fine della storia: sono arrivata a destinazione sana e salva, con i capelli arruffati come un nido di rondini, gli occhi pieni di terriccio e il corpo duro come una corda di violino per lo sforzo di tenere a bada la bicicletta e non cadere. Non dimenticherò i miei pensieri lungo quei 4 km: – “cazzo se i libri si rovinano mi tocca ricomprarli!” – “di che colore ho le mutande??” E naturalmente…” non c’è posto più bello di casa propria”. Peccato non avessi le scarpette rosse da sbattere tre volte.

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Sull’editoria a pagamento o Dello scrittore vanitoso

Lavorando in biblioteca si entra in contatto non solo con una folta schiera di tipologie umane, ma anche con tutta una serie di attività parallele e complementari al mondo del libro. Non sempre è un aspetto che cerchi e desideri, ma ogni tanto, come molte cose della vita, capita! E ragionando attorno alla Grande Questione sull’editoria a pagamento, non posso esimermi dal ricordare due aneddoti legati a persone differenti accomunate entrambe dai seguenti elementi: aver scritto un libro, essere frequentatori della biblioteca in cui lavorava la sottoscritta e -maledizione alle colleghe chiacchierone !-, aver scoperto che -all’epoca, bei tempi andati- collaboravo con una grossa casa editrice come redattore e correttore di bozze. Apriti cielo. Non l’avessero mai saputo. Ah, dimenticavo. Ultimo fattore, e forse il più forte, che legava le due persone, era quel misto di boria e falsa umiltà che troppo spesso caratterizza praticanti scrittori e poetastri (sono certa che sapete di cosa sto parlando).

Ebbene, fatto sta che, come Pip in Grandi Speranze, vedono in me la loro Miss Havisham, e sbagliano, perché io per loro vorrei essere tuttalpiù Orlick, il Rosso Malpelo della letteratura inglese.

– Il primo Tipo di apprendista scrittore chiede di parlarmi per farsi aiutare: è stato contattato da questa casa editrice ma vuole essere sicuro di fare la mossa giusta…Appena vedo di che casa editrice si tratta, il mio consiglio è categorico: “Lasci stare, le spilleranno solo un mucchio di soldi, dovrà farsi pubblicità da solo e allora tanto vale andare da un tipografo”. Lui mi fissa basito: “I soldi non sono un problema, anzi li spendo volentieri! Quello che voglio sapere è che nessuno rubi il mio libro, il contenuto. Sa, è una grande capolavoro, con idee originali e innovative, non vorrei trovarmi poco tutelato”. Cosa potevo consigliare a quel punto, se non di essere in una botte di ferro, di firmare con la mia benedizione e tante belle cose? Ragazzi, se era contento! Un bambino sotto l’albero di Natale. Il vecchietto del paese che vince alla tombola. Cose così insomma. E lo guardai mentre si allontanava lieto, con i suoi 3.000 euro da spendere e il capolavoro in tasca.

– Il secondo Tipo è il mio preferito. All’inizio di tutto ci fu la disoccupazione. Perse il lavoro, poverino, e quindi aveva tanto tempo libero. Poi arrivò la cotta. Per me. E come le peggiori ragazze popolari dei college americani (in stile Heathers) sputtanavamo alla grande. Infine, ci prese gusto. Lui era uno scrittore, perdinci! Scrisse un racconto e ovviamente, avendo scoperto quello che i personaggi con velleità letterarie non dovrebbero MAI sapere, mi chiese di correggerlo. Lo feci. Era più infame di quanto pensassi. Quando glielo consegnai e lui vide le mie correzioni pareva che fosse stato preso a pugni dall’Uomo Tigre. Ma dato che aveva ancora una cotta, per ringraziare mi fece un regalo; piccola parentesi: se sai che una certa persona lavora in biblioteca e in casa editrice, e sai pure che la madre ha una videoteca ed è critica cinematografica….NON puoi regalarle né un libro né un film! Ma il Tipo 2 che fa? Alla cartoleria di paese acquista il dvd di Full Monty. Giuro. Lo so, è da stronzi ammettere di aver riso sotto i baffi. Pensai fosse tenero e naif, ma ricordai anche che respinse ogni mia correzione…anche quelle grammaticali! Morale della favola: riuscì a pubblicare il suo racconto. Così com’era. Riuscì anche a pubblicare un libro di racconti. Spese tutti i suoi risparmi per farlo e andare in giro a pubblicizzare, consegnare volantini, locandine, inviti ecc….Alla fine, riuscì pure a scovarmi nel nuovo posto di lavoro, accidenti. Ma ormai il libro era pubblicato, e il suo cuore dopo la notizia del mio matrimonio spezzato. E ci scrisse su. Ma questa è un’altra storia.

Per concludere: NO all’editoria a pagamento…e NO all’improvvisazione letteraria, perché tu, scrittore esordiente, non sai di aver scritto un capolavoro ma sai sempre di averlo letto. E si chiama Dickens, Borges, Zola, Calvino, Fenoglio, Austen, Dickinson, Plath, Miller, Maugham e così via.

Amen😀

p.s. Adesso, marzo 2015, non sono più sposata…ma non diciamolo troppo in giro!

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Dei freaks e altri demoni: l’occhio di Diane Arbus

Oggi mi permetto un clamoroso fuori tema per omaggiare la fotografa dei freaks per definizione, ovvero Diane Arbus (New York, 14 marzo 1923 – Greenwich Village, 26 luglio 1971), molto nota per lo scatto Identical Twins (1966) cui si è ispirato Stanley Kubrick in Shining per le gemelle Grady…

 “La cosa che preferisco in assoluto è andare dove non sono mai stata” “Molte persone vivono nel timore che possano subire qualche esperienza traumatica. I freaks sono nati con il loro trauma. Hanno già superato il loro test, nella vita. Sono degli aristocratici” “Io mi adatto alle cose malmesse. Non mi piace metter ordine alle cose. Se qualcosa non è a posto di fronte a me, io non la metto a posto. Mi metto a posto io” “Una fotografia è un segreto che parla di un segreto. Più essa racconta, meno è possibile conoscere” “L’amore comporta un’insondabile combinazione di comprensioni ed equivoci” “Una fotografia è il segreto di un segreto. Più cose ti dice meno ne sai”

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Cosa possono avere in comune Barry Gifford e J.D. Salinger?

Il 12 marzo odierno è un giorno importante. Incastonata a caso all’interno di un mese soleggiato e dal sentore primaverile, trattasi di una data clou per un certo tipo di Letteratura. In libreria infatti saranno disponibili due libri inediti che faranno la felicità degli appassionati: la saga completa targata Barry Gifford, di ben 800 pagine, che narra le gesta di Sailor&Lula, gli amanti squinternati di Cuore Selvaggio (Wild at Heart) da cui David Lynch ha tratto un clamoroso film premiato con la Palma d’Oro a Cannes nel 1990; l’inedito, udite udite!, di J.D. Salinger – serve forse che io citi un certo Holden Caulfield? – intitolato I giovani, una raccolta di tre racconti. Ergo, grazie alla casa editrice Il Saggiatore e alla Fandango Libri per queste chicche insperate! E ora, vado in libreria a gongolare🙂

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Sequel, vite interessanti e capolavori sconosciuti

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Manco da giugno. Una pausa lunghissima. Ma non crediate che io non abbia alacremente lavorato per voi. Volete le prove? Ecco (alcuni) risultati delle mie fatiche!

“Ah però signorina bella, che vite interessanti eh? Non le pare?!”
Mi pare sì
(disse la signora ottuagenaria restituendomi “MESSALINA UNA SPUDORATA INNOCENZA” e “I BORGIA”)

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“Vorrei DRACULA di Carlos Ruiz Zafon e CENT’ANNI DI SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI”
Non li avete letti? Peggio per voi. Capolavori.

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Mi piace questo ragazzo. Diego. Ha 12 anni, è uno smilzo dal ciuffo ribelle e l’anima agreste. Ma è un curiosone. Lui vuole sapere. Di recente mi ha chiesto:
– nel medesimo giorno, in un sol colpo: Tre metri sopra il cielo (di Moccia…serve dirlo?) MA ANCHE il Mein Kampf (di Hitler…serve dirlo?)
– ANNA FRANK 2. Il seguito. Per dirla alla Holden Caulfield, mi ha lasciato secca.
“Ma hai letto il primo? Sai come finisce??”
“No. Meglio che lo leggo?”
“Direi di sì!”

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“Mi serve IL FU, di Mattia Pascal, e LA COSCIENZA, di Zeno, mi scusi ma non so il nome completo dell’autore”
Tranquillo, lo so io.
Ah questi due libri continuano a darmi grandi soddisfazioni

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IL BOSCO – 1 parte –

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(liberamente ispirato alla lettura di La Cosa nella foresta e altri racconti di A.S. Byatt)

«There is a house in New Orleans
They call the Rising Sun.
It’s been the ruin of many a poor girl,
And me, O God, I’m one.

If I had listened what Mama said,
I’d ‘a’ been at home today.
Being so young and foolish, poor boy,
Let a rambler lead me astray.

Go tell my baby sister
Never do like I have done
To shun that house in New Orleans
They call the Rising Sun.

My mother she’s a tailor,
She sewed those new blue jeans.
My sweetheart, he’s a drunkard, Lord, Lord,
Drinks down in New Orleans.

The only thing a drunkard needs
Is a suitcase and a trunk.
The only time he’s satisfied
Is when he’s on a drunk.

Fills his glasses to the brim,
Passes them around
Only pleasure he gets out of life
Is hoboin’ from town to town.

One foot is on the platform
And the other one on the train,
I’m going back to New Orleans
To wear that ball and chain.

Going back to New Orleans,
My race is almost run.
Going back to spend the rest of my days
Beneath that Rising Sun»

House of the rising sun, ballata folk di metà Ottocento

Non ci vedevamo da molti anni. Per la precisione, cinquantatre anni esatti. Oh, il nostro aspetto era cambiato, eccome: le gote rosee e paffute avevano lasciato il posto a un viso rugoso e stanco, i capelli vaporosi, quasi cangianti, erano ormai radi e acconciati in modo tale da dare solo una pallida parvenza di volume e ariosità. Io e Caroline eravamo state amiche, molto amiche, di quell’amicizia totale e assoluta tipica delle scuole medie, quando non si è più del tutto bambine ma nemmeno ragazze: le nostre sorelle, loro sì che erano ragazze, e come tali ci trattavano con sdegno e alterigia, troppo impegnate nel rincorrere l’ideale fresco di femminilità che si schiudeva davanti agli occhi e dentro i corpi, dibattuti tra bramosia e timore, leggerezza e profondità. Gli adulti invece, dimentichi sia della giovinezza che dell’innocenza, erano troppo indaffarati nell’affanno della vita, e ricambiavano distratti i nostri sorrisi indagatori che chiedevano soltanto affetto, ascolto, sincerità ma non comprendevano la natura della depressione e del cinismo che parevano aleggiare nell’aria come un morbo stanco che sta per piantare radici ma non ha più nemmeno la forza di fare quello. Era estate. Una torrida, appiccicosa estate americana tipica del sud. Era il 1982, e mentre gli adulti grondavano sudore e gli adolescenti si appartavano a pomiciare, noi bambini giocavamo. Ci si alzava presto, sulle otto, accaldati e affamati: un succo di frutta, una tazza di cereali, qualche cartone animato alla televisione, e poi si scendeva in strada. Alle nove tutti i bambini del quartiere erano presenti, incuranti della canicola, pronti a seguire l’unico dio a cui erano fedeli, ovvero il gioco e il divertimento in piena libertà. Si aspettava l’estate per mesi e mesi, durante i quali ci si trascinava tra la casa, la scuola, la messa domenicale, le feste di compleanno, le attività sportive ed extra scolastiche. Ma ci sembrava un carcere, una vita da reclusi, senza il profumo e l’ebbrezza dell’aria aperta come complice e del sole alto per amico. In estate invece era tutto facile…i vestiti si facevano più leggeri e colorati, i pranzi familiari più veloci, senza il polpettone della nonna o il granturco bollito, i controlli dei grandi meno pressanti e perentori. Le scorciatoie per eludere le domande della mamma diventavano semplici, efficaci, e del resto il nostro mondo e il loro senza il collante rappresentato dalla scuola e dal catechismo non trovava molti punti d’unione.
Io e Caroline avevamo il nostro posto segreto. Una piccola porzione di piantagione sfuggita al controllo dei proprietari terrieri e che in realtà nessuno voleva: si estendeva sul retro delle fattorie dove abitavamo ed era tagliata dall’autostrada. Poche pannocchie, sbiadite e stanche, ci crescevano malamente, e il tasso di umidità, confuso con lo smog, raggiungeva livelli stellari; un fiume largo circa due metri, un ruscello limaccioso e marrone ci separava dal campo. L’aria era insalubre, densa, solida: ma là nessuno ci veniva a cercare, e noi ci sentivamo felici. Non attraversammo mai quel fiume finché non ci rivedemmo, cinquantatre anni dopo. Due bambine coraggiose fermate da un paio di metri d’acqua che non arrivavano oltre i polpacci, che cosa assurda penserete voi. E lo era davvero, tuttalpiù per chi ci conosceva. Santo cielo, se ne avevamo combinate insieme! Una volta fummo espulse da scuola per una settimana, “le terribili gemelle” ci chiamavano, per via dei nostri capelli biondo grano che parevano appartenere alla stessa persona. Il fatto è che là, oltre il fiume, nel bel mezzo di quella palude abbandonata e fetida, c’era una cosa orribile. E finché noi stavamo al di qua, lei restava al di là. Si limitava a guardarci e noi, per un tacito accordo, giocavamo sempre nello stesso posto come se niente fosse, fingendo di non vedere nulla di strano o raccapricciante. Con il tempo, ci abituammo alla bizzarra presenza e smettemmo di sentire i brividi di freddo e i peli ritti nonostante i quarantacinque gradi all’ombra. La cosa orribile abitava nel “bosco”, così avevamo battezzato il luogo. Nel bosco Biancaneve aveva incontrato i sette nani e impietosito il cacciatore, Rosaspina era stata tratta in salvo dalle fatine buone per poi crollare in un sonno eterno fino all’arrivo del principe, Cappuccetto Rosso si era scontrata con il lupo, Pollicino aveva disseminato le molliche di pane per fare ritorno a casa, Hansel e Gretel erano giunti alla casetta di dolciumi della strega. Quelle fiabe ci parlavano di ragazzine coraggiose, principesse un po’ svenevoli, di buoni e di cattivi, ma soprattutto ci insegnavano che le persone a noi più vicine potevano essere capaci di atti terribili e crudeli. Perrault e i fratelli Grimm indussero il nostro cuore al dubbio, alla sfiducia nei confronti dei grandi, coloro che avrebbero dovuto proteggerci e amarci e invece ci avevano lasciato al nostro destino di tedio, noia, sbando esistenziale, perse così tra le strade, i campi e il cortile della scuola, condannate a una vita in serie tra le case popolari, le fattorie, il lavoro a cottimo, gli sporchi sotterfugi adolescenziali e il menefreghismo omertoso che caratterizzava la gente di quartiere che per secoli e secoli se n’era fottuta dei negri, della crisi economica, del Ku Klux Klan, dei Viet Cong e del Watergate.
La cosa orribile era un mostro peloso, grande, dotato di zanne: poteva sembrare un orso da lontano, ma aveva un muso da scimmia e occhi da rettile. Faceva schifo per quanto sbavava e tirata su con il naso. Era perennemente intento a mangiare qualcosa: trinciava, inzuppava, grugniva, masticava. Ci domandavamo spesso dove trovasse il cibo e soprattutto cosa mangiasse. Chi era? Da dove veniva? Usciva mai da quel posto o se ne restava sempre rincantucciato lì? E con noi cosa c’entrava? Non aveva l’aria di volere farci del male, ma fissava, fissava e fissava…con quei due occhi obliqui, umani, freddi, per nulla incuriositi ma soltanto gelidi e immobili. Eppure, pareva desideroso di instaurare una forma di comunicazione, di dirci qualcosa. Potevamo forse comprenderci? La prima volta che lo vedemmo fummo schockate e corremmo via con tutto il fiato e la forza che avevamo in corpo; in seguito, morbosamente attratte, non ne parlammo mai tra di noi, noi che ci dicevamo proprio tutto, ma bastava uno sguardo silenzioso carico di significato: “Andiamo”. E lui, il mostro, era sempre là, come se ci aspettasse. Mai una volta lo vedemmo arrivare o andare via. Era come se facesse parte del luogo, una specie di guardiano spaventoso, terribile, dalle voglie insaziabili e dalla lingua enorme, rossa e sanguinolenta. Una visione oscena e pornografica che ci metteva in guardia, con violenza e mistero, dal mondo che ci circondava.
E poi accadde. Qualcuno scoprì il nostro rifugio, e le conseguenze furono terribili. Un bel giorno arrivammo appena dopo cena per un ultimo ritrovo serale, correndo sulle biciclette scalcinate e scrostate, e vedemmo un mucchio di gente. C’erano le volanti della polizia, un’ambulanza e una serie di strani volti che puzzavano di Fbi lontano un miglio. E a un certo punto, tra la folla, la vidi. Mia madre. Piangeva e si torceva le mani in preda a un tic nervoso, lei così distante e accigliata, dura e severa. Caroline iniziò a singhiozzare forte. Io sentii un nodo alla gola che mi strozzava, poi svenni. “Katy Bell è morta”.

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Baci rubati

Questa non è una storia di libri e nemmeno di biblioteca, ma il mio è un “fuori tema” tutto di cuore!

Ho sempre amato i treni, poiché mi danno la giusta cifra del viaggio. Seguono, come surrogati, gli autobus e le corriere, i quali non offrono neanche lontanamente le stesse sensazioni ma danno ugualmente la possibilità di osservare un mondo diverso dal proprio, di sfiorare per una breve porzione di tempo attimi di vita altrui. Talvolta, nella monotonia di un’attività ripetitiva a scansione oraria in cui tutto si ripete identico a se stesso, giorno dopo giorno, un’illuminazione cambia l’asse della quotidianità regalando un momento di fuggevole bagliore. Il bagliore che di recente mi ha colpita si è mostrato qualche mese fa, alle ore 14.20 di un tiepido pomeriggio di giugno al termine della giornata scolastica.
L’autobus, incolonnato nel bel mezzo di una coda infinita, è rimasto fermo un pezzo sullo stesso punto; guardando fuori dal finestrino mi sono accorta che ero a pochi metri dal cortile di una scuola media. “Le medie, quanto le ho odiate…quanto detestavo essere così piccola ed esile, quasi invisibile, mentre la maggior parte delle mie compagne era in rigoglio, sbocciata, con il seno prorompente e il lucidalabbra al sapore di fragola che faceva capolino come un marchio esclusivo…”: questi, più o meno, i miei pensieri spaziando lo sguardo da una recinzione all’altra, passando in rassegna gli angoli di un giardino brullo, calpestato, usurato, che scatenavano dentro di me il motore dei ricordi e la scomodità di una rimembranza passata basata sull’imbarazzo piuttosto che sulla dolcezza.
Sobbalzando al ritmo rumoroso dell’autobus, notai che c’erano due ragazzi nel cortile, proprio davanti a me, un maschio e una femmina: biondi, alla moda ma non troppo, speculari. Si guardarono distrattamente per qualche secondo, tamburellando i piedi per terra e stringendo dietro la schiena un oggetto invisibile. Poi, all’improvviso, si baciarono di colpo, rispondendo a un ordine segreto, con uno slancio carico di ansie e aspettative. Lei appoggiò le mani sulle spalle del ragazzo; lui, timidamente, mise le sue sui fianchi della ragazza. Immobili, non osando andare oltre, rimasero così, come le statue greche di due giovinetti o di due innamorati ostacolati dal destino, magari un fauno e una ninfa, oppure un aedo e una principessa.
Quando l’autobus ripartì, erano ancora abbandonati l’uno sull’altra in quello che mi pareva essere, fulgido come una stella (parafrasando Keats), l’estasi di un primo, castissimo bacio. Che io avevo rubato, sì lo ammetto, e impudicamente gustato riconciliandomi idealmente con la ragazzina che ero stata, perdonandola finalmente per tutti i sotterfugi, i trucchi, i torti che pensavo di aver subito a tradimento e che invece erano solo la risposta a un’eccessiva sensibilità.

Mi accorsi che non ero l’unica ad aver rubato quel bacio. Una giovanissima donna, un’adolescente, ricambiò il mio sguardo sorridendo tra sé: la madeleine aveva avuto effetto pur in assenza di odore e sapore, il dolcetto a forma di conchiglia imbevuto nel tè aveva conservato la propria fragranza e il gusto ricco di un piccolo, delizioso viaggio nel tempo.
In fin dei conti, avere 13 anni non è poi così terribile.

In omaggio alla dimensione del viaggio, ecco una poesia di Caproni che amo moltissimo

“Congedo del viaggiatore cerimonioso”

Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.

Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l’ottima compagnia.

Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.

Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte:
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.

(Scusate. è una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch’io mi domando perchè
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l’uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch’essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare).

Dicevo, ch’era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale
anche questo – odiati
su più d’un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos’importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l’ottima compagnia.

Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto s’io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.

Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.

Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.

Scendo. Buon proseguimento.

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L’interprestito, Kiki che consegna a domicilio e il Kansas di Dorothy

Rimettendo mano al blog dopo una lunga assenza è inevitabile cadere nella sensazione nostalgica del “prima” e del “dopo”, di ciò che è stato e di quello che è sopraggiunto…Particolarmente affezionata a questo pezzo, il quale mi riporta indietro nel tempo a un’epoca piuttosto felice, lo ripropongo mentre sistemo le idee e creo ordine nella memoria. Buona domenica a tutti!

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Cosa non si fa per amore dei libri. Cosa non si fa per amore della bicicletta. A questo proposito, e tra poco capirete il perché del bizzarro titolo di questo articolo, voglio raccontare la disavventura di ieri. Premessa: dato che gli interprestiti della Provincia di Treviso sono gratuiti per l’utente e la crisi si fa sentire, la gente ne richiede tantissimi. Diciamo pure che la situazione generale è sfuggita di mano e i costi delle buste con cui spedire via posta i libri da una biblioteca all’altra sono saliti alle stelle. Buste normali 1.28, buste grandi 3.95. Calcolate che io soltanto ne preparo circa 20 a settimana. Ergo, si cerca di risparmiare, ad esempio chiedendo i libri sempre alle stesse biblioteche in modo che nelle buste ci siano almeno 2-3 volumi, oppure tramite la forza lavoro, letteralmente. Dal momento che lavoro in due biblioteche differenti (una delle quali è quella della Terribile Direttrice che mi fa sentire come Matilde Dalverme), è venuto naturale organizzarsi in modo tale da chiedere più libri possibili che trasporto a mano io, dall’una all’altra, proprio come “Kiki consegne e domicilio” di Miyazaki. Solo che lei, Kiki, per mezzo di trasporto aveva una scopa, in quanto strega. E con questo ho spiegato i primi due riferimenti del titolo. Ora mancano Dorothy e il Kansas. E qua mi ricollego finalmente al fattaccio. Giovedì pomeriggio, con orario 14.45-20.15, lavoro nella mia biblioteca preferita. Non è tanto più vicina rispetto all’altra (9,5 km contro 12-13 km), ma situata in una zona dotata di pista ciclabile e stradine di campagne, quindi risulta facile arrivarci, nonché rilassante e corroborante per mente e corpo. Per un’appassionata di bicicletta come la sottoscritta, il paradiso. Nel corso del pomeriggio sbuffo: il mio fortunatissimo collega dell’altra biblioteca, il maschio alfa adorato dalla Terribile Direttrice, domanda libri a raffica che devo portare il giorno seguente -vale a dire oggi pomeriggio-, sul cestello della bici in primis, a mano dopo. Per la precisione, volentieri vengo incontro alle esigenze delle biblioteche. Volentieri sollevo il bilancio della Regione Veneto e della Provincia contribuendo nel mio piccolo. Ma c’è un limite umano: alla decima richiesta d’interprestito, per giunta di un librone di storia dell’arte, ho chiamato il collega sbottando al telefono “OK, O IO O I LIBRI!”. Ci mancava poco che mi sbattessi sulla fronte lo stick con scritto “piego di libri” e formalizzassi una parcella straordinaria in quanto interprestito provinciale biblio-alicesco. Miracolo, sono stata ascoltata. Ma dieci volumoni rimanevano, e io purtroppo sono dotata di un cuore tenero e non me la sono sentita, carogna, di abbandonare il malloppo. Alle 20.00 circa decido di andare via, dato che arrivo sempre in anticipo e avevo svolto le consuete operazioni di chiusura. E meno male. Primo ostacolo, incastrare i pezzi e le parti: ovvero, giocare a tetris con la mia borsa (troppo ingombrante da portare a tracolla) e il super sacchettone libresco. Fiera di me e fiduciosa nei 9,5 km, sono riuscita a farci stare tutto. E sono partita nel fresco di una bella serata estiva, pregustando il piacere di correre sfrecciando nella natura. Ma si sa, la Natura non sempre è benigna, come ci ha insegnato il buon Leopardi, bensì matrigna (e le matrigne sono cattive per definizione!), e tutto d’un tratto ho capito perfettamente cosa provavano il pastore errante dell’Asia e la ginestra. Alle ore 20.20 spaccate si è alzato un vento pazzesco. Folle. Rivoltoso. Dispettoso. In in attimo, il panorama è cambiato, il cielo ha mutato volto e le nubi si sono fatte nere e gonfie, minacciose. Io naturalmente mi trovavo nel punto peggiore per affrontare una situazione meteorologica del genere: in mezzo ai campi, lungo una stradina in salita e stretta, completamente scoperta e priva di ripari. Temevo si sarebbe scatenata una brutta grandinata, un temporale estivo di quelli belli tosti, ma poteva forse essere una cosa tanto banale? E perché no una tromba d’aria? Ed eccoci giunti a Dorothy e al Kansas. Mancavano 4 km e arrancavo…avevo la gonna che volava in faccia come una tenda o la vela di una barca, impedendo la visuale e mettendomi in una posizione alquanto imbarazzante, il manubrio zeppo di libri che sbandava e gli alberi che parevano bombardarmi apposta di rami e foglie. Una scena epica. Mi sembrava di essere nel film “E venne il giorno” di M. Night Shyamalan, quello in cui la Natura si ribella contro l’uomo disperdendo nell’aria una specie di pulviscolo tossico che induce le persone verso un irresistibile desiderio di morte (morale: tutti si suicidano nei modi più orrendi), o in guerra con Barbalbero, solo che non ero un adorabile piccolo hobbit della contea ma una bibliotecaria incazzata e smutandata. Fine della storia: sono arrivata a destinazione sana e salva, con i capelli arruffati come un nido di rondini, gli occhi pieni di terriccio e il corpo duro come una corda di violino per lo sforzo di tenere a bada la bicicletta e non cadere. Non dimenticherò i miei pensieri lungo quei 4 km: – “cazzo se i libri si rovinano mi tocca ricomprarli!” – “di che colore ho le mutande??” E naturalmente…” non c’è posto più bello di casa propria”. Peccato non avessi le scarpette rosse da sbattere tre volte.

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Maschi contro femmine. L’eterna lotta.

Oggi è un pomeriggio languido. Un poco fancazzista. Finalmente, mi viene da dire. La crisi è stata un “durissimo colpo” per le biblioteche, unitamente al costo dei libri salito alle stelle (parallelamente alla qualità scesa alle stalle). Ma non divaghiamo, oggi nessuna polemica. Solo un piccolo, delizioso aneddoto di metà pomeriggio, appena lievemente vissuto e assaporato come un miraggio estivo prematuro, un riverbero di primavera che mostra fugace i suoi frutti.

Oggi siamo io – la bibliotecaria- e tre ragazzini impegnati in una ricerca scolastica. Due femmine e un maschio. Bionde ed eteree le prime, simili alle Vergini Suicide di Eugenides e della Coppola, due sorelle Lisbon insomma; goffo e mingherlino lui, come il classico sfigato dei film degli anni Ottanta -avete presente no? Quello che a un certo punto si trova sempre a sfidarsi con il Quarterback stronzo davanti agli armadietti della scuola-.

A un certo punto, mi accorgo che il ragazzino sguscia tra gli scaffali e sta fermo immobile appoggiato alla sfilza di tomi della Letteratura Americana – collocazione del ragazzo, 813.5 DEA (Jeffrey Deaver)-, con le braccia conserte e l’aria di chi sta aspettando qualcosa.

Lo guardo e lui mi fa:
“Si stanno dicendo robe da femmine. Mi hanno mandato via”.
“Poco male. Dopo ti dirai robe da maschi con i tuoi amici”
“Ovvio. Le lascio soltanto fare”

Ah, i primi caldi estivi.

AGGIORNAMENTO DEL 14/12/2013

Il sabato mattina ho i miei utenti abituali, più degli altri giorni. Tra questi, il piccolo Alberto e il suo papà. Alberto lo conosco da quando ha due anni e doveva ancora iniziare la scuola materna, ma ha ben 3 sorelle maggiori, quindi sa di cosa stiamo parlando quando si accenna alla lotta tra i sessi. Ieri, come al solito, è venuto a trovarmi e a riportare dei libri.

“Ciao Alberto, come stai?”
“Bene grazie!”
“E i tuoi compagni di classe?”
“Male…stramale…pensa che sono tutti ammalati e un mio amico si è trovato da solo in classe con 5 femmine! Ti rendi conto?? 1 maschio e 5 femmine….5!!!”
“E’ terribile. E’ sopravvissuto?”
“Insomma. Dopo è meglio se lo chiamo”

Alberto ha quasi 5 anni, porta spessi occhiali da vista e mi aiuta a smagnetizzare i libri con l’antitaccheggio. Ama le sue sorelle, e la sua mamma, ma il sabato mattina con il papà tutto per sé è il meglio della settimana.

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Nella rete di Clitemnestra

PER UNA RILETTURA DELLE IMMAGINI DEL FEMMINILE.

La letteratura dell’età classica si apre con le opere di Eschilo e la tragedia ha trasformato le donne leggendarie, già trattate nei poemi omerici, in protagoniste assolute, nel bene e nel male, dello scontro tra il maschile e il femminile e del dissidio lacerante tra i sessi. Il dramma classico, forgiato nell’ambiente ateniese del V secolo, si prospetta come eredità dell’epica e della poesia arcaica misogina (Esiodo e Simonide), con il compito di esorcizzare, tramite vicende spesso cruente e feroci, le paure che da sempre attanagliano l’uomo, in questo caso specifico il timore suscitato dalla donna, in particolare dalla moglie apparentemente devota, repressa e segregata, che si immagina pronta ad esplodere e ribellarsi, aggregandosi con le altre in una race des femmes, parafrasando Nicole Loreaux, pericolosa e battagliera. Attraverso questo meccanismo, la donna si configura come il doppio, l’Alterità per eccellenza, tanto incomprensibile da essere trasfigurata in maga, adultera, assassina, costituendo la personificazione delle fobie più recondite e ancestrali dell’inconscio.
Secondo una prospettiva letteraria, critica e psicanalitica, Clitemnestra, la regina infedele che osa uccidere l’eroe Agamennone tornato da Troia, si presenta come una figura complessa, intrisa di simboli e significati, quasi sovrumana, la quale sfugge ad ogni logica classificatoria. Figlia di Leda e Tindaro, re di Sparta, sorella di Elena, Castore e Polluce, sposa in prime nozze di Tantalo e madre di un bambino, entrambi uccisi da Agamennone, rappresenta la prima generalizzazione della letteratura occidentale contro le donne, avendo macchiato con i suoi crimini tutte le spose.
Naturale l’associazione oppositiva con Penelope, simbolo della fedeltà coniugale: infatti, l’una intesse una rete fatale di morte e inganno, l’altra invece fila una tela a garanzia della propria virtù. Il contrasto appare in tutta la sua forza nell’incontro agli Inferi tra Odisseo e il fantasma di Agamennone, nel libro XI dell’Odissea, ai versi 385 e seguenti, in cui il defunto re di Micene denuncia aspramente la moglie: «straziante udii il grido della figlia di Priamo, Cassandra, che Clitemnestra uccideva, l’ipocrita, vicino a me; e io, già in terra, alzando le braccia, tentai di pararle, morente, contro il pugnale. La cagna se n’andò via, non ebbe cuore, mentre scendevo nell’Ade, di chiudermi gli occhi con le sue mani, e serrarmi la bocca. Ah! Non c’è niente più odioso e più cane, di donna che tali orrori nel cuore si metta, come colei pensò orrendo delitto, al legittimo sposo tramando la morte».
Clitemnestra, invischiata nella sanguinaria saga degli Atridi nella quale serpeggia un’incontrollabile pulsione di morte, in cui sangue chiama sangue e delitto genera delitto, in una sorta di ereditarietà criminale deterministica all’Émile Zola, è un personaggio a tratti demoniaco, in quanto incarna il terrificante genio della stirpe e si schiera dalla parte delle Erinni, le divinità ctonie, nella lotta contro il principio paterno incarnato da Apollo, Oreste e Atena, la dea senza madre. Ma soprattutto è «donna che impera» e «donna dal senno virile», come viene continuamente apostrofata, mentre l’amante Egisto è l’effeminato e vile uomo di casa che tiene accesa la fiamma dell’oikos, prerogativa prettamente femminile.
Uccide Agamennone perché ha sgozzato senza pietà la figlia Ifigenia, «gioia della casa» e «frutto dolente delle sue doglie», e il sentimento d’odio non è uno strumento fittizio per giustificare l’omicidio e assumere il potere a tempo indeterminato, ma è una vera e propria Mènis, la Collera terribile della madre che non perdona e non dimentica. La falsità con cui si presenta Clitemnestra all’inizio della vicenda è puramente occasionale, tant’è che nel momento della confessione del delitto, la regina è ben felice di gettare la maschera e sospirare «prima, ho detto molte cose per necessità, ora, mi vergognerò di dire il contrario».
Sfrenata e violenta in ogni manifestazione, tanto da paragonare le gocce di sangue con cui si è macchiata uccidendo Agamennone con la scure alla rugiada di Zeus, è una specie di Lady MacBeth che Bachofen, all’interno della sua tesi su matriarcato e patriarcato, colloca nel periodo di “amazzonismo” o “imperialismo femminile” insieme ad altre note protagoniste (le donne di Lemno, le Amazzoni, le Danaidi).
Clitemnestra capovolge completamente l’ordine dei ruoli sessuali e sociali del suo tempo, rappresenta l’uomo, il re che governa, facendosi guidare da un «cuore di donna capace di maschi pensieri», come veniamo subito informati dalla sentinella ai versi 11-12 dell’Agamennone; costituisce un ossimoro di femminilità e potere e in lei, con grande finezza psicologica, si scorgono i tratti della madre amorevole, dell’amante premurosa, del capace capo di governo, oltre che dell’assassina spietata e coraggiosa, la quale impugna la scure addirittura contro il figlio Oreste, da cui verrà uccisa.
In quanto donna, è portatrice di una differenza e di un’inferiorità naturale e sessuale, come sostengono le teorie di Platone e soprattutto di Aristotele, statuale e politica, in quanto regina e xenia, vale a dire straniera greca, spartana, priva della cittadinanza ateniese. Date le contaminazioni sessuali e identitarie che racchiude in sé, Clitemnestra può quindi essere considerata come uno dei primi soggetti gender, dal momento che gender significa genere come fatto sociale, il quale rispetto al sesso biologico raccoglie categorie identitarie più numerose e complesse, mettendo in discussione l’ideologia tradizionale, la divisione dei ruoli e l’opposizione maschile/femminile, secondo la moderna prospettiva offerta dai Women e Gender’s studies fioriti negli ultimi decenni, che ci hanno fornito nuove categorie critiche e letterarie di studio e interpretazione. Nessuna etichetta per Clitemnestra; troppi i fili nella sua rete, intrecciati e tesi come la tela delle Parche, per elaborare un volto unico e giungere alla definizione di un’immagine circoscritta. Ognuna di noi allora, con la sua privata e particolare conoscenza del mondo e di se stessa, potrà specchiarsi in lei e nelle altre, a seconda degli umori e delle situazioni, creando un volto, a dispetto delle leggi del proprio sesso, attraverso un lavoro di tessitura, riabilitato e riconciliato nell’intimo, non più prigione, bensì mezzo artistico ed esistenziale per scrivere, dipingere, filmare o cantare la propria personale mitologia.

Ci vediamo al PandaFest!

Il blog di Panda Edizioni

ImmCopSito

Panda Edizioni festeggia il suo compleanno! Vieni a fare festa: sarà una giornata memorabile!

Inizieremo alle 17 presentando i nostri Autori e Autrici degli ultimi due anni, con una breve intervista e la lettura di un brano del libro. Nel frattempo potrete bere o mangiare qualcosa con “tutto a 1€”!

Successivamente passeremo alla premiazione del manoscritto vincitore del Premio PandaNoir, il concorso letterario indetto da Panda Edizioni per scovare nuovi autori di libri di tipo giallo-noir-thriller: più di quaranta partecipanti per la prima edizione!

PandaNoir

Infine canti e balli sul prato, e per chi volesse – su prenotazione – c’è la Cena con gli Autori: primo, secondo, dolce e bibite… tutto a 22€!

Vi aspettiamo numerosi per la nostra prima “festa letteraria”!

Per info e prenotazioni: www.agriturismodalmoro.it

Via Favaretti 2
31033 Castelfranco Veneto (TV)
Tel. e Fax: 0423/482317 e-mail: info@agriturismodalmoro.it

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Poesie per l’emigrante

Oggi ne vorrei 700, 900, 1000 di poesie una per ciascuna vita, tutte diverse eppure tutte uguali…

BUENOS AIRES

“Il bastimento avanza lentamente
Nel grigio del mattino tra la nebbia
Sull’acqua gialla d’un mare fluviale
Appare la città grigia e velata.
Si entra in un porto strano. Gli emigranti
Impazzano e inferocian accalcandosi
Nell’aspra ebbrezza d’imminente lotta.
Da un gruppo d’italiani ch’è vestito
In un modo ridicolo alla moda
Bonearense si gettano arance
Ai paesani stralunati e urlanti.
Un ragazzo dal porto leggerissimo
Prole di libertà, pronto allo slancio
Li guarda colle mani nella fascia
Variopinta ed accenna ad un saluto.
Ma ringhiano feroci gli italiani”
(DINO CAMPANA)

IL TRENO DEGLI EMIGRANTI

“Non è grossa, non è pesante
la valigia dell’emigrante…
C’è un po’ di terra del mio villaggio,
per non restar solo in viaggio…
un vestito, un pane, un frutto
e questo è tutto.
Ma il cuore no, non l’ho portato:
nella valigia non c’è entrato.
Troppa pena aveva a partire,
oltre il mare non vuole venire.
Lui resta, fedele come un cane.
nella terra che non mi dà pane:
un piccolo campo, proprio lassù…

Ma il treno corre: non si vede più”
(GIANNI RODARI)

10985281_10153442097752985_4192621325589084285_n                                               32_iltrenodegliemigranti2

Si parte col Premio Letterario PandaNoir!

Il blog di Panda Edizioni

Hai nel cassetto un romanzo noir? Vorresti che fosse valutato gratuitamente, e nel caso di vittoria, premiato in pubblico e poi pubblicato?
Partecipa al PandaNoir!
Panda Edizioni è alla ricerca di manoscritti di tipo giallo-noir-thriller, spedisci via mail e cartaceo e ti garantiamo l’assenza totale di tasse di iscrizione (anche quelle nascoste…) e di marchette di qualsiasi genere! Cerchiamo solo buoni libri da pubblicare!
Noi crediamo nella qualità del testo, e basta. Crediamo che la maggior parte dei concorsi letterari attuali siano per certi versi pietosi dato il coacervo di interessi, marchette, servizietti e schifo che ci gira intorno, infatti poi i libri premiati vendono, sì, ma hanno una qualità media a nostro avviso insufficiente.
Crediamo che pubblicando libri effettivamente meritevoli il Premio PandaNoir si configuri come una certezza sia per i partecipanti (nessun interesse nascosto, nessuna delusione inspiegabile) che per chi poi vorrà acquistare il libro premiato e pubblicato:…

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11 app per il perfetto bibliotecario

Librarea

No, non è né un ossimoro né un paradosso… o meglio, lo sarebbe se ci attenessimo al preconcetto secondo cui il bibliotecario sarebbe un noioso e “sinistro” personaggio refrattario all’innovazione. Ma noi bibliotecari, invece, ci siamo perfettamente adattati ai cambiamenti dell’era digitale!

Perché perfino le app possono essere utili al bibliotecario (e agli utenti della biblioteca)? A nostro parere perché ormai stanno diventando la via di accesso più breve all’informazione, e soprattutto all’informazione aggiornata in tempo reale; perché possono semplificare e dare un valore aggiunto al lavoro; perché arricchiscono e rafforzano l’esperienza dell’utente; perché espandono i servizi e valorizzano i contenuti.

Noi ne abbiamo trovato e provato qualcuna (escludiamo quelle create dalle singole biblioteche o istituzioni culturali per facilitare l’accesso dei loro utenti ai servizi).

Di alcune di esse ci serviamo quotidianamente:

1) Evernote Evernote-1-1udqekh

Questa app gratuita organizza e salva le idee dando la possibilità di scattare foto, prendere…

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