Mark Twain (30 Novembre 1835)

“Voi non sapete nulla di me, a meno che non abbiate letto un libro chiamato Le avventure di Tom Sawyer; ma non importa. Quel libro fu scritto dal signor Mark Twain, che per lo più disse la verità. C’erano delle esagerazioni, ma per lo più egli disse la verità. Questo non dimostra nulla. Non ho mai conosciuto nessuno che una volta o l’altra non dicesse bugie, eccetto zia Polly, o la vedova, o forse Mary. Zia Polly – la zia di Tom, cioè – e Mary, e la vedova Douglas: in quel libro ci sono tutte, ed è un libro per lo più sincero; con qualche esagerazione, come ho già detto”

Immagine

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La telefonata

“Buongiorno, Biblioteca comunale”

“Si…buongiorno. Io ho un problema. Avrei bisogno di avere il numero della Biblioteca ma non riesco a trovarlo. Mi può aiutare?”

“Signora…lei sta già parlando con la Biblioteca!”

Silenzio. Basita. Ma non molla.

“No guardi, non ha capito. Mi scusi. Io devo avere il numero della Biblioteca perché ho bisogno di chiedere delle informazioni”

“Prego, mi dica, lei ha GIA’ il numero della Biblioteca e ci ha appena chiamato, può chiedere a me”

Silenzio. La sento respirare e riflettere.

Potremmo continuare in eterno.

“Allora, ha carta e penna? Bene. Il numero è 0422……”

“Grazie mille signorina, gentilissima”

“Non c’è di che”

Abbasso la cornetta. Mi guardo attorno. Attendo paziente.

Drinnnnn

“Buongiorno, Biblioteca comunale!!!!!”

“Ah buongiorno, parlo con la Biblioteca finalmente?!”

“Ma certo signora, prego mi dica”

Touchée.

il testo fluido che dilaga

dei libri passati presenti e futuri

Si dice che un’immagine valga più di molte parole, quindi mostro subito dei grafici molto eloquenti sull’editoria cartacea e quella digitale:

Se poi volete leggere il testo relativo, lo trovate qui.  Io mi soffermerei su quanto dice Cristina Mussinelli (AIE) sulla necessità di “avere flussi produttivi che permettano l’utilizzo dei contenuti sui diversi mezzi. C’è anche una riorganizzazione della parte marketing e comunicazione che, attraverso blog e social media, parla sempre più con i lettori”.
Anche significativo il fatto che “resta in gran parte da studiare il fenomeno delle applicazioni per tablet e smartphone”; in molti ambiti (soprattutto giornalismo e didattica) si tratta del fenomeno principale, o sicuramente destinato ad esserlo.

Sembra sempre più chiaro che, come sosteneva Darwin per gli esseri viventi, anche nel mondo dell’editoria digitale sopravviverà non il più grande o il più forte, ma chi saprà adattarsi meglio. Frase di cui si abusa fin troppo…

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Jhon Stezaker e la percezione delle immagini distraenti

Words Social Forum

Questo Signore nasce nel 1949 – professore di Storia e Studi Critici del “Royal College of Art” di Londra  sviluppa la sua opera negli ultimi quarant’anni e con essa si pianta prepotentemente nel panorama artistico contemporaneo.

Con questa foto vince, nello scorso settembre, uno dei premi di fotografia più importati al mondo: il Deutsche Börse Photography Prize 2012, spintonando via fotografi di tutto rispetto. Lui che, silenzioso e riservato, non è neanche propriamente un fotografo. Sì, perché Sterzaker nelle immagini in realtà ci entra, le denaturalizza, le scompone. Rende possibili giustapposizioni improbabili che offrono agli occhi di chi guarda scenari che si precisano, magari, solo su una linea. Soggetti, paesaggi, nasi, bocche che diventano nell’opera di questo artista “funamboli”.  Cerca  e cerca, per anni e anni in mercatini delle pulci, fiere della cartolina, negozi di libri usati o bric à brac; cerca vecchi ritratti di star dimenticate o scatti amatoriali…

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L’allegro circolo di Mrs Crawford – prologo –

Nel 1897, all’età di diciannove anni suonati, le scelte di vita decorose per una ragazza di buona famiglia erano due: trovare marito e sposarsi in quattro e quattr’otto, offrendo una cerimonia dignitosa rallegrata da torta e punch per tutti, o studiare l’arguta scienza della dattilografia e venire impiegata in un qualche ufficio della città, uno di quei bugigattoli lindi e rispettabili situati in certe palazzine ai margini dei quartieri alti, dove uomini poco attraenti e donne compite andavano e venivano dalle 9 alle 17. Fu così che, la mattina del 1 aprile di quell’anno, al cospetto di un padre furente e una madre indignata, la signorina Adelaide Georgiana Bookworks scelse la seconda via, “il freddo planare verso il declino della solitudine”, come disse la governante in lacrime, agitandole la spazzola davanti al naso. Mrs Bookworks, così la chiameremo noi, era stata una graziosa e ubbidiente figliola, allegra e vanesia a sufficienza per far scemare in un amorevole riso collettivo tutte le aspirazioni letterarie e artistiche che nutriva. Fringuello canoro dolce e argentino, le sere attorno al fuoco scoppiettante nell’imponente soggiorno venivano allietate da quei sollazzi letterari accolti con garbo e compiacenza da genitori e fratelli. Una bella damina scrittrice, quanto folklore delicato per una famiglia borghese di fine secolo! Continuarono a pensarla così anche quando si presentò il giovane Oliver Rockwood III, tirato a lucido, con la biancheria fresca, il viso smagliante, simbolo nascente della florida industria paterna che si stava facendo strada nell’odontoiatria, il quale suonò il campanello nascosto dietro un enorme mazzo di gardenie costosamente incartate; continuarono a pensarla così anche quando il giovin signore venne messo alla porta, con aria confusa e rosseggiante: una pacca sulla spalla da parte dei fratelli e del padre di lei, qualche cinguettante risolino intonato dalle zie, e tornò subito il buon umore in quel volto da luna piena. Una proposta di matrimonio tanto vantaggiosa non si può rifiutare, che diamine! “La nostra piccola Adelaide è solo intimidita da cotanta magnificenza, Mr Rockwood, verrà ricondotta alla ragione in men che non si dica, glielo garantisco”. Ma nessuna parola detta da qualsivoglia membro della famiglia valse un mutamento d’idea da parte della nostra piccola Mrs Bookworks, la quale dichiarò apertamente quanto le rivoltasse lo stomaco il solo pensiero di diventare la nuova Lady Rockwood, piacente signora di nobili costumi e chiacchiere inconsistenti nel serpeggiare dei garden party estivi e dei pranzi di beneficenza invernali. Detto questo, e alla parola “stomaco” pronunciata con un’enfasi quasi volgare che a momenti causava un colpo apoplettico all’anziana nonna, il consiglio genitoriale, presieduto da una schiera di agguerriti ministri e giudici, decise per l’emarginazione sociale e mise la signorina alla porta, dopo aver raccolto con incredibile zelo in due valigie di pessima qualità le sue cose, i vestiti, i libri, i quaderni, gli oggetti della toletta personale. Contemporaneamente a ciò, con la medesima pronta velocità, il padre, tramite un giro di telefonate, riuscì a procurarle in un colpo solo vitto e alloggio: una graziosa stanzetta in una pensioncina modesta ma elegante, un posto di lavoro come segretaria in uno di quegli uffici sbiaditi e vacui cui accennavamo all’inizio. L’ammissione in chiesa e al seguente pranzo domenicale, cui tutta la famiglia partecipava, dovevano costituire l’unico piacere e svago possibile. Nonostante la situazione non fosse delle più rosee, un guizzo d’ineffabile sfida mista a compiacimento balenò per qualche attimo sul volto di Mrs Bookworks, la cui nenia ricorrente in tutto quel trambusto scandaloso era solo…libertà! Indipendenza! C’era da scommettere che una rigorosa povertà priva di trastulli e cameriere francesi fosse preferibile a un’opulenta gabbia di cristallo dove dibattersi con le ali spezzate sul nascere.
Fu così che, in una soleggiata mattina di primavera, una nuova vita iniziò per la nostra giovane e intraprendente protagonista.

La povera tragica – prima parte –

(liberamente ispirato al film La donna del tenente francese)

“Buongiorno, sono il dr. Hunt”;
“Buon per lei. E io sono la signora Fisher”.
La locandiera non mi stava degnando di uno sguardo e avevo il sospetto si burlasse di me. Tuttavia, attesi qualche minuto prima di tornare alla carica. La pazienza è un’ottima virtù, e io non amavo essere precipitoso. Il viaggio era stato piuttosto stancante, la diligenza continuava a saltare lungo quelle strade accidentate e per tutto il tempo mi ero tenuto aggrappato alla borsa da lavoro: non volevo rischiare che qualcosa si rompesse o subisse danno. I miei compagni di viaggio appartenevano alle specie più disparate, e io mi ero divertito a osservarli cercando di stimare una possibile classificazione. Avete mai notate come certi esseri umani siano incredibilmente simili agli animali? La locandiera, il tipo Fisher davanti a me, mi ricordava ad esempio un fenicottero.
“Scusi, sono qua per la camera”;
“E non poteva dirlo subito? Voi forestieri siete sempre troppo cerimoniosi e ci mettete un secolo a dire quello che avete in mente. Ecco, tenete la chiave: camera 3, secondo piano”. La signora prese a squadrarmi da cima a fondo, con occhi sospettosi; sarebbero arrivate delle domande, me lo sentivo.
“Cosa diavolo ci fa lei in questo posto dimenticato da Dio?”;
“Sono un medico. Devo svolgere delle ricerche di lavoro”;
“Un che? E che ricerche fa un medico? Non dovrebbe essere in un ospedale a curare la povera gente?”; capii dal tono indignato di voce che giudicava la cosa alquanto riprovevole.
“Sono un entomologo, un medico naturalista, in anno sabbatico. È uscito da poco il sorprendente libro del dr. Darwin e ho bisogno di tempo per studiarlo…inoltre ho scoperto che proprio qui, a Sadwood, vive una colonia di insetti unici al mondo e io…..”;
“Insetti? Non avrà mica degli insetti dentro quella sua strana borsa vero?”;
“No no, non si preoccupi! Io studio gli animali e soprattutto gli insetti, relazionando le mie scoperte al mondo degli uomini”;
“Non ho capito, ma non voglio sentire altro. Tenga qua, ma l’avverto…se vedo soltanto uno di quei piccoli esseri disgustosi giuro che la faccio sbattere fuori da qui in men che non si dica”; era furibonda, lo si capiva distante un miglio.
“Niente animali, ho capito. L’assicuro, mia cara signora Fisher, che non ci saranno problemi”;
“Mmmmm, sarà meglio per lei”.

Mi affrettai a salire le scale, prima che ci ripensasse su e mi facesse davvero sloggiare. Era stata un’impresa ardua arrivare in quel remoto angolo della Cornovaglia e non vedevo l’ora di esplorare il territorio circostante. Il dr. Forster, fidato amico e valente supporto scientifico, mi aveva raccontato che nella zona era nata una particolare colonia di strane formiche che non rientrava in nessuna classificazione conosciuta fino a quel momento. Con tutto questo interesse sorto attorno all’evoluzione della specie, in pochi si occupavano degli insetti, ma io continuavo a ritenere avessero un’importanza cruciale nel nostro panorama odierno. Talvolta avevo il fermo convincimento che il mio cognome avesse davvero gettato le basi del mio destino, e spesso in maniera alquanto bizzarra.
Quindi, ero partito senza indugio verso la nuova avventura, che immaginavo ricca di novità. Un quaderno nuovo, rilegato in pelle e già rigato all’interno, non aspettava altro che le annotazioni e i disegni che avrei raccolto. La camera era abbastanza accogliente; sobria nel gusto, gradevole e pulita. Decisi di riordinare le mie cose e uscire per una prima perlustrazione. Avevo visto dei bei boschi durante il tragitto e la suggestione me li faceva supporre davvero affascinanti.

Di soppiatto sgattaiolai fuori dalla porta della locanda, con fare circospetto. Non volevo incontrare la signora Fisher più del necessario, e supponevo che i pasti venissero per lo più consumati tutti insieme nell’ampia stanza che avevo scorto all’ingresso. Riuscii ad uscire senza dare nell’occhio; fino all’ora di cena ero salvo. Avevo però sottovalutato gli abitanti del paese e l’effetto che il mio abbigliamento avrebbe potuto suscitare. Come saprete, per un’escursione bisogna indossare i capi adatti: stivali in caso di pozzanghere e fango, cappello a falda larga per proteggersi dal sole e da tutto ciò possa cadere dall’alto in un bosco fitto, bastone da passeggio per aiutarsi nei punti più impervi, un fazzoletto di lino legato attorno al collo che all’occorrenza può assolvere a molte funzioni, senza scordare il cannocchiale, le pinzette, i guanti, il coltello infilato nella bisaccia della cintola e la lente d’ingrandimento. Una volta, durante un viaggio in Africa, scoprii di non essere sufficientemente attrezzato per fronteggiare ogni tipo di situazione ed emergenza… ma lì, a Sadwood, scoprii altrettanto presto di esserlo fin troppo. Annotai nel quaderno: “Stivali bassi. Niente fazzoletto. Forse posso anche fare a meno del coltello. Ho avuto difficoltà a comprare il pane e le mele. Adeguarsi all’ambiente”.

Superato il centro del paese, una piccola congregazione di stampo medievale, raggiunsi un sentiero soleggiato e spazioso, il cui silenzio era spezzato solo dal frinire dei grilli e dallo sbattere d’ali degli uccelli. Il sapore di campagna, così genuino e pacifico, mi mise di ottimo umore e gustai quella passeggiata con spirito bucolico. Sono una persona ansiosa e ci metto molto tempo prima di sentirmi a mio agio, e questo vale per i luoghi, per le situazioni e soprattutto per le persone, soprattutto quelle di cui colgo al volo il pensiero che traspare con malcelata indifferenza dagli occhi. Quando cominciai ad addentrarmi nel bosco, la sensazione di serenità si fece ancora più forte e assoluta. Sentivo la presenza degli animali, qua e là, intenti a condurre la loro vita segreta che noi uomini possiamo soltanto sfiorare, e ammiravo la cura, la dedizione, l’operosità con cui conducevano l’esistenza, con pensieri così diversi dai nostri eppure simili nelle funzioni: mangiare, dormire, generare, morire.
Ero intento a trovare e mappare tutte le colonie di formiche della zona, quando udii un fruscio tra gli alberi che mi risvegliò dallo stato di profonda concentrazione in cui ero caduto. Non era inusuale per me cacciarmi nei guai in quei momenti, come un moderno Talete; la mia mente, assorta nella riflessione e incurante delle circostanze, non captava altro che i frutti dello studio, come un medium in trance: una volta caddi in un fiume, all’indietro, poiché troppo interessato a osservare un nido dalla struttura molto strana posto su dei rami; oppure, e questo fu ben peggiore, mi capitò di investire la moglie del rettore dell’università di Cambridge mentre passeggiava lungo i viali del campus ascoltando il marito che le faceva da Cicerone in attesa del thé. Da quel giorno, le sue cespugliose e folte sopracciglia bianche si aggrottano ogni volta che m’incrociano.
Ciò che vidi, seguendo il rumore delle foglie, mi stupii alquanto. Un esemplare magnifico. Davvero notevole, regale. Snello, nervoso, dalle tinte autunnali del rosso fulvo e del bianco crema, con una nota di ambra laccata. Camaleontico, quasi si confondeva nella vegetazione lussureggiante, languido e dondolante come certe pantere da cui ero miracolosamente sfuggito (ma questa è un’altra storia). Non assomigliava a nessun altro esemplare visto finora. Provai ad avvicinarmi per guardare meglio, ma non appena si accorse della mia presenza scappò via con un’agilità sorprendente, scendendo giù giù dal tronco e saltando a piè pari, netti e precisi, prima di correre via.

“Siete in ritardo”. Mrs Fisher mi stava aspettando alla finestra, con le grosse braccia tornite appoggiate sui fianchi. La vidi da lontano, tornando dalla gita. Non mi piace essere fissato, mi fa sudare in maniera incontrollata i palmi delle mani.
“Mi perdoni, cara signora, ma i dintorni sono talmente belli che mi sono perso”, tentai con una galanteria, ben sapendo quanto i paesani amassero i luoghi in cui erano nati e vissuti, ritenendoli superiori a tutti gli altri, anche se non li avevano mai visti e non sapevano nemmeno cosa fosse “altro”.
“Allora, tutti hanno già cenato, perciò vi accontenterete di quello che è rimasto. Carne fredda, salsa, patate, birra chiara e una fetta di torta ai mirtilli”;
“Sembra tutto buonissimo, ma potrei avere dell’acqua, per favore?”;
“Acqua??”.
La signora Fisher pareva insultata oltre ogni dire. Gli occhi porcini, già piccoli, si fecero minuscoli, due fessure cariche di odio.
“Mi scusi, forse dovete uscire, a quest’ora tarda, e andare a prenderla, la birra andrà benissimo… ”;
“No, non è quello. È che qui gli uomini bevono birra. E anche le donne”.
Detto questo, sbatté sul tavolo un’enorme brocca di ceramica decorata, con dentro l’acqua. Ne bevvi un sorso; la gola riarsa ebbe difficoltà a deglutire.
“Mia cara signora, posso farle una domanda?”; la mia curiosità era più forte di ogni altra cosa, quindi mi azzardai a interpellarla.
“Posso restare in piedi o devo prendermi una sedia? Sono stanca, ho lavorato tutto il santo giorno e le mie povere gambe sono ormai due vecchie bisacce”;
“Non saprei, dipende dalla risposta. Potrebbe essere molto breve, o molto lunga”;
“Quindi?”;
“Mi chiedevo… mi perdoni, è una stupida sciocchezza…Insomma: chi è quella giovane donna che ho scorto oggi nel bosco, appollaiata sui rami di una quercia che oserei dire secolare? Ha una folta chioma fulva, un abito verde salvia, e… ”;
“La Povera Tragica. Ho capito, devo proprio prenderla quella sedia”;
So cosa state pensando. Pensate che io sia matto, e forse anche irrispettoso. Era una donna quella che avevo visto oggi nella natura.
“E chi sarebbe? Perché se ne sta sorniona come un gatto a osservare il vuoto, selvatica, scappando via dalla civiltà e dimenticando, va detto, ogni minima forma di buona educazione?”;
“Vuole sentirla una storia, Mr Hunt, e assaggiare un goccio della mia ottima birra chiara, fresca e schiumosa?”.
La signora Fisher si era addolcita; forse per la prospettiva di avere compagnia, o per il piacere di poter tirare fuori, dopo tanto tempo, una storia sepolta che ormai destava l’interesse solo dei forestieri. Iniziai a rilassarmi e la pregai di raccontarmi tutta la vicenda, senza trascurare alcun particolare.

“Jane è la figlia adottiva di un mio lontano cugino, il signor Clayton. I genitori morirono quando lei era molto piccola, a stento li ricorda, e mi creda, forse è meglio così. Il suo prozio e la moglie, non potendo avere figli, decisero di prendersene cura come fosse la loro vera figlia, e Dio solo sa quanti sacrifici fecero per darle un’istruzione elevata. Qui a Sadwood siamo gente semplice, Mr Hunt, ma mio cugino vanta antichi natali e decise di onorarli crescendo la figliastra come una dama della miglior società. Le aspettative non vennero deluse, e Jane rivelò doti straordinarie, come voi stesse avrete intuito. Insomma, siete un dottore, qualcosa dovreste capirlo. Non solo era graziosa, di una bellezza particolare, ma anche gentile, colta, dolce, intelligente e allegra come mai si era visto prima in una signorina. Si poteva udire la sua risata per l’intero circondario! Tutto filò liscio e perfetto: conobbe un bravo giovane, lo sposò – oh, una cerimonia davvero splendida! – e fu una moglie devota e innamorata. Poi, purtroppo, il marito, il signor Davis, si ammalò gravemente e il cielo lo chiamò a sé in men che non si dica. Ah, che grande disgrazia fu quella per Jane… era distrutta dal dolore, ma con il passare dei mesi la situazione diventò davvero bizzarra. Al giorno d’oggi molte persone muoiono, voi lo sapete bene, è nell’ordine delle cose! Ebbene, lei non si è più ripresa, e ormai sono passati quasi dieci anni! Jane non fu più la stessa: smise di farsi vedere in paese, rifiutò di tornare a vivere con i genitori, vendette la casa e con il ricavato acquistò un piccolo cottage vicino al mare, difficile da raggiungere; tre volte alla settimana i figli degli Smith si danno il turno per consegnarle i viveri, ma hanno paura di lei, si rende conto, paura! C’è da dire che, effettivamente, è diventata una persona alquanto inquietante… I capelli non sono mai acconciati, li tiene selvaggi e liberi, per non parlare degli abiti… mi scusi, Mr Hunt, ma ha detto di non tralasciare alcun dettaglio…io credo…temo addirittura che non indossi il corsetto, e Dio mi perdoni per averlo anche solo pensato! La nostra piccola, cara Jane divenne con il passare degli anni una leggenda locale, come una storia di fantasmi narrata ai bambini per fare paura, e il nome con cui viene chiamata è…”;
“… la Povera Tragica”, conclusi io senza nemmeno accorgermene.
“Allora, Mr Hunt, che ne pensa di questa faccenda?”;
“Beh, mia cara signora Fisher… dico che c’è qualcosa che non mi quadra, qualcosa che forse sfugge a tutti noi”;
“Ah è così?”. L’ostessa assunse quell’aria di rimprovero che avevo imparato a conoscere non appena messo piede nella locanda. Capii subito di aver detto la cosa sbagliata… qualcosa che metteva in dubbio le parole e il racconto che ormai da dieci anni si perpetrava e reiterava sempre uguale a se stesso.
“Non mi fraintenda. Ecco, ora si sieda qua, proprio davanti al fuoco, le porto qualcosa di caldo da bere. Mi ascolti… proviamo ad analizzare insieme la faccenda, ci dev’essere qualcosa, un tassello mancante. Vuole provare, per amore di Jane?”.
La signora Fisher non sapeva cosa pensare, rimase di stucco di fronte a quella sollecitudine, lei che era sempre e solo abituata a servire e riverire.

“Possiamo provarci… anche se non ho la più pallida idea di cosa intenda fare…ma non le garantisco proprio un bel nulla!”;
“Si si, ho capito, non c’è problema, ma ora non perdiamo altro tempo, il filo dei ricordi non deve essere perso, ogni distrazione potrebbe essere fatale al processo di associazione mentale”;
“Associache? Oh al diavolo, porti quel boccale e iniziamo. Ma niente diavolerie qua dentro, che è una casa timorata di Dio questa!”;
“Ora, cara signora, sgomberi la mente… non pensi a me, non pensi alla locanda…si concentri su Jane. Come conobbe Mr Davis?”;
“Come tutte le signorine dabbene conoscono i loro mariti, bontà divina! Fu presentato da mio cugino in persona, il padre adottivo. Un bravo giovane, solido e dignitoso”;
“Quindi, possiamo dire che non fu un innamoramento reciproco e spontaneo? Venne indotto, stimolato…”;
“Sempre amore è, cosa vuole che importi?”;
“Certamente, ma… cosa ricorda di Jane quando conobbe Mr Davis? Lei le disse qualcosa, manifestò una qualche predisposizione particolare verso quell’uomo che si apprestava a sposare senza quasi conoscerlo? Faccia uno sforzo… ”;
“Mi sembrava contenta… un poco taciturna, ma la timidezza è un pregio nelle giovani spose virtuose”;
“Si, ma proprio felice…era felice?”;
“Beh – tentennò la signora Fisher – proprio felice non direi… anzi, i giorni che precedettero le nozze mi sembrò addirittura malinconica; attribuii la causa al fatto che stava per lasciare la casa dov’era cresciuta con tanto amore…Dopo qualche mese, era la persona più allegra del mondo, quindi non detti alcuna importanza a ciò che avvenne prima. Pensai solo che dopo i primi scossoni andava tutto per il meglio. Si sa, i primi mesi di matrimonio sono i più difficili, ma poi… si sistemano le cose”;
“Accadde qualcosa? Intendo dire, tra la malinconia e la gioia? Nel mezzo, ricorda se ci fu qualche avvenimento importante?”;
“No… qua non succede mai nulla…a meno che…aspetti un momento! Si, ora rammento…in quel periodo attraccò al porto una nave della marina e i marinai, con il capitano, alloggiarono in città, anche nella mai locanda…dei bei giovanotti divertenti e festaioli, sa!”;
“E quando ripartirono, questi simpatici giramondo, cara signora Fisher?”;
“Ma guardi che buffo, ripartirono proprio quando il povero Mr Davis lasciò questo mondo!”.
Emisi un profondo sospiro e mi dondolai a lungo con la sedia, in silenzio. La signora Fisher, come immersa in una sorta di fantasticheria, seguitava a ripetere tra sé e sé “ma che buffa coincidenza, ma come ho fatto a non pensarci prima…”. A un certo punto, mi alzai di scatto e iniziai a camminare per la stanza.
“Devo vederla. Devo parlarle”;
“Oh, non mi pare una buona idea dottore… ha già sofferto abbastanza, io non saprei… ”;
“Ho formulato una teoria. Ora devo dimostrarla. Domani mattina, di buon’ora, andrò in passeggiata e vedremo come succede. Buonanotte, signora Fisher!”.
E uscii dalla stanza con un’enfasi inconsueta, dopo aver declamato a voce alta e concitata. L’ostessa non ci capiva molto. Dormì male, per tutta la notte un fastidioso pizzicorìo le diede noia al naso, come se un folletto dispettoso si fosse intrufolato nella sua stanza per giocarle uno scherzo.
Io invece non dormii affatto. Ripensai continuamente a ciò che avevo visto – lo splendido esemplare di donna-cervo – e alla storia sentita. Non potevo fare a meno di pensare a quella nuova, bizzarra, “scienza” (come si ostinava a chiamare qualche coraggioso luminare avanguardista) di cui blaterava sempre il dr. Freud. Non gli avevo dato molto credito, all’inizio, ma bisognava ammettere che sapeva il fatto suo, e questa sera le libere associazioni mentali avevano, effettivamente, funzionato: gli atti mancati, i limbi nascosti, erano stati parzialmente svelati. Freud era un ometto piuttosto simpatico, dalla parlantina sciolta e accattivante. Piaceva alle donne, ma destava sospetto negli uomini. Nessun padre desiderava che la propria figlia facesse la sua conoscenza, e in pochi anni da ciarlatano era diventato invece una personalità non ancora del tutto rispettata, ma sicuramente ascoltata. Avevo assistito a molte sue conferenze, durante i miei viaggi a Vienna, in Europa e a Trieste; ascoltavo tutto quello che riuscivo a comprendere su inconscio, pulsioni di vita e di morte, isteria, nevrosi, libido. Nessuno, prima di allora, pronunciava con tale naturalezza parole come “libido” in un contesto pubblico…una volta, alla parola “orgasmo”, la signorina Fanny Wilkinson, zitella di mezza età che bazzicava l’ambiente universitario di Londra, svenne emettendo un suono così acuto e stonato che fece ridere mezza sala, la metà giusta che non era indignata.
Ebbene, ora, alla luce della strana storia della Povera Tragica, le elucubrazioni del dr. Freud non mi sembravano più tanto assurde e prive di senso. Una logica c’era: innegabilmente, è un fatto, la mente di quella donna aveva subìto un contraccolpo pesante e qualche rotella aveva smesso di funzionare alla maniera convenzionale. Una falla, ecco. E io intendevo scoprirla.

Era quasi mezzogiorno quando imboccai il sentiero scosceso che portava alla casa diroccata a strapiombo sul mare. Un’aria settembrina, frizzante, agitava il pulviscolo invisibile dell’atmosfera come tanti mulinelli smossi da fate e gnomi. Il porridge della colazione mi aveva saziato a dovere, mi sentivo in forze e camminavo di buona lena. Non sapevo come avrebbe reagito la Povera Tragica, la donna-cervo, nel vedermi. Non sapevo se avrebbe voluto parlami. La signora Fisher, dopo la nostra conversazione della sera prima, era stranamente tranquilla, ma nel servirmi il pasto si torceva le mani come in preda a un segreto tormento.

Una donna di provincia – prima parte –

La signorina Guendalina Boffanti non era bella, non lo era mai stata. E come avrebbe potuto esserlo, d’altro canto? Suo padre era un piccolo militare mediocre e borghesuccio, sempre con uno sbafo di cibo mal pulito all’angolo della bocca; sua madre, una sartina della classe operaia ancor più misera, i sogni sepolti fin dalla tenera età sotto strati impermeabili di sacrifici e delusioni. Guendalina, detta Ida, non era cresciuta in un ambiente stimolante, non aveva mai letto un libro se non i romanzetti a puntate pubblicati nel quotidiano locale, non era mai andata al cinema e non aveva mai imparato quei trucchi tipicamente femminili che rendono per lo meno distinta una donna poco attraente. Cresciuta a polenta e verdure lesse, non conosceva altro mondo al di fuori del quartiere popolare e fatiscente dove abitava, in una cittadina del Nord Est non bene identificata. Era un mondo duro di lavoro e sottomissione, sporcizia che anelava al decoro, occasioni mancate e un’umanità gretta che non alzava mai il naso dal piatto di minestra che aveva davanti. Una cosa però, Guendalina detta Ida, l’aveva imparata: che lei là non ci voleva stare e detestava tutti dal profondo del suo miserabile cuore.
Aveva ventisette anni, un’età in cui avrebbe già dovuto considerare l’idea di sposarsi e sfornare una nidiata di bambini, ma ahimé ciò non era stato possibile, dal momento che nessuno aveva avanzato ufficiali proposte di matrimonio. Un paio di giovanotti, a dire il vero, c’erano stati, con le loro mani ruvide e spigolose, i baffi ispidi, i modi forti o impacciati che trasudavano solo smania sessuale piuttosto che un reale desiderio d’amore. L’unico sentimento che poteva vagamente assomigliarci e che lei sentiva di conoscere era l’unione lasciva, animale, fatta di sussurri e bisbiglii, anfratti nascosti e gemiti soffocati. Meglio, pensava, di quegli accoppiamenti rapidi e secchi che avvenivano tra i suoi genitori, sotto lo sguardo rassegnato della madre e l’istinto ferino del padre, il quale fortunatamente si manifestava sempre più di rado. In quei quartieri popolosi e brulicanti come formicai, le case non erano dotate di muri spessi, tutt’altro, a ricordare al mondo esterno che gente come loro non poteva aspirare alla dimensione privata, anzi doveva mostrare, esibire la propria immondizia a monito perpetuo. E allora ecco l’inquilino del terzo piano che picchiava la moglie per l’ennesima volta, la figlia del droghiere che accoglieva i clienti, perché era “troppo delicata per lavorare in negozio”, il ragazzino scemo che picchiava la testa sul muro e piangeva per uscire in cortile, le lacrime dell’anziana signora che pregava ancora il marito perduto in guerra e nessuno aveva mai visto, la pingue lavandaia che faceva il bucato per le riccone della città canticchiando, grata alla vita, i ritornelli dei motivetti più in voga del periodo.

Finalmente, dopo anni di pulizie e mestieri nelle case altrui, Ida aveva trovato, tramite l’ufficio di collocamento, un altro lavoro – un impiego vero – in qualità di dattilografa presso una ditta a conduzione familiare, giù in centro. Chissà, magari, con il tempo, avrebbe potuto trovare una stanza in cui alloggiare o un appartamentino da dividere con una collega. Dopotutto, aveva diritto anche lei ai suoi sogni, per quanto piccoli e meschini fossero, come lei stessa li reputava. Il giorno prima di cominciare lavò i suoi abiti migliori, posandoli ordinatamente sulla sedia davanti allo scrittoio di legno, un bel pezzo di antiquariato scovato a una svendita d’occasione di cui andava molto fiera; denotava buon gusto, eleganza, finezza, evocando un mondo di agiatezza. Era il suo esatto contrario, e rammentava sempre il posto che le spettava nella società. L’autobus passava lì vicino alle 7.50 precise, quello per il ritorno alle 17.50. Tutto era predisposto, e Ida voleva figurare bene nel suo primo giorno.

La crociera

Liberamente ispirato alla lettura dei romanzi di Edith Wharton

Kate osservava il mare con attenzione. Assorta, intensa, dolorante di mestizia, ripensava agli ultimi mesi della sua vita. Dopo due anni di matrimonio con un uomo che aveva imparato ad amare, si era lasciata trascinare in un’avventura sbagliata che l’aveva quasi condotta alla rovina. Scoperto il tradimento, ormai palese sotto gli occhi di tutta la buona società newyorkese, suo marito, umiliato e distrutto, senza mai scordare quel contegno dignitoso e aristocratico che sempre era stato un segno di distinzione e decoro, le chiese cosa intendesse fare. In realtà Kate, quando l’infedeltà era venuta alla luce, stava già ponendo fine a una relazione che le arrecava più danno che gioia, più malumore che felicità. Ma il suo amante, un damerino affascinante pieno di sé che dopo aver dato il meglio pretendeva la ricevuta di ritorno per i propri servigi, non accettava la decisione di Kate; cresciuto in un mondo in cui l’uomo afferrava le redini del destino e senza scrupoli riteneva di dover guidare anche quello delle donne attorno a lui, Christopher non aveva minimamente preso in considerazione l’eventualità di un rifiuto. Avvezzo a un circolo di amicizie prevalentemente maschili che nel corso degli anni non avevano fatto altro che alimentare il suo ego e la vanità tipica di quella classe sociale, pensava che la parola no fosse esclusivamente di sua competenza. Kate aveva provato in tutti i modi a spiegargli le ragionevoli motivazioni per cui era auspicabile la rottura di quel legame insidioso a vantaggio di entrambi, ma l’orgoglio primordiale, virile, seppur in uno sbruffoncello da quattro soldi, si era dimostrato più forte della natura frivola e mondana conosciuta finora. L’afflato di gelosia e passione che Kate vide negli occhi di Christopher non contribuì a commuoverla o addolcirla, semmai la spazientirono più di quanto già non fosse. Sapevano entrambi che sarebbe finita tra loro, e questo assurdo impuntarsi parve a Kate alquanto inappropriato e fuori luogo, il fastidioso scherzo di un ragazzino viziato che vuole fare i capricci ben sapendo che non otterrà nulla.
Quando il marito le propose di partire per una lunga crociera intercontinentale in attesa che si calmassero le acque, lei accettò prontamente. Il divorzio, naturalmente, era fuori discussione; James ricopriva il ruolo di avvocato con successo e distinzione, proseguendo la tradizione di famiglia. Stimato professionista, accolto in tutti i circoli alla moda e con un palco a teatro a suo nome, mai avrebbe accettato di mettere a repentaglio reputazione e prestigio incappando in una scandalosa istanza di divorzio. E del resto, cosa ne avrebbero ricavato, sia lui che Kate? La libertà, certamente, ma inficiata dall’ostracismo e dalla messa al bando. La cosa migliore era dunque prendersi un congedo dallo studio, fare un giro di visite tra le persone importanti, gli amici, i parenti e dire a tutti che la salute della moglie non era molto buona e che il medico le aveva consigliato un cambiamento d’aria e assoluto riposo.
“Povera cara, i primi anni di matrimonio sono sempre i più duri! Ricordo, quando ero una giovane sposa, come fossi stanca dalla mattina alla sera…”;
“Tenere in ordine una casa così grande, in una posizione centrale come la Quinta Strada, sempre in evidenza, non è cosa da poco…E si dice che James sia un uomo tanto pignolo in aula di tribunale quanto in cucina, in egual misura”;
“Si, e non dimentichiamoci che la piccola Kate non deve rendere conto soltanto al marito, ma anche alla suocera e alla cognata…la signora Sackville-Rose è una donna piuttosto energica, per la sua età, ma la figlia è alquanto indolente, incurante della moda e disinteressata ai libri e alle arti, la cui frivolezza non è che inconsistenza. Lady Middlefort, una mia cara amica, dice sempre che l’unica occasione in cui si concede un goccetto è quando deve far visita alla famiglia Sackville-Rose!”.
Le dame sposate, vedove o anziane, erano solite esprimersi con questi toni e pareva sempre che giustificassero ogni situazione che potesse anche solo apparire vagamente ambigua o bizzarra, come appunto la precipitosa partenza dei coniugi Sackville-Rose per un lungo viaggio. In realtà, queste ancelle della buona società, erano sacerdotesse di un credo che difendeva a spada tratta l’equilibrio e le convenzioni. Ce n’era abbastanza per supporre, pur non avendo prove, che qualcosa di molto grave fosse accaduto all’interno della giovane coppia, e quindi bisognava mettere a tacere ogni bisbiglio, ogni sussurro che potesse trapelare, facendo crollare il castello di vetro che tanto si erano affannate a edificare nel corso degli anni e dei secoli, con il plauso e il sostegno dei loro uomini, nobili di antico lignaggio o nouveaux riches tuttavia di buona estrazione accolti nell’esclusiva cerchia dopo la deliberazione di un silenzioso e ponderato sì. Più si cercava di giustificare il comportamento di Kate, che nessuno avrebbe mai osato chiamare volgarmente “tradimento”, più ella capiva la morsa nella quale era capitata e che omaggiava il marito con solidarietà e comprensione.
La fuga da New York, perché proprio di una fuga si trattava, la metteva al riparo da tutte queste attenzioni che volevano apparire benevole ma servivano solo a creare un’organizzata rete di controllo; ella ne fu grata a James e sperava ardentemente di trarre beneficio dalla vacanza forzata. Egli, dotato di una mente pratica e razionale, aveva agito secondo i dettami della consuetudine, così come gli era stata inculcata, sicché davanti a un problema la soluzione migliore era quella di prendersi una pausa molto chic mutando il luogo ma non il contesto. I newyorkesi amavano spostarsi, ma mantenendo tutti i riti e le comodità della vita quotidiana. Fossero le Indie, Londra o Parigi, si davano appuntamento tra di loro, gradivano il roman punch e conversavano dell’ultima esposizione presentata al Met.
James, già poco ciarliero di natura, si era chiuso in un mutismo pressoché assoluto; non che fosse di malumore o sgarbato, anzi si assicurava ogni mattina su come avesse dormito la moglie e si sincerava sempre che consumasse un’abbondante colazione, ma aveva acuito quel senso di scarsa familiarità tra loro che Kate aveva sempre avvertito, facendola soffrire. Il corteggiamento era iniziato circa quattro anni addietro, in un momento poco propizio all’innamoramento per quanto riguardava la sensibilità di Kate, la quale usciva da un amore infelice non corrisposto e quindi si ritrovava ad essere poco incline a un nuovo abbandono passionale ma predisposta a suscitarlo avendo subito, per la prima volta in vita sua, un inspiegabile rifiuto. Lui era stato galante, come prevedeva l’etichetta, non privo di tenerezza e molto chiaro nelle intenzioni fin dall’inizio. Kate aveva accettato la corte un po’ per noia, un po’ per esasperazione e per risollevarsi dalla triste condizione del cuore infranto. Le fu chiaro fin da subito che quel rapporto era tutto da costruire, tanta era la differenza di pensiero, di vita, di educazione, di gusto tra i due. Lo sposò in uno stato d’animo di grande sincerità e con la miglior predisposizione possibile, convinta della propria buona fede e del sentimento che sentiva crescere dentro di sé, giorno dopo giorno, come un bocciolo maturo a primavera. Proprio quando si stava convincendo che ormai erano arrivati al punto di svolta, a un perfetto equilibrio tra senno e sensibilità, punti d’incontro e differenze, conobbe Christopher al ballo annuale che Lady Jane Tompson dava tutti gli anni all’inizio della stagione teatrale. Egli la faceva ridere, e Kate si accorse all’improvviso, con un brivido, che con James non rideva mai, non emetteva nemmeno un fiato. Si sentì in diritto di prendersi quel ritaglio di vita non sua, non eterna, che non le apparteneva ma che la faceva sentire bene per qualche ora alla settimana. Christopher si era però rivelato un osso duro, e nessuno aveva considerato l’eventualità che uno dei due s’innamorasse dell’altro fino al punto di pretenderne l’esclusiva. Kate non voleva lasciare il marito, per lo meno non per Christopher, che di certo non valeva l’emarginazione sociale che la faccenda avrebbe comportato, né tutto il caos burocratico e familiare che ne sarebbe conseguito. In realtà, Kate non voleva sentirsi addosso lo sguardo della gente: di James, prima di tutto, che aveva la rara capacità di farla sentire in colpa con una sola frazione di ciglia sbattuta al momento giusto; di sua madre e della suocera, così comprensive all’apparenza ma velenose come serpi quando meno te l’aspettavi; della cognata e del damerino senza spina dorsale che si era sposata, chiamato con sarcasmo Mr. Rose, vacui e inerti nella loro remota fisicità che suonava come un perenne rimprovero alla vitalità genuina di lei.
Tutti i giorni pranzavano e cenavano nel ristorante della nave, in compagnia degli altri americani che viaggiavano insieme a loro, alcuni dei quali erano vecchie conoscenze delle vacanze estive passate a Nizza. La conversazione era movimentata, spiritosa, ricca di argomenti che ognuno infiorettava educatamente secondo il buon uso comune di trovare qualcosa di molto intelligente da dire anche se non si aveva la più pallida idea di cosa si stesse parlando. Il tavolo, composto da dodici persone, era solitamente così disposto: alla destra di Kate e James c’erano i Clark, una simpatica coppia di petrolieri che avevano sempre un mucchio di storielle divertenti sulle miniere da raccontare; sulla sinistra invece si trovavano la signora Emerson, vedova, e figlio, uno scapolo facoltoso dalle molte scappatelle galanti che venivano prontamente messe a tacere dalla solerte madre, che aveva potuto esercitarsi con il marito quando era in vita; davanti sedevano la giovanissima Mary Perkins, sul cui passato si sapeva ben poco ma che era meglio non mettere troppo in discussione, sposa in terze nozze del duca d’Albany, il quale invece si faceva un vanto del proprio libertinaggio, oggetto di retorica in molti dei monologhi con cui spesso si dilettava ad annoiare i commensali di turno; completavano il quadro i rispettabili coniugi Dorrit e gli stimati conti d’Orléans, chiamati “gli inseparabili” per la profonda amicizia che legava tutti e quattro, espressione non esente da una buona dose di sarcasmo che alludeva a una presunta, mai accertata, sfumatura sessuale vigente tra le due coppie. I pasti, consumati assieme come in una caserma di gran lusso, avevano l’andamento di una danza, la grazia dei mimi di strada e il sapore dell’esilio. Ognuno, per motivi diversi, portava un marchio d’infamia invisibile che voleva nascondere e mettere a tacere a tutti i costi. New York non perdonava tanto facilmente gli errori della sua gente, e la punizione poteva essere esemplare: Kate ne avvertiva tutto il peso sulle spalle e James non aveva alcuna intenzione di alleggerirlo.
“Allora mia cara, com’è la vista dalla sua cabina? Oh, quanto invidio la sua posizione, dalla mia…beh, si vede il retro della cucina!”, cinguettò la novella duchessa d’Albany;
“In effetti sono in una posizione davvero invidiabile, ho la fortuna di non vedere nulla di sgradevole!”, rispose Kate con un tono di voce argentino;
“Lo sapete invece cosa vedono i miei scavatori dalle miniere che possediamo nel deserto? Ahahaha, sabbia e cactus, per Giove! Ma con quel sole rovente forse è una fortuna per loro vivere sempre al buio…in questo modo non possono prendersi quelle brutte insolazioni! La mia amata Minnie ne ebbe una l’estate scorsa, le venne una febbre altissima e credetti che stesse per morire…per morire! Diglielo anche tu tesoro, non è vero che stavi per morire?”, disse il signor Clark, facendo sfoggio di tutto il cattivo gusto che aveva a disposizione;
“Oh si, non avete idea della paura! Un caldo, una luce accecante, il delirio per giorni e notti interi…invidio quegli operai, rintanati al fresco”, fece eco Mrs. Clark;
“Almeno, loro sono liberi”, assertii a quel punto lo scapolo d’oro Emerson;
“Via, figliolo…nemmeno fossi in gabbia come un uccellino implume! La tua fortuna, ricorda sempre la tua fortuna…”;
“Si madre, mi rammentate della mia incredibile fortuna circa mille volte al giorno…talvolta ho il fermo convincimento di sentirvelo sibilare anche di notte, all’orecchio…”;
“Via, le tue solite paranoie! Sei libero, nessuno ti controlla!”, esclamò la signora Emerson;
“Ben detto, la libertà è fondamentale per un uomo! La democrazia, il progresso, la rivoluzione industriale, tutte queste diavolerie moderne, rendono l’uomo ancora più libero, ed è questo che io intendo per libertinaggio, come una nuova forma di coscienza non solo personale, interiore, ma anche civile e sociale, in cui….”;
“Oh no, ancora quelle lagne sul libertinaggio…marito mio, non ne avete mai abbastanza? Noi sì però, ve lo posso assicurare, quindi per favore abbiate la decenza di bere ancora un bicchiere di vino e lasciar parlare gli altri”, la duchessa d’Albany bloccò sul nascere l’impeto del marito, che rimesso subito in riga si dedicò all’uso del trinciapollo senza più badare molto alla conversazione.
“Hhihihih, Henry bisbiglia spesso durante la notte”, ridacchiò Ann Dorrit;
“Come prego?”, ribadì Mrs. Emerson;
“Ehehehe, hai ragione Ann! Signora Emerson, pensi che Henry ha sempre qualcosa da dire nottetempo! Un paio di sere fa, declamava Shakespeare se non sbaglio…cos’era mia cara, il Re Lear?”, puntualizzò la contessa d’Orléans;
“No no no, lo nego, era sicuramente il Riccardo III!”;
“Ma se non è mai riuscito a impararlo, ricordi quella terribile figuraccia al gioco delle parti a casa dei Mondrian, l’inverno passato…”;
“Riccardo III, ti dico che era il Riccardo III! Che mi fulmini Zeus in persona se sbaglio! Figuriamoci se non so più riconoscere uno Shakespeare!”;
“Enrico V. Era l’Enrico V, mie care. Vi sbagliate entrambe. La scena del discorso all’esercito”, ribadì con calma ascetica il conte d’Orléans;
“Ahaahha, vecchio satiro..ne sai una più del Diavolo!”, rispose compiaciuto Henry Dorrit, che si era goduto bellamente tutta quella scenetta osservando gli sguardi imbarazzati degli altri commensali.
Kate e James per lo più tacevano, ascoltavano o fingevano di farlo. La volgarità che i loro connazionali spesso e volentieri esibivano non era di loro gradimento, ma quel cicaleccio inconsistente e frivolo li aiutava a non pensare.
Una sera, lei e James s’incontrarono vicino alla prua, durante una passeggiata. Lui, dopo aver fatto un cenno di saluto con la testa, si accese una sigaretta e ne offrì una a Kate. Fumarono in silenzio, assaporando il tabacco e la visione del cielo stellato, bella da mozzare il fiato in gola. Kate ebbe un fremito di freddo, e James le avvolse le spalle con il suo loden di lana pregiata color crema, bordato di capretto. Kate, commossa dal quel gesto premuroso, prese per mano il marito. La sua mano era liscia, fresca, squadrata.
“Sarebbe tutto molto più semplice”, disse infine James staccandosi dalla mano di lei;
“Più semplice cosa?”;
“Se tu fossi mia moglie”;
“Io sono tua moglie…” replicò Kate, confusa;
“Lo sei di fatto, sulla carta, ma so benissimo che per te amarmi è una grossa fatica”;
“Mio caro James…abbiamo già parlato di questo, ti ho spiegato che…”;
“Tu hai spiegato, è vero. E io ho capito. Ma tu ora devi capire me, è assolutamente necessario che tu adesso comprenda me”; la mano di James si strinse in una morsa serrata, metallica, attorno al braccio esile di lei, spaventata da tono del marito e atterrita dallo sguardo che scorgeva in quei lunghissimi attimi di paura raggelante; uno sguardo lucido, duro, soddisfatto di sé, per nulla ferito.
“Siamo intesi allora, dormici su. Con permesso”.

Kate chiese alla sua cameriera personale di pettinarle a lungo i capelli quella sera, prima di coricarsi. Fin da bambina, era un gesto che la rilassava moltissimo e le induceva un sonno profondo.
Il mattino seguente era abbagliante di luce, il cielo terso e azzurro come un ghiacciaio di montagna.
“Caro, sono pronta a tornare a casa”;
James squadrò la moglie da capo a piedi, provando piacere per l’ordine e la pulizia che le vedeva addosso. Sorrise, ma non proferì verbo.
“Se per caso…” continuò Kate in ansia, attendendo di udire un suono, una parola o percepire un cenno.
“Shhhh”.
Il marito seguitò a leggere il giornale: c’era un articolo sull’alta finanza davvero stimolante quel giorno, e il suo thé non era mai stato tanto buono.