Marina Cvetaeva: «nella vita ho amato tutto con l’addio»

«Con leggerezza pensami, con leggerezza dimenticami»

Ho scoperto questa poetessa insieme a Irène Némirovsky. Entrambe sfortunate, morte tragicamente a un anno di distanza al termine di una vita breve, dolorosa, appassionata, che vale la pena di rievocare. Marina Ivanovna Cvetaeva (1892-1941) trascorre l’infanzia in un ambiente ricco di stimoli culturali e compie gli studi all’estero, fino al rientro nella nativa Mosca. Autrice di poesie dai sei anni, rivela un’indole indipendente e si trasferisce a Parigi nel 1909, dove pubblica le prime raccolte facendosi notare nell’ambiente artistico, in cui spicca per influenza e fama Volosin, mecenate e gestore di una casa-convitto letteraria; là, nel 1911, incontra Sergej Efron, il grande amore e futuro marito, padre di Ariadna, Irina e Mur. Nel 1916 Marina si trova a S. Pietroburgo, mentre Sergej è arruolato, e vive una fervida stagione letteraria insieme al poeta Mandel’stam, rendendo celebre nel panorama poetico quella particolare primavera, l’ultima stagione felice. Nel 1917 la rivoluzione bolscevica la separa dal marito per lungo tempo e comporta la penosa scelta, conseguenza di una tremenda carestia, di lasciare la figlia più piccola, Irina, in un orfanotrofio, in cui muore per denutrizione. Finita la guerra, Marina raggiunge Sergej a Praga e nel 1925 si trasferiscono a Parigi, inaugurando un periodo di emarginazione e disgrazia: Sergej infatti inzia a collaborare con la GPU e prende parte all’uccisione del figlio di Trotskij e di un agente della CEKA. Marina, sconvolta e all’oscuro di tutto, non vuole credere all’evidenza, nega di sapere ma viene additata come traditrice della patria e del partito, allontanata e defraudata di tutto. Nel 1939 Ariadna viene deportata nei gulag e Sergej fucilato. A Marina, povera e sola, non resta che ritirarsi in un paesino anonimo della Russia, sperando nell’aiuto dei vecchi amici scrittori, che non giungerà mai. Annientata dalla delusione, dalla fame, dalle lamentele del figlio Mur, il 31 agosto del 1941si impicca nella sua casa a Elabuga, lasciando un biglietto che scompare subito. Nessuno partecipa ai funerali e a tutt’oggi non si conosce il luogo della sepoltura. Una versificazione dolce, pregna di una sofferenza annunciata caratterizza l’anima poetica della Cvetaeva, in cui il senso di straniamento e distacco dalla storia, in un periodo così marcatamente contestualizzato, si fonde con la fatalità luttuosa del futuro, già parato davanti agli occhi, e con la tragica consapevolezza di essere destinata a morire presto. Grosse fragole di cimitero, tombe, voci sotterranee popolano l’immaginario di Marina, che possiamo ricostruire attraverso gli scritti fortemente autobiografici, dalle lettere alla figlia Ariadna alle poesie, transitando attraverso le prose teatrali e le opere di narrativa: i luoghi abbandonati, il fermento letterario, l’infanzia e l’adolescenza, il dolore dell’età adulta, tutti salutati con fermezza ed enfatizzati con malinconica preveggenza. L’Addio, come fulcro di sapere e oracolo imprescindibile dell’esistenza umana.

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