Stile e sventura: la principessa Bibesco

 C’era un tempo in cui le donne si abbigliavano con guanti e cappello; in cui i capelli raccolti o la pelle nuda di un polso diventavano vanto e dicerìa, erotismo e diniego. Frugando nel cesto di una bancarella di libri ho scoperto lei: Marthe Lucile Lahovary principessa Bibesco (1886-1973), écrivain français come recita la pietra tombale, «scrittrice perfetta – disse Proust – tanti artisti riuniti: uno scrittore, un profumiere, un decoratore, un musicista, uno scultore, un poeta», «bella e geniale», «le parole simili a gioielli incastonati». Figlia del ministro degli Esteri della Romania e moglie del terzo principe Bibesco, nata nei pressi di Bucarest, visse fin da bambina a Parigi e nel suo salotto transitò tutto il bel mondo dell’arte e della cultura, come Gèrard de Nerval, Anatole France e Marcel Proust, che conobbe nel 1911 a un ballo e a cui dedica tre libri: Au bal avec Marcel Proust (1928), Le Voyageur voilé (1947), La Duchesse de Guermantes, Laurie de Sade, comtesse de Chevigné (1950). Altre opere: Les Huits Paradis (1908), premio letterario da parte dell’Acadèmie Française, Alexandre l’Asiatique (1912), Isvor (1923), Catherine-Paris (1927), La Vie d’une Amitié (1951-’57), La Nymphe Europe (1960), Le confesseur et les poètes (1970) e Le Perroquet Vert (1924), oltre ad alcuni romanzi d’appendice, sfida letteraria mondana, pubblicati sotto lo psudonimo di Lucille Decaux e i 18 ritratti di donna commissionati da Vogue nel 1927, composti sulla scia della classica tradizione francese dei portraits, i cui titoli ne riflettono già l’eleganza e l’acutezza psicologica: Fabienne o la coscienza professionale, Cora o la diversità, Tiburce o la passione della maschera, Odette o non desiderare il vestito d’altri e così via, editi nel 2005 dalla Sellerio con il titolo Nobiltà dell’abito. La vita di Marthe scorre sul filo di tragici lutti: il fratello Georges morto da bambino, fantasma nutrito dagli inconsolabili genitori che ne perpetueranno all’infinito il culto necrofilo negando l’amore alle figlie, il suicidio del cugino Emmanuel nel 1915 e della sorella Marguerite nel 1918, nonché quello della madre. Tutti narrati nel romanzo fortemente autobiografico Il pappagallo verde (Sellerio, 1991), in odore di morte, surreali reincarnazioni generazionali e incesti sussurrati con decadente compiacimento. Ma la Principessa sopravvive alla valenza distruttiva della propria storia familiare, spezzandone l’eterno ritorno e avvisandoci che per lei «morire non sarebbe abbastanza: voglio anche gioire della mia vita». Troppo bella, troppo amata, troppo spavalda per non competere con il mondo

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