Censura infantile

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La prima volta che entrai in contatto con la censura avevo dieci anni ed ero in quinta elementare. Le maestre avevano da poco ideato il progetto della biblioteca di classe: ogni alunno doveva portare dei libri per arrivare a completare, entro fine anno, un vero e proprio archivio di letture. Io, da accanita lettrice e giovane scrittrice in erba, ero entusiasta dell’idea e decisi di condividere con i miei compagni i libri favoriti, da Roal Dhal a Bianca Pitzorno, passando per le collane dedicate a ragazzi e ragazze della Mondadori intitolate Super Junior, Gaia Junior e Giallo Junior.
Una mattina, mentre percorrevo il corridoio per giungere in classe, mi imbattei in una mia compagna che inseguiva la maestra di matematica con una veemenza insolita e un cipiglio davvero arrabbiato. La frase che ripeteva a voce alta, con tono alterato e stranamente serio per una bambina di quell’età, suonava più o meno così: «Sesso, droga, prostituzione e molto altro!Lei deve fare qualcosa!». Quando si girò dalla mia parte e mi vide, la reazione fu immediata: si fermò, serrò le labbra fino a renderle una linea sottile e rigida e mi puntò il dito indice contro. Mi sentii messa a nudo. Per un momento, un preciso attimo di vita che non dimenticherò mai, il caos tipico di una mattina scolastica qualsiasi cessò di esistere e tutti si zittirono per guardarmi. Era evidente che fosse successo qualcosa di cui io ero totalmente all’oscuro. Solo quando scoccò la campanella della ricreazione, dopo ore accompagnate da un interminabile silenzio, occhiate malevole e sguardi carichi di rimprovero, seppi a cosa era dovuto quel clima di muto ostracismo nei miei confronti. Pare che uno dei libri da me deposti nella biblioteca di classe avesse suscitato un certo scandalo, il cui clamore era serpeggiato in tutte le quinte della scuola passando febbrilmente di bocca in bocca e di mano in mano. Non si era svolto alcun processo, nessuna giuria pronta a essere equa e soprattutto nessuno che testimoniasse a mio vantaggio.
Il testo incriminato s’intitolava Il cuore in tasca e sebbene io non riesca a ricordare il nome della giovanissima autrice francese, posso però rammentare con sicurezza fotografica la copertina, la consistenza, nonché l’odore delle pagine sfogliate centinaia di volte e la trepidante emozione quando mi accostavo ad esso. Una bella ragazzina mora, dagli occhi grandi e scuri, stupefatti eppure lucidi di buon senso, mi scrutava da lì sullo sfondo di una donna bionda con i capelli al vento. Credo sia stata proprio la copertina a indurmi ad acquistare il libro, in una delle mie spedizioni settimanali in libreria. Spesso mi chiedo se sia sopravvissuto alla corsa inesorabile del tempo e al passare errabondo degli anni. La giovinezza insolente si porta via molte cose dell’infanzia. La storia, scritta in una prosa semplice e appassionante, era avvincente e ammetto che non mi aveva neppure sfiorato l’ipotesi che potesse essere causa d’indignazione da parte dei miei coetanei. Io ci avevo visto dentro solo la vicenda avventurosa e shockante di una ragazzina simile a me alla ricerca di risposte.
La protagonista era una quindicenne che viveva a Parigi con la madre, una seducente prostituta di nome Véronique, frequentava il liceo scientifico ma era una frana in matematica, era innamorata del compagno di classe borghese Julien e desiderava ardentemente sapere chi fosse suo padre, se uno qualsiasi di una notte, quell’uomo affascinante che l’aveva turbata ma si era rivelato un crudele protettore o qualcun altro con cui c’era stato un rapporto d’amore e affetto. Prima di giungere all’epilogo, si passava attraverso una quantità di esperienze e personaggi: la prostituta sfortunata dal cuore d’oro e dall’infelice destino, il soggiorno in Bretagna dai parenti della madre, la “prima volta” con l’amico Julien, l’amicizia con un cagnolino randagio, l’incursione nel bordello, le corse in motorino per le vie di Parigi, la notte passata a risolvere un difficilissimo problema di matematica, il ricovero della madre in ospedale per un duro pestaggio e l’amore misto a odio per questa complicata figura femminile di riferimento. In conclusione, il padre era un delinquente di piccolo calibro che si trovava in carcere, ma aveva profondamente amato Véronique e ne era stato ricambiato. «Ricordati di portarmi le arance la prossima volta», o qualcosa di simile, è una delle ultime battute con cui questo padre ritrovato, indurito dalla vita e dall’aria bulla, si rivolge alla figlia con sguardo commosso.
A me pareva una storia davvero bella, che mi faceva sentire grande e fragile, arrogante e impaurita. Certo, un po’ forte lo era. Alcune cose non appartenevano al nostro mondo di bambine delle elementari, ma ciò che suscitava non era un senso di inadeguatezza o morbosa curiosità per un ignoto intrigante, quanto una malìa interiore e segreta per un universo parallelo che da lì a qualche anno poteva anche inghiottirci; le prime cotte, i misteri del sesso, il dolore che spesso solo i parenti più stretti possono dare, la solitudine dell’abbandono e l’euforia della ricerca, verità agognata pretesa con irrequietezza infantile. E poi Parigi…Cosa diceva il buon vecchio Henry, in quel passo memorabile di Tropico del Cancro? «Tutti, prima o poi, hanno abitato qui. Ma morire, qui non muore mai nessuno, qui…». E noi non volevamo morire, IO non volevo morire tra le polveri leggere di una banale formazione che avrebbe annacquato e inaridito ogni mia risorsa. Volevo crescere equipaggiata degli strumenti adatti al sapere senza perdere in intuito e fantasia. Crescere con la consapevolezza che la vita è un moto ondoso da osservare con buon senso -per non cadere in balìa- e vivere con coraggio -per non rimpiangere poi quel che poteva essere allora-, tenendo sempre presente il sentore della nostalgia e dello smacco. E poi tornare indietro, ripescare, rattoppare, ricordare a cuore rotto ma con un caldo e rassicurante corpo vicino, «scivolare indietro al proprio humus e risognarsi a Berlino, a New York, a Chicago, a Vienna». Infine, l’illuminazione: «Vienna non è mai tanto Vienna come a Parigi».
Tanto bizzarra da essere inconcepibile, geniale, insondabile. Ti smuove dentro, come una ragazzina lanciata a razzo su un rottame di motorino alla ricerca di padri e puttane per le vie intricate di Parigi, tentacoli organici palcoscenico di umane commedie. Non sai cosa significa, è quasi un paradosso verbale, ma senti perfettamente quanto sia vero. Perdere una persona amata e riscoprirla in ogni dove; essere sgridata dalla maestra e desiderare come non mai di trovarsi a casa, con tua madre; traslocare, e piangere per quegli angoli remoti che altri abiteranno; fare un viaggio e poi smettere, all’improvviso, di desiderare luoghi lontani; tradire e venire traditi rovinando tutto, per un effimero piacere o un atto di estrema vanità.
A dieci anni non si sa niente di tutto ciò. Si pensa selvaggiamente e si gioca. La mente galoppa a briglie sciolte, ma certe sensazioni sono così forti da restare impresse per sempre, primi sintomi di un Io adulto che inizia a formarsi sulla base di acerbe libertà, ristrettezze educative e scostanti ribellioni. A dieci anni, in compenso, si sa che sognare è lecito, che siamo tutte delle principesse, che a sedici potremo truccarci e che l’entusiasmo non sbaglia mai. Fino a prova contraria.

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7 thoughts on “Censura infantile

  1. È terribile questa storia. Terribile pensare che nella mente di una bambina cosí picvola, come la tua compagna, ci fossero già tabu e proibizioni e vergogna e perbenismo. Censura della mente

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