E Ate bussò alla porta

«Quell’uomo io lo ritroverò
in qualche angolo del mio Inferno»
Marguerite Yourcenar, Fuochi, Clitennestra o del crimine

«Troverà il sangue di coloro di cui cerca le tracce»
Eschilo, Agamennone

Notte. Buio. Pioggia. Il tempo perfetto per un crimine. Si, perché in questa notte buia e piovosa sto per commettere un crimine, e non avrei mai sperato in un tempo migliore. Una catarsi, un promessa di successo. Ma prima di questa notte devo fare un passo all’indietro, un passo lungo 365 giorni. Un anno fa esatto, quando ancora non sapevo che stavo per buttare tutto nel cesso, quando non potevo immaginare che prima o poi sarei arrivata al punto di scivolare sottile tra i vicoli, guardinga, alla ricerca del Messaggero. Ma procediamo con calma. Un anno fa mi ritrovavo ad essere annoiata e in crisi. Leggevo, scrivevo, guardavo film, parlavo, ridevo, ma ogni tanto mi sentivo sola, avvertivo la mancanza di una comunicazione più profonda. Ed è qui che entrò in gioco l’ED. Gli ED sono essere subdoli ed estremamente furbi, si annidano come parassiti ai margini dell’infelicità altrui per cogliere di soppiatto al momento opportuno. E nessun momento è tanto opportuno quanto un periodo di noia esistenziale. Stupido spleen, incubatore di follia e ardito sadismo, fai commettere agli uomini le azioni più stupide e ingenue, pur di non sentirti blaterale a ogni ora del giorno e del sonno. Hai colpito anche me, in una girandola viziosa di illusioni e falsità mutevoli come un caleidoscopio proteiforme. Una volta recisi i tuoi tentacoli, c’è sempre un pezzetto che rimane scoperto, fuori posto, pronto per tornare a colpirti presentandoti il conto. Gli ED sono gli Elementi Di Disturbo nel peggiore dei casi, Di Distrazione nel migliore. Io ho passato entrambe le fasi: quella che credevo essere una distrazione innocua si è poi rivelata un enorme, colossale, machiavellico disturbo cronico dalle pessime intenzioni. E stanotte sono qua per presentargli il suo, di conto. Ma non divaghiamo.
Conobbi il mio ED per caso, in una situazione del tutto innocente, priva di ogni malizia e ambiguità. Appassionati di cinema, conosciuti in un sito per cinefili insieme ad altre persone, semplicemente un sabato pomeriggio ci incontrammo di persona. Nulla di che insomma. Il mio abbigliamento era alquanto banale e anonimo, la gente ordinaria come mi aspettavo, tranne il mio ED. Lui no, aveva quel qualcosa in più, il famoso e ineffabile quid. Era bello? No. Era alto? Decisamente no, tant’è che rimasi stupita potesse esistere un uomo tanto magro e sottile. Magari era dotato di una sensuale voce musicale? Negativo anche in questo caso. Lo stile, sicuramente era lo stile, sapeva vestirsi come neanche il figlio in provetta di Armani e Valentino avrebbe potuto fare. E indovinate? No. Per carità, non che fosse da buttare. Era uno di quei piccoletti arzilli, grintosi, entusiasti della vita e un po’ sbruffoni. Tutto il contrario del mio fidanzato. In fatto di uomini, ho potuto constatare l’esistenza di due esemplari costanti di individui: il primo (=A), quello cui è facile affezionarsi, colpisce subito per il calore emanato e pare provvisto di mille virtù, il cui sfoggio maniacale è all’ordine del giorno; il secondo (=B), il duro e puro che sta sulle sue, poco comunicativo, sembra non abbia molto da dire, spigoloso ma dolce. I rischi sono elevati sia con A che con B, non lo nego. L’individuo A è ammaliante, per un certo periodo di tempo ti convince. La sua sicurezza venata di adorabile fragilità, la capacità di entrare in empatia e stabilire un immediato feeling con chi ha davanti; la premura sollecita che ci mette nel fare le cose, le parole giuste, appassionate, mosse dall’emozione, la compiacenza infinita nei tuoi confronti, una sorta di deferenza regale che ti fa credere sia un essere indifeso, da proteggere, da amare. È facile amare l’individuo A, quello dai grandi slanci, dal sentimento romanzesco. B invece ha una che luce brilla meno, all’inizio: parla poco, dice solo quello che è necessario, ascolta e tace, ponderando bene il dialogo. Si esprime sul qui e ora, con la voce ferma, decisa, senza offrirla all’impulso del cuore più del necessario. Una donna che cerca tenerezze, melassa, romantiche dichiarazioni, non troverà il tesoro agognato nell’individuo B, bensì in A. Mentre B vive se stesso nel proprio intimo, A esprime sulla superficie visibile tutto il suo essere; B ama profondamente, con apparente moderazione ma reale sostanza e passione, A venera l’oggetto del desiderio travolgendolo con una vampata di fuoco. Ci sono delle regole, con questi uomini, importantissime per andarci d’accordo. Ma le regole portano per loro natura alla rottura delle medesime, alla trasgressione. B, l’uomo da scoprire, non vuole essere sottovalutato e se ti prendi gioco di lui troppe volte, abusando della sua pazienza e bontà, l’hai perso per sempre; A, l’uomo nudo, non vuole che tu interrompa il gioco, tu abbia un momento no o ti sia stufata di recitare la parte dell’idolo: i suoi standard sono elevatissimi, non puoi permetterti cedimenti, ripensamenti, inversioni di marcia. Una volta che ti sei lasciata amare nel modo in cui lui ha voluto, lo pretenderà di nuovo. E così l’individuo B potrebbe rivelarsi effettivamente inadatto, con ben poco da scoprire, potresti entrare in contatto con la sostanza meravigliosa che avevi intuito. Rotto il tabù, B sarà un uomo generoso, leale, onesto, orgoglioso, una specie di gentiluomo dal retaggio ottocentesco, un Mr. Darcy ridimensionato o un Jude l’oscuro più loquace. Di contro, A potrebbe essere un omuncolo baldanzoso che esaurita la scorta di passione incamerata in anni di inattività non presenta alcuna attrattiva vera. Il classico fumo ma niente arrosto. Allora non ti resta che chiudere la relazione e tanti saluti, qualche lacrimuccia e molte belle parole. Come per B c’è il rovescio della medaglia, anche A nasconde la sua insidia. Il pericolo latente in A, annidato nei meandri non del cuore bensì di una mente la quale non ha mai smesso un secondo di macinare, è il capriccio, la vanità, la boria e l’egocentrismo che lo contraddistinguono e lo conducono a deviare la sua insana venerazione amorosa, un mezzo per adorare ancora di più se stesso, verso i territori dell’odio e della vendetta. A quel punto tu non potrai lasciarlo, perché inizierà solo un altro tipo di gioco rispetto al precedente, un divertente passatempo in cui gli esercizi del potere vengono invertiti e l’idolo, abbattuto dal piedistallo, si trova costretto a correre, correre, correre prima di essere acciuffato dal sacerdote, il quale non si accontenta di un chiaro e irreversibile no, ma ha bisogno di un altro, estenuante si. A, la grande illusione, è quello che comunemente viene definito come un persecutore, un maniaco e un molestatore. A commette il peggiore dei peccati secondo l’etica classica, è colui che cova dentro di sé il sentimento della hýbris, la tracotanza, la superbia delle proprie convinzioni, che come scopo non ha il bene comune o la giustizia ma solo la mera soddisfazione dell’autocompiacimento personale. A è Niobe, che lodando l’estrema bellezza dei figli oltre il divino li condanna a morte certa.
La prima volta con A ero giovane, innamorata fino all’eccesso, ebbra. Credevo in lui, mi ci ero affidata; sono cascata nella rete subito, non ho esitato a farmi coinvolgere nel delirio psico-sado-masochistico che mi proponeva quotidianamente senza mai chiedere il permesso. Ma stavolta è diverso. Stavolta lo sapevo…qualcosa di me, un istinto ferino di sopravvivenza, aveva avvertito un sentore di malessere aleatorio. E nell’istante in cui la sua voce compiaciuta disse “tu mi hai rovinato, e io rovino te”, presi la mia decisione senza esitare. Quell’uomo avrebbe pagato caro l’offesa arrecata. Padrone del mio destino, elevato al rango di Dio, in una notte buia e piovosa gli farò vedere quanto sangue può sgorgare dall’esile isteria di un omuncolo accentratore che ha osato sognarsi campione.

Non sapevo con esattezza dove fosse la dimora del Messaggero, ma tanto lui non aveva orari, e io mi ero presa la nottata libera. Certe cose necessitano di tempo, pazienza, sangue freddo. Quando avevamo fissato i nostri accordi mi aveva detto che una X rossa di vernice indelebile segnalava la presenza del suo territorio suburbano e indicava la via. Eccola, quasi impercettibile, al limitare di un muro scivoloso e stantio. A fianco, scale di pietra dura che pareva scendessero nella bocca dell’inferno. Bussai con vigore, all’inizio timida e poi più decisa, in un crescendo di emozione. Il rumore di una chiave, ed ero dentro. Il calore della pioggia dimorava in quella stanza confusa, anonima. Il Messaggero, seduto comodamente, mi fece cenno di avvicinarmi e sedere vicino a lui.
Rimasi stupita per la giovinezza del suo volto, tanta era la fama delle sue azioni. Si mormorava di decine e decine di annientamenti al mese. Annientamenti. Lui amava chiamarli così…come se si limitasse a far sparire qualcosa di molto piccolo in un mondo troppo grande, senza conseguenze. Un Tesla del nostro tempo, magico prestigiatore di vita e di morte. Le regole erano semplici e chiari, il danno irreparabile. Una persona che scompare in cambio della salvezza, incubi cancellati per sempre, il compito del tormento lasciato solo alla mia coscienza. Ci avevo fatto bene i conti, con la mia coscienza? Si, nessun rimorso, nessun rimpianto. Doveva sparire. Non soffrire, non urlare, non piangere, non tremare. Solo, sparire.
“Ho lavorato un casino per riuscire a rintracciarlo sai? Furbo, il tuo uomo”;
“Non è il mio uomo”;
“Si, come vuoi…ora che ce l’ho qui, inerme, mi basta premere il grilletto. Sei ancora in tempo per un contrordine, alzare il culo e non farti mai più rivedere da queste parti. A volte, basta essere arrivati fino a qui per spegnere quel fuoco”;
“E a volte bisogna arrivare fino alla fine. All’ultimo respiro. Non è vendetta quello che sento, ma istinto di conservazione. Voglio sopravvivere”;
“Che brutta stronza bastarda. Guardalo…hai il potere…”;
“Ma tu perché cazzo fai un lavoro se poi lo disprezzi?”;
“Non avevo niente di meglio da fare, suppongo. Tu si però”;
“Tipo?”;
“Prenderti le tue responsabilità. Lasciarlo libero, precedere le sue azioni e spiegare ogni cosa a chi hai fatto torto. Se ti ama, con il tempo capirà. Devi correre il rischio”;
“Ma vaffanculo vah. Fallo”;
“Non si torna indietro. Sparirà. Per sempre”;
“Bene, una ripulitura coi fiocchi. Spara”.
Bum. L’incredibile senso di sollievo che sentii all’istante mi ripagò del terrore vissuto in quelle settimane, in quei mesi. Colpa? Coscienza? Non ancora…Amore, profondo e grato amore, questo sentivo. Guardai nella webcam e gustai sprezzante la scena che mi si presentava. Un uomo finito, distrutto, disperato. Attonito.
“Questa sarà l’ultima cosa che leggerai da qui a pochi secondi. Lo schermo è nero? I comandi non rispondono? Si lo so…Perché stai morendo. Tra qualche istante perderai tutto, ogni maledetto file. E-mail, film, musica, sms, fotografie…tutto. Carine le lettere. Quando pensavi di spedirle? Oggi, domani? Non penso proprio. Penso invece che ti ho fregato. E che non hai più nessuna prova contro di me. Esiste solo la tua parola, i ricordi, la memoria…ma sai a chi gliene importa? A nessuno. Perché io non ti conosco, non ci siamo mai conosciuti. Non ti ho mai amato. E ora sei costretto ad ascoltarmi. Hai perso. Nessuno saprà mai nulla di noi. Con questo tasto, farò sparire il tuo mondo, e il nostro. Addio”. Click.
Pagai profumatamente il Messaggero. Quanto mi costò l’aiuto del più giovane, abile e virulento hacker informatico del paese, accidenti a lui.

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