I pulcini della fiera

L’estate di Maria si agitava sconnessa da un parente all’altro. I suoi genitori erano divorziati da tanto tempo e gli anni polverosi trascorsi, uno dopo l’altro, senza che essa ne risentisse in particolar modo. E poi, era comodo avere tre famiglie: una mamma, due papà, un fratello, tre nonni, tre nonne, una quantità smisurata di zie e cugini. Vacanze multiple. Tutte le amiche la invidiavano, soprattutto quelle che non avevano mai conosciuto i nonni, scomparsi prima della loro nascita. La vacanza preferita era quella con la mamma, ovunque posto si andasse; mangiava prelibatezze, vestiva all’ultima moda, era coccolata, faceva placidamente i capricci, si crogiolava nel benessere che lo stato di bambina le concedeva generosamente. La vacanza paterna aveva sempre un sapore amaro, greve, molle come un succoso frutto troppo maturo, in perenne bilico sopra un ramo privo di equilibrio. E poi non poteva vedere la mamma né sentirla tanto spesso al telefono.
Partivano in piena notte, verso le quattro; Maria restava raggomitolata nel letto benché avvertisse il sommesso rumore del padre che caricava la macchina, finché la prendeva tra le braccia e l’adagiava sul sedile posteriore, dove era stato ricavato per lei un giaciglio di fortuna con coperte e cuscini. Amava aprire gli occhi verso le sette e mezzo del mattino e consumare la colazione in qualche autogrill di passaggio, osservando gli altri avventori dallo sguardo assonnato e i movimenti lenti, pesanti. Mano a mano che si scendeva il paesaggio mutava e il cuore pulsante del Sud si mostrava sempre più nudo, brullo, spoglio, bruciante. Il transito lungo Cerignola costituiva una meta di morboso interesse, tanta era la fatiscenza arcaica che offriva agli occhi sgranati dei passanti, con le strade non asfaltate, le automobili arrugginite, i bambini scalzi e ridenti che sgattaiolavano da una parte all’altra con noncuranza infantile. Poi, più giù ancora, ecco la tomba del conquistatore Roberto il Guiscardo che salutava e dava il benvenuto, fino alle massicce pietre squadrate e rudi del cimitero di Venosa, svettante su un’altura erbosa e secca posizionata sul lato destro, dove sarebbe stata sepolta la povera nonna di Maria anni dopo.
Entrati in paese, l’attesa si faceva febbrile. Maria, dal finestrino abbassato, scrutava affamata le vie assolate, i cani randagi, raminghi per necessità, i vecchi seduti fuori dalle case sugli sgabelli di legno, vestitissimi di tutto punto nonostante la calura incisiva satura di umori acri, con i cappelli ben calati in testa, i pantaloni lunghi, il maglione buono, le calze nere opache. Imboccato il parcheggio del condominio in cui abitava il nonno, si tirava un sospiro di sollievo e la stanchezza prendeva il sopravvento.

Maria non scorderà mai l’odore che la invadeva non appena varcava la soglia della cadente palazzina giallo ocra dal cortile ventoso e immobile. Era il sentore del formaggio rancido, del vino imbottigliato, dei fichi freschi di cui era ghiotta, del disinfettante usato per pulire le scale, degli anziani avi che non avevano mai abbandonato quella terra aspra, rocciosa, difficile, da cui invece suo padre era scappato tempo addietro e che pareva sedurlo nuovamente ogni volta, vincerlo con la paura del passato e la nostalgia del ricordo.
Il nonno non era cerimonioso. Non sgarbato, ma di certo severo e duro. Generoso, all’occorrenza, ancorato alle abitudini da contadino, con la sveglia alle quattro e la sostanziosa colazione a base di pane, pomodoro, vino. L’appartamento era piccolo, modesto, lindo. Maria dormiva sul divano-letto situato in salotto, ma poteva aggirarsi dappertutto. Amava ogni angolo, ognuno per un particolare motivo. La cucina, in cui aleggiava sempre, giorno e notte, un delizioso aroma di cibo casereccio e genuino come focaccia, pasta fatta in casa, dolci spumosi, frutti colti al momento.
Era il regno della povera nonna, tempio di una pace dolente senza attese, senza ambizioni, senza bisogni. Maria la ricorderà così: curva, magra, sdentata, remota, dolce. Con lei ha imparato a fare le orecchiette e a guardare le stelle, una fulgida notte di S. Lorenzo in cui era troppo piccola per scendere in cortile. Il loro raccolto, mesto momento di felicità, via dagli uomini e dalle parole taglienti dette in quel dialetto violento, roco e spezzato che Maria a stento comprendeva ma si sforzava di apprendere.
Quando in casa non c’era nessuno, il nonno era nei campi a sgobbare, il papà in villa a salutare i vecchi amici, la zia zitella a fare la spesa con la nonna, schiave errabonde nero vestite, Maria entrava di soppiatto nella camera dello zio, il giovanotto di famiglia la cui espressione rancorosa e malinconica sembrava avesse ereditato il peso di intere generazioni di braccianti. Inquieto, frustrato, geloso della fidanzata come dei fratelli che avevano ottenuto maggior fortuna nella vita, magro ed emaciato, passava le giornate lavorando qua e là, fumando, dormendo, lamentandosi bruscamente per ogni alito di vita altrui. Collezionava fumetti, quelli mitici degli anni Ottanta e Novanta, come “Skorpio”, “Il monello” e così via, con i disegni maliziosi e marcati di donne pettorute dalle labbra carnose e guerrieri muscolosi dalla perenne sigaretta. Maria adorava leggerli di nascosto: si impossessava di intere pile di giornaletti, si sistemava sul divano-letto, bene attenta che non arrivasse nessuno, e scientificamente li passava in rassegna uno dopo l’altro, scrutando tutti i disegni e ridendo di quelli più sconci.
Una volta abituata di nuovo all’ambiente, così diverso dalla sua rigorosa e benestante cittadina del Nord, era pronta a uscire. La prima visita da fare era quella di rito alla matriarca del paese, la madrina del padre, ormai talmente vecchia da aver quasi perso i connotati umani per assumere le fattezze di una strega buona, farfugliante magiche parole incomprensibili, raggrinzita come un fiore verdeggiante lasciato troppo tempo al sole e prosciugato della linfa vitale. I baci, gli abbracci, le carezze impetuose della centenaria signora non erano una prova piacevole, ma segnavano il pedaggio per il suo soggiorno, quasi un battesimo necessario, dopo di che Maria era libera.
La passeggiata in villa rappresentava il massimo trionfo: ecco la straniera, la ragazzina del Nord! Interi gruppi di coetanei attendevano l’estate solo per vederla, come fosse una piccola divinità orientale da cui ci si aspetta promesse e oracoli. Maria transitava mollemente tra le vie, mangiando un gelato, bevendo dalla fontanella, consapevole dello stuolo affascinato e silenzioso costituito da biciclette sgangherate e bambini di tutte le età che le camminavano appresso incuriositi. Nessuna era graziosa e pulita come lei, con gli abiti firmati, i sandali coordinati, i capelli a caschetto castano-ramati lisci e lucidi come una parigina. Amava lo sguardo avido che si sentiva scivolare addosso e che ricambiava con slanci di amicizia e generosità.
Verso la metà di agosto tutto il paese era in fibrillazione per l’evento tradizionale più importante dell’anno, cui ci si preparava già dall’inverno precedente: la festa di S. Rocco, il patrono locale; erano giorni di felicità assoluta, in cui ognuno poteva reclamare la propria fetta di gioia, soddisfazione e speranza. I bambini e i ragazzi non avevano coprifuoco, le ragazze si abbigliavano con cura, ammiccando maliziose mentre passeggiavano tra le bancarelle di dolciumi e davanti ai giovanotti impomatati, con la camicia smagliante, che rispondevano insolenti ai sorrisi delle loro belle per poi balbettare arrossiti se qualcuna dimostrava più audacia del previsto e si staccava dalle amiche per scambiare due parole in privato. I vecchi parlavano animosamente al bar concedendosi un bicchierino in più di quel vino denso e odoroso che avevano prodotto loro stessi; le anziane mostravano un’insolita allegria, libere dal soffocante giogo nuziale, e sbucciavano i pomodori per la salsa di settembre cantando armoniose, dimentiche del marito, dei figli, delle rinunce e dei rimorsi passati. Le donne non ancora sposate avevano un posto d’onore e si aggiravano, scortate dalle amiche già accasate, da un’abitazione all’altra nella speranza di un gradevole incontro. Le cosiddette zitelle, tra le quali la timida zia di Maria, non erano tanto fortunate. I vestiti troppo succinti o troppo monacali, il trucco pesante, il fard rosa acceso e i capelli cotonati, spesso venivano guardate per scherno o pietà, raramente per interesse.
“Ah guarda Teresa..ma dove va conciata così..che crede di avere ancora vent’anni? Doveva accettare quello che le veniva, anni fa..ma no, superba, pensava di meritare di meglio! E ora è la sua amica Rosa che si è sistemata, e lei qua che langue…”
“E Marinella? Ma è vero che ci ha fatto l’amore con quello là, l’imprenditore, che poi se n’è andato? Mah…”. E così via, tutte le sere, tutte le notti, scorrendo tra secoli e secoli di festa.
Più dei balli, delle danze, delle bancarelle ricolme di libri usati, vestiti, gioielli, attrezzi, Maria aspettava la vendita di Ferragosto, la sera del quindici. Dai campi della regione giungevano carri e carri di agricoltori e braccianti pronti a pubblicizzare e scambiare la loro merce, o a cederla per piccoli compensi adatti ad ogni tasca, dal ricco al poveraccio, dall’adulto al bambino, il quale aveva risparmiato come una formica, volenteroso e testardo, per avere il suo piccolo premio e pavoneggiarsi con amici e rivali. Maria aspettava impaziente un contadino di Barile, la città natale della nonna, abbronzato e nodoso come un tronco secolare, ma con uno sguardo stranamente non indurito, carezzevole e grato al mondo che non l’aveva abbattuto ma solo rinvigorito. La sua merce non la voleva nessuno, tanto era arrugginita e appartenete, forse, a un’altra epoca, ma tra ferri vecchi, mussole ingiallite, quadretti sbiaditi, argenterie dimesse, c’era il cesto. Il cesto dei pulcini. Un enorme contenitore foderato di morbido e bianco cotone, da cui proveniva un sonoro e uniforme pigolio, disperato e dolce da spezzare il cuore. Mille lire per un pulcino, e potevi scegliere quello che ti piaceva di più. Maria ci metteva ore a sceglierne uno, tanto che il contadino, divertito da quello spettacolo, offriva sempre qualcosa da bere o da mangiare, qualcosa di delizioso che le porgeva con gli occhi lucidi per il piacere e la soddisfazione. Maria tastava le testoline morbide e soffici dei pulcini una per una, li prendeva nel palmo della mano e tentava di coglierne lo sguardo, esclamava “Oh!” quando s’imbatteva in qualche esemplare bizzarro, con una macchia marrone sulla peluria giallognola o una zampa spezzata. La scelta avveniva tramite una serie di profondi ragionamenti congiunti agli aneliti della sensibilità. Doveva sentire, doveva capire il perché, sapere che doveva essere quello e basta. Ormai a nessuno dei bambini del paese importava più di quei pulcini, e seppur non osassero schernirla la osservavano ugualmente di traverso. Un’altra delle sue stranezze, pensavano, da cittadina non abituata agli animali, e avevano ragione.
Finalmente, dopo incredibili tribolazioni, Maria si fermò, alzò lo sguardo ansioso, complice, sul contadino e si scambiarono un sorriso di assenso. Anche per quell’anno aveva scelto, e la decisione era ricaduta su un minuscolo, tenerissimo, leggermente guercio pulcino dal vello aranciato e dal verso ammiccante. Con orgoglio lo prese tra le mani e diede le mille lire al vecchio che esultava di quel reciproco, tacito accordo da cui entrambi uscivano, chissà per quale motivo, arricchiti e fiduciosi.
“Ci vediamo l’anno venturo”-le disse- “abbi cura di lui, che è un po’ orbo. Dovrai vedere per due.”
“Ci conti, non lo lascerò mai solo, starò con lui giorno e notte!”, rispose Maria.

L’anno venturo il contadino di Barile non venne. Le dissero che era morto. Un uomo sulla quarantina aveva preso il suo posto, il marito della figlia forse, che passava le serate a bere birra, bestemmiare e detestare quell’odiato mestiere fatto di catene e ustioni. Il costo dei pulcini era passato da mille lire a duemila, ma il loro aspetto era peggiorato; sembravano infelici, scheletrici, pigolanti tristezza.
Maria si avvicinò sospettosa, con il viso indignato, e lo sguardo fulminante, infastidito che le restituì il brutto ceffo la fece rabbrividire. Girò la schiena e se ne andò, correndo a perdifiato, tenendo ben strette le mille lire per non perderle. Alla fine, non sapendo che fare, si comprò un gelato al cioccolato e passeggiando smarrita lo gustò con nostalgia fino in fondo, assaporandolo con la delusione sconsiderata della giovinezza tradita.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...