La crociera

Liberamente ispirato alla lettura dei romanzi di Edith Wharton

Kate osservava il mare con attenzione. Assorta, intensa, dolorante di mestizia, ripensava agli ultimi mesi della sua vita. Dopo due anni di matrimonio con un uomo che aveva imparato ad amare, si era lasciata trascinare in un’avventura sbagliata che l’aveva quasi condotta alla rovina. Scoperto il tradimento, ormai palese sotto gli occhi di tutta la buona società newyorkese, suo marito, umiliato e distrutto, senza mai scordare quel contegno dignitoso e aristocratico che sempre era stato un segno di distinzione e decoro, le chiese cosa intendesse fare. In realtà Kate, quando l’infedeltà era venuta alla luce, stava già ponendo fine a una relazione che le arrecava più danno che gioia, più malumore che felicità. Ma il suo amante, un damerino affascinante pieno di sé che dopo aver dato il meglio pretendeva la ricevuta di ritorno per i propri servigi, non accettava la decisione di Kate; cresciuto in un mondo in cui l’uomo afferrava le redini del destino e senza scrupoli riteneva di dover guidare anche quello delle donne attorno a lui, Christopher non aveva minimamente preso in considerazione l’eventualità di un rifiuto. Avvezzo a un circolo di amicizie prevalentemente maschili che nel corso degli anni non avevano fatto altro che alimentare il suo ego e la vanità tipica di quella classe sociale, pensava che la parola no fosse esclusivamente di sua competenza. Kate aveva provato in tutti i modi a spiegargli le ragionevoli motivazioni per cui era auspicabile la rottura di quel legame insidioso a vantaggio di entrambi, ma l’orgoglio primordiale, virile, seppur in uno sbruffoncello da quattro soldi, si era dimostrato più forte della natura frivola e mondana conosciuta finora. L’afflato di gelosia e passione che Kate vide negli occhi di Christopher non contribuì a commuoverla o addolcirla, semmai la spazientirono più di quanto già non fosse. Sapevano entrambi che sarebbe finita tra loro, e questo assurdo impuntarsi parve a Kate alquanto inappropriato e fuori luogo, il fastidioso scherzo di un ragazzino viziato che vuole fare i capricci ben sapendo che non otterrà nulla.
Quando il marito le propose di partire per una lunga crociera intercontinentale in attesa che si calmassero le acque, lei accettò prontamente. Il divorzio, naturalmente, era fuori discussione; James ricopriva il ruolo di avvocato con successo e distinzione, proseguendo la tradizione di famiglia. Stimato professionista, accolto in tutti i circoli alla moda e con un palco a teatro a suo nome, mai avrebbe accettato di mettere a repentaglio reputazione e prestigio incappando in una scandalosa istanza di divorzio. E del resto, cosa ne avrebbero ricavato, sia lui che Kate? La libertà, certamente, ma inficiata dall’ostracismo e dalla messa al bando. La cosa migliore era dunque prendersi un congedo dallo studio, fare un giro di visite tra le persone importanti, gli amici, i parenti e dire a tutti che la salute della moglie non era molto buona e che il medico le aveva consigliato un cambiamento d’aria e assoluto riposo.
“Povera cara, i primi anni di matrimonio sono sempre i più duri! Ricordo, quando ero una giovane sposa, come fossi stanca dalla mattina alla sera…”;
“Tenere in ordine una casa così grande, in una posizione centrale come la Quinta Strada, sempre in evidenza, non è cosa da poco…E si dice che James sia un uomo tanto pignolo in aula di tribunale quanto in cucina, in egual misura”;
“Si, e non dimentichiamoci che la piccola Kate non deve rendere conto soltanto al marito, ma anche alla suocera e alla cognata…la signora Sackville-Rose è una donna piuttosto energica, per la sua età, ma la figlia è alquanto indolente, incurante della moda e disinteressata ai libri e alle arti, la cui frivolezza non è che inconsistenza. Lady Middlefort, una mia cara amica, dice sempre che l’unica occasione in cui si concede un goccetto è quando deve far visita alla famiglia Sackville-Rose!”.
Le dame sposate, vedove o anziane, erano solite esprimersi con questi toni e pareva sempre che giustificassero ogni situazione che potesse anche solo apparire vagamente ambigua o bizzarra, come appunto la precipitosa partenza dei coniugi Sackville-Rose per un lungo viaggio. In realtà, queste ancelle della buona società, erano sacerdotesse di un credo che difendeva a spada tratta l’equilibrio e le convenzioni. Ce n’era abbastanza per supporre, pur non avendo prove, che qualcosa di molto grave fosse accaduto all’interno della giovane coppia, e quindi bisognava mettere a tacere ogni bisbiglio, ogni sussurro che potesse trapelare, facendo crollare il castello di vetro che tanto si erano affannate a edificare nel corso degli anni e dei secoli, con il plauso e il sostegno dei loro uomini, nobili di antico lignaggio o nouveaux riches tuttavia di buona estrazione accolti nell’esclusiva cerchia dopo la deliberazione di un silenzioso e ponderato sì. Più si cercava di giustificare il comportamento di Kate, che nessuno avrebbe mai osato chiamare volgarmente “tradimento”, più ella capiva la morsa nella quale era capitata e che omaggiava il marito con solidarietà e comprensione.
La fuga da New York, perché proprio di una fuga si trattava, la metteva al riparo da tutte queste attenzioni che volevano apparire benevole ma servivano solo a creare un’organizzata rete di controllo; ella ne fu grata a James e sperava ardentemente di trarre beneficio dalla vacanza forzata. Egli, dotato di una mente pratica e razionale, aveva agito secondo i dettami della consuetudine, così come gli era stata inculcata, sicché davanti a un problema la soluzione migliore era quella di prendersi una pausa molto chic mutando il luogo ma non il contesto. I newyorkesi amavano spostarsi, ma mantenendo tutti i riti e le comodità della vita quotidiana. Fossero le Indie, Londra o Parigi, si davano appuntamento tra di loro, gradivano il roman punch e conversavano dell’ultima esposizione presentata al Met.
James, già poco ciarliero di natura, si era chiuso in un mutismo pressoché assoluto; non che fosse di malumore o sgarbato, anzi si assicurava ogni mattina su come avesse dormito la moglie e si sincerava sempre che consumasse un’abbondante colazione, ma aveva acuito quel senso di scarsa familiarità tra loro che Kate aveva sempre avvertito, facendola soffrire. Il corteggiamento era iniziato circa quattro anni addietro, in un momento poco propizio all’innamoramento per quanto riguardava la sensibilità di Kate, la quale usciva da un amore infelice non corrisposto e quindi si ritrovava ad essere poco incline a un nuovo abbandono passionale ma predisposta a suscitarlo avendo subito, per la prima volta in vita sua, un inspiegabile rifiuto. Lui era stato galante, come prevedeva l’etichetta, non privo di tenerezza e molto chiaro nelle intenzioni fin dall’inizio. Kate aveva accettato la corte un po’ per noia, un po’ per esasperazione e per risollevarsi dalla triste condizione del cuore infranto. Le fu chiaro fin da subito che quel rapporto era tutto da costruire, tanta era la differenza di pensiero, di vita, di educazione, di gusto tra i due. Lo sposò in uno stato d’animo di grande sincerità e con la miglior predisposizione possibile, convinta della propria buona fede e del sentimento che sentiva crescere dentro di sé, giorno dopo giorno, come un bocciolo maturo a primavera. Proprio quando si stava convincendo che ormai erano arrivati al punto di svolta, a un perfetto equilibrio tra senno e sensibilità, punti d’incontro e differenze, conobbe Christopher al ballo annuale che Lady Jane Tompson dava tutti gli anni all’inizio della stagione teatrale. Egli la faceva ridere, e Kate si accorse all’improvviso, con un brivido, che con James non rideva mai, non emetteva nemmeno un fiato. Si sentì in diritto di prendersi quel ritaglio di vita non sua, non eterna, che non le apparteneva ma che la faceva sentire bene per qualche ora alla settimana. Christopher si era però rivelato un osso duro, e nessuno aveva considerato l’eventualità che uno dei due s’innamorasse dell’altro fino al punto di pretenderne l’esclusiva. Kate non voleva lasciare il marito, per lo meno non per Christopher, che di certo non valeva l’emarginazione sociale che la faccenda avrebbe comportato, né tutto il caos burocratico e familiare che ne sarebbe conseguito. In realtà, Kate non voleva sentirsi addosso lo sguardo della gente: di James, prima di tutto, che aveva la rara capacità di farla sentire in colpa con una sola frazione di ciglia sbattuta al momento giusto; di sua madre e della suocera, così comprensive all’apparenza ma velenose come serpi quando meno te l’aspettavi; della cognata e del damerino senza spina dorsale che si era sposata, chiamato con sarcasmo Mr. Rose, vacui e inerti nella loro remota fisicità che suonava come un perenne rimprovero alla vitalità genuina di lei.
Tutti i giorni pranzavano e cenavano nel ristorante della nave, in compagnia degli altri americani che viaggiavano insieme a loro, alcuni dei quali erano vecchie conoscenze delle vacanze estive passate a Nizza. La conversazione era movimentata, spiritosa, ricca di argomenti che ognuno infiorettava educatamente secondo il buon uso comune di trovare qualcosa di molto intelligente da dire anche se non si aveva la più pallida idea di cosa si stesse parlando. Il tavolo, composto da dodici persone, era solitamente così disposto: alla destra di Kate e James c’erano i Clark, una simpatica coppia di petrolieri che avevano sempre un mucchio di storielle divertenti sulle miniere da raccontare; sulla sinistra invece si trovavano la signora Emerson, vedova, e figlio, uno scapolo facoltoso dalle molte scappatelle galanti che venivano prontamente messe a tacere dalla solerte madre, che aveva potuto esercitarsi con il marito quando era in vita; davanti sedevano la giovanissima Mary Perkins, sul cui passato si sapeva ben poco ma che era meglio non mettere troppo in discussione, sposa in terze nozze del duca d’Albany, il quale invece si faceva un vanto del proprio libertinaggio, oggetto di retorica in molti dei monologhi con cui spesso si dilettava ad annoiare i commensali di turno; completavano il quadro i rispettabili coniugi Dorrit e gli stimati conti d’Orléans, chiamati “gli inseparabili” per la profonda amicizia che legava tutti e quattro, espressione non esente da una buona dose di sarcasmo che alludeva a una presunta, mai accertata, sfumatura sessuale vigente tra le due coppie. I pasti, consumati assieme come in una caserma di gran lusso, avevano l’andamento di una danza, la grazia dei mimi di strada e il sapore dell’esilio. Ognuno, per motivi diversi, portava un marchio d’infamia invisibile che voleva nascondere e mettere a tacere a tutti i costi. New York non perdonava tanto facilmente gli errori della sua gente, e la punizione poteva essere esemplare: Kate ne avvertiva tutto il peso sulle spalle e James non aveva alcuna intenzione di alleggerirlo.
“Allora mia cara, com’è la vista dalla sua cabina? Oh, quanto invidio la sua posizione, dalla mia…beh, si vede il retro della cucina!”, cinguettò la novella duchessa d’Albany;
“In effetti sono in una posizione davvero invidiabile, ho la fortuna di non vedere nulla di sgradevole!”, rispose Kate con un tono di voce argentino;
“Lo sapete invece cosa vedono i miei scavatori dalle miniere che possediamo nel deserto? Ahahaha, sabbia e cactus, per Giove! Ma con quel sole rovente forse è una fortuna per loro vivere sempre al buio…in questo modo non possono prendersi quelle brutte insolazioni! La mia amata Minnie ne ebbe una l’estate scorsa, le venne una febbre altissima e credetti che stesse per morire…per morire! Diglielo anche tu tesoro, non è vero che stavi per morire?”, disse il signor Clark, facendo sfoggio di tutto il cattivo gusto che aveva a disposizione;
“Oh si, non avete idea della paura! Un caldo, una luce accecante, il delirio per giorni e notti interi…invidio quegli operai, rintanati al fresco”, fece eco Mrs. Clark;
“Almeno, loro sono liberi”, assertii a quel punto lo scapolo d’oro Emerson;
“Via, figliolo…nemmeno fossi in gabbia come un uccellino implume! La tua fortuna, ricorda sempre la tua fortuna…”;
“Si madre, mi rammentate della mia incredibile fortuna circa mille volte al giorno…talvolta ho il fermo convincimento di sentirvelo sibilare anche di notte, all’orecchio…”;
“Via, le tue solite paranoie! Sei libero, nessuno ti controlla!”, esclamò la signora Emerson;
“Ben detto, la libertà è fondamentale per un uomo! La democrazia, il progresso, la rivoluzione industriale, tutte queste diavolerie moderne, rendono l’uomo ancora più libero, ed è questo che io intendo per libertinaggio, come una nuova forma di coscienza non solo personale, interiore, ma anche civile e sociale, in cui….”;
“Oh no, ancora quelle lagne sul libertinaggio…marito mio, non ne avete mai abbastanza? Noi sì però, ve lo posso assicurare, quindi per favore abbiate la decenza di bere ancora un bicchiere di vino e lasciar parlare gli altri”, la duchessa d’Albany bloccò sul nascere l’impeto del marito, che rimesso subito in riga si dedicò all’uso del trinciapollo senza più badare molto alla conversazione.
“Hhihihih, Henry bisbiglia spesso durante la notte”, ridacchiò Ann Dorrit;
“Come prego?”, ribadì Mrs. Emerson;
“Ehehehe, hai ragione Ann! Signora Emerson, pensi che Henry ha sempre qualcosa da dire nottetempo! Un paio di sere fa, declamava Shakespeare se non sbaglio…cos’era mia cara, il Re Lear?”, puntualizzò la contessa d’Orléans;
“No no no, lo nego, era sicuramente il Riccardo III!”;
“Ma se non è mai riuscito a impararlo, ricordi quella terribile figuraccia al gioco delle parti a casa dei Mondrian, l’inverno passato…”;
“Riccardo III, ti dico che era il Riccardo III! Che mi fulmini Zeus in persona se sbaglio! Figuriamoci se non so più riconoscere uno Shakespeare!”;
“Enrico V. Era l’Enrico V, mie care. Vi sbagliate entrambe. La scena del discorso all’esercito”, ribadì con calma ascetica il conte d’Orléans;
“Ahaahha, vecchio satiro..ne sai una più del Diavolo!”, rispose compiaciuto Henry Dorrit, che si era goduto bellamente tutta quella scenetta osservando gli sguardi imbarazzati degli altri commensali.
Kate e James per lo più tacevano, ascoltavano o fingevano di farlo. La volgarità che i loro connazionali spesso e volentieri esibivano non era di loro gradimento, ma quel cicaleccio inconsistente e frivolo li aiutava a non pensare.
Una sera, lei e James s’incontrarono vicino alla prua, durante una passeggiata. Lui, dopo aver fatto un cenno di saluto con la testa, si accese una sigaretta e ne offrì una a Kate. Fumarono in silenzio, assaporando il tabacco e la visione del cielo stellato, bella da mozzare il fiato in gola. Kate ebbe un fremito di freddo, e James le avvolse le spalle con il suo loden di lana pregiata color crema, bordato di capretto. Kate, commossa dal quel gesto premuroso, prese per mano il marito. La sua mano era liscia, fresca, squadrata.
“Sarebbe tutto molto più semplice”, disse infine James staccandosi dalla mano di lei;
“Più semplice cosa?”;
“Se tu fossi mia moglie”;
“Io sono tua moglie…” replicò Kate, confusa;
“Lo sei di fatto, sulla carta, ma so benissimo che per te amarmi è una grossa fatica”;
“Mio caro James…abbiamo già parlato di questo, ti ho spiegato che…”;
“Tu hai spiegato, è vero. E io ho capito. Ma tu ora devi capire me, è assolutamente necessario che tu adesso comprenda me”; la mano di James si strinse in una morsa serrata, metallica, attorno al braccio esile di lei, spaventata da tono del marito e atterrita dallo sguardo che scorgeva in quei lunghissimi attimi di paura raggelante; uno sguardo lucido, duro, soddisfatto di sé, per nulla ferito.
“Siamo intesi allora, dormici su. Con permesso”.

Kate chiese alla sua cameriera personale di pettinarle a lungo i capelli quella sera, prima di coricarsi. Fin da bambina, era un gesto che la rilassava moltissimo e le induceva un sonno profondo.
Il mattino seguente era abbagliante di luce, il cielo terso e azzurro come un ghiacciaio di montagna.
“Caro, sono pronta a tornare a casa”;
James squadrò la moglie da capo a piedi, provando piacere per l’ordine e la pulizia che le vedeva addosso. Sorrise, ma non proferì verbo.
“Se per caso…” continuò Kate in ansia, attendendo di udire un suono, una parola o percepire un cenno.
“Shhhh”.
Il marito seguitò a leggere il giornale: c’era un articolo sull’alta finanza davvero stimolante quel giorno, e il suo thé non era mai stato tanto buono.

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