La povera tragica – prima parte –

(liberamente ispirato al film La donna del tenente francese)

“Buongiorno, sono il dr. Hunt”;
“Buon per lei. E io sono la signora Fisher”.
La locandiera non mi stava degnando di uno sguardo e avevo il sospetto si burlasse di me. Tuttavia, attesi qualche minuto prima di tornare alla carica. La pazienza è un’ottima virtù, e io non amavo essere precipitoso. Il viaggio era stato piuttosto stancante, la diligenza continuava a saltare lungo quelle strade accidentate e per tutto il tempo mi ero tenuto aggrappato alla borsa da lavoro: non volevo rischiare che qualcosa si rompesse o subisse danno. I miei compagni di viaggio appartenevano alle specie più disparate, e io mi ero divertito a osservarli cercando di stimare una possibile classificazione. Avete mai notate come certi esseri umani siano incredibilmente simili agli animali? La locandiera, il tipo Fisher davanti a me, mi ricordava ad esempio un fenicottero.
“Scusi, sono qua per la camera”;
“E non poteva dirlo subito? Voi forestieri siete sempre troppo cerimoniosi e ci mettete un secolo a dire quello che avete in mente. Ecco, tenete la chiave: camera 3, secondo piano”. La signora prese a squadrarmi da cima a fondo, con occhi sospettosi; sarebbero arrivate delle domande, me lo sentivo.
“Cosa diavolo ci fa lei in questo posto dimenticato da Dio?”;
“Sono un medico. Devo svolgere delle ricerche di lavoro”;
“Un che? E che ricerche fa un medico? Non dovrebbe essere in un ospedale a curare la povera gente?”; capii dal tono indignato di voce che giudicava la cosa alquanto riprovevole.
“Sono un entomologo, un medico naturalista, in anno sabbatico. È uscito da poco il sorprendente libro del dr. Darwin e ho bisogno di tempo per studiarlo…inoltre ho scoperto che proprio qui, a Sadwood, vive una colonia di insetti unici al mondo e io…..”;
“Insetti? Non avrà mica degli insetti dentro quella sua strana borsa vero?”;
“No no, non si preoccupi! Io studio gli animali e soprattutto gli insetti, relazionando le mie scoperte al mondo degli uomini”;
“Non ho capito, ma non voglio sentire altro. Tenga qua, ma l’avverto…se vedo soltanto uno di quei piccoli esseri disgustosi giuro che la faccio sbattere fuori da qui in men che non si dica”; era furibonda, lo si capiva distante un miglio.
“Niente animali, ho capito. L’assicuro, mia cara signora Fisher, che non ci saranno problemi”;
“Mmmmm, sarà meglio per lei”.

Mi affrettai a salire le scale, prima che ci ripensasse su e mi facesse davvero sloggiare. Era stata un’impresa ardua arrivare in quel remoto angolo della Cornovaglia e non vedevo l’ora di esplorare il territorio circostante. Il dr. Forster, fidato amico e valente supporto scientifico, mi aveva raccontato che nella zona era nata una particolare colonia di strane formiche che non rientrava in nessuna classificazione conosciuta fino a quel momento. Con tutto questo interesse sorto attorno all’evoluzione della specie, in pochi si occupavano degli insetti, ma io continuavo a ritenere avessero un’importanza cruciale nel nostro panorama odierno. Talvolta avevo il fermo convincimento che il mio cognome avesse davvero gettato le basi del mio destino, e spesso in maniera alquanto bizzarra.
Quindi, ero partito senza indugio verso la nuova avventura, che immaginavo ricca di novità. Un quaderno nuovo, rilegato in pelle e già rigato all’interno, non aspettava altro che le annotazioni e i disegni che avrei raccolto. La camera era abbastanza accogliente; sobria nel gusto, gradevole e pulita. Decisi di riordinare le mie cose e uscire per una prima perlustrazione. Avevo visto dei bei boschi durante il tragitto e la suggestione me li faceva supporre davvero affascinanti.

Di soppiatto sgattaiolai fuori dalla porta della locanda, con fare circospetto. Non volevo incontrare la signora Fisher più del necessario, e supponevo che i pasti venissero per lo più consumati tutti insieme nell’ampia stanza che avevo scorto all’ingresso. Riuscii ad uscire senza dare nell’occhio; fino all’ora di cena ero salvo. Avevo però sottovalutato gli abitanti del paese e l’effetto che il mio abbigliamento avrebbe potuto suscitare. Come saprete, per un’escursione bisogna indossare i capi adatti: stivali in caso di pozzanghere e fango, cappello a falda larga per proteggersi dal sole e da tutto ciò possa cadere dall’alto in un bosco fitto, bastone da passeggio per aiutarsi nei punti più impervi, un fazzoletto di lino legato attorno al collo che all’occorrenza può assolvere a molte funzioni, senza scordare il cannocchiale, le pinzette, i guanti, il coltello infilato nella bisaccia della cintola e la lente d’ingrandimento. Una volta, durante un viaggio in Africa, scoprii di non essere sufficientemente attrezzato per fronteggiare ogni tipo di situazione ed emergenza… ma lì, a Sadwood, scoprii altrettanto presto di esserlo fin troppo. Annotai nel quaderno: “Stivali bassi. Niente fazzoletto. Forse posso anche fare a meno del coltello. Ho avuto difficoltà a comprare il pane e le mele. Adeguarsi all’ambiente”.

Superato il centro del paese, una piccola congregazione di stampo medievale, raggiunsi un sentiero soleggiato e spazioso, il cui silenzio era spezzato solo dal frinire dei grilli e dallo sbattere d’ali degli uccelli. Il sapore di campagna, così genuino e pacifico, mi mise di ottimo umore e gustai quella passeggiata con spirito bucolico. Sono una persona ansiosa e ci metto molto tempo prima di sentirmi a mio agio, e questo vale per i luoghi, per le situazioni e soprattutto per le persone, soprattutto quelle di cui colgo al volo il pensiero che traspare con malcelata indifferenza dagli occhi. Quando cominciai ad addentrarmi nel bosco, la sensazione di serenità si fece ancora più forte e assoluta. Sentivo la presenza degli animali, qua e là, intenti a condurre la loro vita segreta che noi uomini possiamo soltanto sfiorare, e ammiravo la cura, la dedizione, l’operosità con cui conducevano l’esistenza, con pensieri così diversi dai nostri eppure simili nelle funzioni: mangiare, dormire, generare, morire.
Ero intento a trovare e mappare tutte le colonie di formiche della zona, quando udii un fruscio tra gli alberi che mi risvegliò dallo stato di profonda concentrazione in cui ero caduto. Non era inusuale per me cacciarmi nei guai in quei momenti, come un moderno Talete; la mia mente, assorta nella riflessione e incurante delle circostanze, non captava altro che i frutti dello studio, come un medium in trance: una volta caddi in un fiume, all’indietro, poiché troppo interessato a osservare un nido dalla struttura molto strana posto su dei rami; oppure, e questo fu ben peggiore, mi capitò di investire la moglie del rettore dell’università di Cambridge mentre passeggiava lungo i viali del campus ascoltando il marito che le faceva da Cicerone in attesa del thé. Da quel giorno, le sue cespugliose e folte sopracciglia bianche si aggrottano ogni volta che m’incrociano.
Ciò che vidi, seguendo il rumore delle foglie, mi stupii alquanto. Un esemplare magnifico. Davvero notevole, regale. Snello, nervoso, dalle tinte autunnali del rosso fulvo e del bianco crema, con una nota di ambra laccata. Camaleontico, quasi si confondeva nella vegetazione lussureggiante, languido e dondolante come certe pantere da cui ero miracolosamente sfuggito (ma questa è un’altra storia). Non assomigliava a nessun altro esemplare visto finora. Provai ad avvicinarmi per guardare meglio, ma non appena si accorse della mia presenza scappò via con un’agilità sorprendente, scendendo giù giù dal tronco e saltando a piè pari, netti e precisi, prima di correre via.

“Siete in ritardo”. Mrs Fisher mi stava aspettando alla finestra, con le grosse braccia tornite appoggiate sui fianchi. La vidi da lontano, tornando dalla gita. Non mi piace essere fissato, mi fa sudare in maniera incontrollata i palmi delle mani.
“Mi perdoni, cara signora, ma i dintorni sono talmente belli che mi sono perso”, tentai con una galanteria, ben sapendo quanto i paesani amassero i luoghi in cui erano nati e vissuti, ritenendoli superiori a tutti gli altri, anche se non li avevano mai visti e non sapevano nemmeno cosa fosse “altro”.
“Allora, tutti hanno già cenato, perciò vi accontenterete di quello che è rimasto. Carne fredda, salsa, patate, birra chiara e una fetta di torta ai mirtilli”;
“Sembra tutto buonissimo, ma potrei avere dell’acqua, per favore?”;
“Acqua??”.
La signora Fisher pareva insultata oltre ogni dire. Gli occhi porcini, già piccoli, si fecero minuscoli, due fessure cariche di odio.
“Mi scusi, forse dovete uscire, a quest’ora tarda, e andare a prenderla, la birra andrà benissimo… ”;
“No, non è quello. È che qui gli uomini bevono birra. E anche le donne”.
Detto questo, sbatté sul tavolo un’enorme brocca di ceramica decorata, con dentro l’acqua. Ne bevvi un sorso; la gola riarsa ebbe difficoltà a deglutire.
“Mia cara signora, posso farle una domanda?”; la mia curiosità era più forte di ogni altra cosa, quindi mi azzardai a interpellarla.
“Posso restare in piedi o devo prendermi una sedia? Sono stanca, ho lavorato tutto il santo giorno e le mie povere gambe sono ormai due vecchie bisacce”;
“Non saprei, dipende dalla risposta. Potrebbe essere molto breve, o molto lunga”;
“Quindi?”;
“Mi chiedevo… mi perdoni, è una stupida sciocchezza…Insomma: chi è quella giovane donna che ho scorto oggi nel bosco, appollaiata sui rami di una quercia che oserei dire secolare? Ha una folta chioma fulva, un abito verde salvia, e… ”;
“La Povera Tragica. Ho capito, devo proprio prenderla quella sedia”;
So cosa state pensando. Pensate che io sia matto, e forse anche irrispettoso. Era una donna quella che avevo visto oggi nella natura.
“E chi sarebbe? Perché se ne sta sorniona come un gatto a osservare il vuoto, selvatica, scappando via dalla civiltà e dimenticando, va detto, ogni minima forma di buona educazione?”;
“Vuole sentirla una storia, Mr Hunt, e assaggiare un goccio della mia ottima birra chiara, fresca e schiumosa?”.
La signora Fisher si era addolcita; forse per la prospettiva di avere compagnia, o per il piacere di poter tirare fuori, dopo tanto tempo, una storia sepolta che ormai destava l’interesse solo dei forestieri. Iniziai a rilassarmi e la pregai di raccontarmi tutta la vicenda, senza trascurare alcun particolare.

“Jane è la figlia adottiva di un mio lontano cugino, il signor Clayton. I genitori morirono quando lei era molto piccola, a stento li ricorda, e mi creda, forse è meglio così. Il suo prozio e la moglie, non potendo avere figli, decisero di prendersene cura come fosse la loro vera figlia, e Dio solo sa quanti sacrifici fecero per darle un’istruzione elevata. Qui a Sadwood siamo gente semplice, Mr Hunt, ma mio cugino vanta antichi natali e decise di onorarli crescendo la figliastra come una dama della miglior società. Le aspettative non vennero deluse, e Jane rivelò doti straordinarie, come voi stesse avrete intuito. Insomma, siete un dottore, qualcosa dovreste capirlo. Non solo era graziosa, di una bellezza particolare, ma anche gentile, colta, dolce, intelligente e allegra come mai si era visto prima in una signorina. Si poteva udire la sua risata per l’intero circondario! Tutto filò liscio e perfetto: conobbe un bravo giovane, lo sposò – oh, una cerimonia davvero splendida! – e fu una moglie devota e innamorata. Poi, purtroppo, il marito, il signor Davis, si ammalò gravemente e il cielo lo chiamò a sé in men che non si dica. Ah, che grande disgrazia fu quella per Jane… era distrutta dal dolore, ma con il passare dei mesi la situazione diventò davvero bizzarra. Al giorno d’oggi molte persone muoiono, voi lo sapete bene, è nell’ordine delle cose! Ebbene, lei non si è più ripresa, e ormai sono passati quasi dieci anni! Jane non fu più la stessa: smise di farsi vedere in paese, rifiutò di tornare a vivere con i genitori, vendette la casa e con il ricavato acquistò un piccolo cottage vicino al mare, difficile da raggiungere; tre volte alla settimana i figli degli Smith si danno il turno per consegnarle i viveri, ma hanno paura di lei, si rende conto, paura! C’è da dire che, effettivamente, è diventata una persona alquanto inquietante… I capelli non sono mai acconciati, li tiene selvaggi e liberi, per non parlare degli abiti… mi scusi, Mr Hunt, ma ha detto di non tralasciare alcun dettaglio…io credo…temo addirittura che non indossi il corsetto, e Dio mi perdoni per averlo anche solo pensato! La nostra piccola, cara Jane divenne con il passare degli anni una leggenda locale, come una storia di fantasmi narrata ai bambini per fare paura, e il nome con cui viene chiamata è…”;
“… la Povera Tragica”, conclusi io senza nemmeno accorgermene.
“Allora, Mr Hunt, che ne pensa di questa faccenda?”;
“Beh, mia cara signora Fisher… dico che c’è qualcosa che non mi quadra, qualcosa che forse sfugge a tutti noi”;
“Ah è così?”. L’ostessa assunse quell’aria di rimprovero che avevo imparato a conoscere non appena messo piede nella locanda. Capii subito di aver detto la cosa sbagliata… qualcosa che metteva in dubbio le parole e il racconto che ormai da dieci anni si perpetrava e reiterava sempre uguale a se stesso.
“Non mi fraintenda. Ecco, ora si sieda qua, proprio davanti al fuoco, le porto qualcosa di caldo da bere. Mi ascolti… proviamo ad analizzare insieme la faccenda, ci dev’essere qualcosa, un tassello mancante. Vuole provare, per amore di Jane?”.
La signora Fisher non sapeva cosa pensare, rimase di stucco di fronte a quella sollecitudine, lei che era sempre e solo abituata a servire e riverire.

“Possiamo provarci… anche se non ho la più pallida idea di cosa intenda fare…ma non le garantisco proprio un bel nulla!”;
“Si si, ho capito, non c’è problema, ma ora non perdiamo altro tempo, il filo dei ricordi non deve essere perso, ogni distrazione potrebbe essere fatale al processo di associazione mentale”;
“Associache? Oh al diavolo, porti quel boccale e iniziamo. Ma niente diavolerie qua dentro, che è una casa timorata di Dio questa!”;
“Ora, cara signora, sgomberi la mente… non pensi a me, non pensi alla locanda…si concentri su Jane. Come conobbe Mr Davis?”;
“Come tutte le signorine dabbene conoscono i loro mariti, bontà divina! Fu presentato da mio cugino in persona, il padre adottivo. Un bravo giovane, solido e dignitoso”;
“Quindi, possiamo dire che non fu un innamoramento reciproco e spontaneo? Venne indotto, stimolato…”;
“Sempre amore è, cosa vuole che importi?”;
“Certamente, ma… cosa ricorda di Jane quando conobbe Mr Davis? Lei le disse qualcosa, manifestò una qualche predisposizione particolare verso quell’uomo che si apprestava a sposare senza quasi conoscerlo? Faccia uno sforzo… ”;
“Mi sembrava contenta… un poco taciturna, ma la timidezza è un pregio nelle giovani spose virtuose”;
“Si, ma proprio felice…era felice?”;
“Beh – tentennò la signora Fisher – proprio felice non direi… anzi, i giorni che precedettero le nozze mi sembrò addirittura malinconica; attribuii la causa al fatto che stava per lasciare la casa dov’era cresciuta con tanto amore…Dopo qualche mese, era la persona più allegra del mondo, quindi non detti alcuna importanza a ciò che avvenne prima. Pensai solo che dopo i primi scossoni andava tutto per il meglio. Si sa, i primi mesi di matrimonio sono i più difficili, ma poi… si sistemano le cose”;
“Accadde qualcosa? Intendo dire, tra la malinconia e la gioia? Nel mezzo, ricorda se ci fu qualche avvenimento importante?”;
“No… qua non succede mai nulla…a meno che…aspetti un momento! Si, ora rammento…in quel periodo attraccò al porto una nave della marina e i marinai, con il capitano, alloggiarono in città, anche nella mai locanda…dei bei giovanotti divertenti e festaioli, sa!”;
“E quando ripartirono, questi simpatici giramondo, cara signora Fisher?”;
“Ma guardi che buffo, ripartirono proprio quando il povero Mr Davis lasciò questo mondo!”.
Emisi un profondo sospiro e mi dondolai a lungo con la sedia, in silenzio. La signora Fisher, come immersa in una sorta di fantasticheria, seguitava a ripetere tra sé e sé “ma che buffa coincidenza, ma come ho fatto a non pensarci prima…”. A un certo punto, mi alzai di scatto e iniziai a camminare per la stanza.
“Devo vederla. Devo parlarle”;
“Oh, non mi pare una buona idea dottore… ha già sofferto abbastanza, io non saprei… ”;
“Ho formulato una teoria. Ora devo dimostrarla. Domani mattina, di buon’ora, andrò in passeggiata e vedremo come succede. Buonanotte, signora Fisher!”.
E uscii dalla stanza con un’enfasi inconsueta, dopo aver declamato a voce alta e concitata. L’ostessa non ci capiva molto. Dormì male, per tutta la notte un fastidioso pizzicorìo le diede noia al naso, come se un folletto dispettoso si fosse intrufolato nella sua stanza per giocarle uno scherzo.
Io invece non dormii affatto. Ripensai continuamente a ciò che avevo visto – lo splendido esemplare di donna-cervo – e alla storia sentita. Non potevo fare a meno di pensare a quella nuova, bizzarra, “scienza” (come si ostinava a chiamare qualche coraggioso luminare avanguardista) di cui blaterava sempre il dr. Freud. Non gli avevo dato molto credito, all’inizio, ma bisognava ammettere che sapeva il fatto suo, e questa sera le libere associazioni mentali avevano, effettivamente, funzionato: gli atti mancati, i limbi nascosti, erano stati parzialmente svelati. Freud era un ometto piuttosto simpatico, dalla parlantina sciolta e accattivante. Piaceva alle donne, ma destava sospetto negli uomini. Nessun padre desiderava che la propria figlia facesse la sua conoscenza, e in pochi anni da ciarlatano era diventato invece una personalità non ancora del tutto rispettata, ma sicuramente ascoltata. Avevo assistito a molte sue conferenze, durante i miei viaggi a Vienna, in Europa e a Trieste; ascoltavo tutto quello che riuscivo a comprendere su inconscio, pulsioni di vita e di morte, isteria, nevrosi, libido. Nessuno, prima di allora, pronunciava con tale naturalezza parole come “libido” in un contesto pubblico…una volta, alla parola “orgasmo”, la signorina Fanny Wilkinson, zitella di mezza età che bazzicava l’ambiente universitario di Londra, svenne emettendo un suono così acuto e stonato che fece ridere mezza sala, la metà giusta che non era indignata.
Ebbene, ora, alla luce della strana storia della Povera Tragica, le elucubrazioni del dr. Freud non mi sembravano più tanto assurde e prive di senso. Una logica c’era: innegabilmente, è un fatto, la mente di quella donna aveva subìto un contraccolpo pesante e qualche rotella aveva smesso di funzionare alla maniera convenzionale. Una falla, ecco. E io intendevo scoprirla.

Era quasi mezzogiorno quando imboccai il sentiero scosceso che portava alla casa diroccata a strapiombo sul mare. Un’aria settembrina, frizzante, agitava il pulviscolo invisibile dell’atmosfera come tanti mulinelli smossi da fate e gnomi. Il porridge della colazione mi aveva saziato a dovere, mi sentivo in forze e camminavo di buona lena. Non sapevo come avrebbe reagito la Povera Tragica, la donna-cervo, nel vedermi. Non sapevo se avrebbe voluto parlami. La signora Fisher, dopo la nostra conversazione della sera prima, era stranamente tranquilla, ma nel servirmi il pasto si torceva le mani come in preda a un segreto tormento.

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