I libri più belli del 2012 secondo la Repubblica

GRUPPO/I DI LETTURA

La Repubblica ha pubblicato oggi la sua lista dei migliori libri del 2012. Dentro ci sono romanzi e saggi.

La “giuria” che ha selezionato i magnifici dieci è composta da: Leonetta Bentivoglio, Stefano Bartezzaghi, Irene Bignardi, Paolo Mauri, Gabriele Romagnoli, Roberto Saviano, Benedetta Tobagi.

Ecco l’elenco:

1) Emmanuel Carrère, Limonov (Adelphi)

2) Julian Barnes, Il senso di una fine (Einaudi)

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Nella rete di Clitemnestra

PER UNA RILETTURA DELLE IMMAGINI DEL FEMMINILE.

La letteratura dell’età classica si apre con le opere di Eschilo e la tragedia ha trasformato le donne leggendarie, già trattate nei poemi omerici, in protagoniste assolute, nel bene e nel male, dello scontro tra il maschile e il femminile e del dissidio lacerante tra i sessi. Il dramma classico, forgiato nell’ambiente ateniese del V secolo, si prospetta come eredità dell’epica e della poesia arcaica misogina (Esiodo e Simonide), con il compito di esorcizzare, tramite vicende spesso cruente e feroci, le paure che da sempre attanagliano l’uomo, in questo caso specifico il timore suscitato dalla donna, in particolare dalla moglie apparentemente devota, repressa e segregata, che si immagina pronta ad esplodere e ribellarsi, aggregandosi con le altre in una race des femmes, parafrasando Nicole Loreaux, pericolosa e battagliera. Attraverso questo meccanismo, la donna si configura come il doppio, l’Alterità per eccellenza, tanto incomprensibile da essere trasfigurata in maga, adultera, assassina, costituendo la personificazione delle fobie più recondite e ancestrali dell’inconscio.
Secondo una prospettiva letteraria, critica e psicanalitica, Clitemnestra, la regina infedele che osa uccidere l’eroe Agamennone tornato da Troia, si presenta come una figura complessa, intrisa di simboli e significati, quasi sovrumana, la quale sfugge ad ogni logica classificatoria. Figlia di Leda e Tindaro, re di Sparta, sorella di Elena, Castore e Polluce, sposa in prime nozze di Tantalo e madre di un bambino, entrambi uccisi da Agamennone, rappresenta la prima generalizzazione della letteratura occidentale contro le donne, avendo macchiato con i suoi crimini tutte le spose.
Naturale l’associazione oppositiva con Penelope, simbolo della fedeltà coniugale: infatti, l’una intesse una rete fatale di morte e inganno, l’altra invece fila una tela a garanzia della propria virtù. Il contrasto appare in tutta la sua forza nell’incontro agli Inferi tra Odisseo e il fantasma di Agamennone, nel libro XI dell’Odissea, ai versi 385 e seguenti, in cui il defunto re di Micene denuncia aspramente la moglie: «straziante udii il grido della figlia di Priamo, Cassandra, che Clitemnestra uccideva, l’ipocrita, vicino a me; e io, già in terra, alzando le braccia, tentai di pararle, morente, contro il pugnale. La cagna se n’andò via, non ebbe cuore, mentre scendevo nell’Ade, di chiudermi gli occhi con le sue mani, e serrarmi la bocca. Ah! Non c’è niente più odioso e più cane, di donna che tali orrori nel cuore si metta, come colei pensò orrendo delitto, al legittimo sposo tramando la morte».
Clitemnestra, invischiata nella sanguinaria saga degli Atridi nella quale serpeggia un’incontrollabile pulsione di morte, in cui sangue chiama sangue e delitto genera delitto, in una sorta di ereditarietà criminale deterministica all’Émile Zola, è un personaggio a tratti demoniaco, in quanto incarna il terrificante genio della stirpe e si schiera dalla parte delle Erinni, le divinità ctonie, nella lotta contro il principio paterno incarnato da Apollo, Oreste e Atena, la dea senza madre. Ma soprattutto è «donna che impera» e «donna dal senno virile», come viene continuamente apostrofata, mentre l’amante Egisto è l’effeminato e vile uomo di casa che tiene accesa la fiamma dell’oikos, prerogativa prettamente femminile.
Uccide Agamennone perché ha sgozzato senza pietà la figlia Ifigenia, «gioia della casa» e «frutto dolente delle sue doglie», e il sentimento d’odio non è uno strumento fittizio per giustificare l’omicidio e assumere il potere a tempo indeterminato, ma è una vera e propria Mènis, la Collera terribile della madre che non perdona e non dimentica. La falsità con cui si presenta Clitemnestra all’inizio della vicenda è puramente occasionale, tant’è che nel momento della confessione del delitto, la regina è ben felice di gettare la maschera e sospirare «prima, ho detto molte cose per necessità, ora, mi vergognerò di dire il contrario».
Sfrenata e violenta in ogni manifestazione, tanto da paragonare le gocce di sangue con cui si è macchiata uccidendo Agamennone con la scure alla rugiada di Zeus, è una specie di Lady MacBeth che Bachofen, all’interno della sua tesi su matriarcato e patriarcato, colloca nel periodo di “amazzonismo” o “imperialismo femminile” insieme ad altre note protagoniste (le donne di Lemno, le Amazzoni, le Danaidi).
Clitemnestra capovolge completamente l’ordine dei ruoli sessuali e sociali del suo tempo, rappresenta l’uomo, il re che governa, facendosi guidare da un «cuore di donna capace di maschi pensieri», come veniamo subito informati dalla sentinella ai versi 11-12 dell’Agamennone; costituisce un ossimoro di femminilità e potere e in lei, con grande finezza psicologica, si scorgono i tratti della madre amorevole, dell’amante premurosa, del capace capo di governo, oltre che dell’assassina spietata e coraggiosa, la quale impugna la scure addirittura contro il figlio Oreste, da cui verrà uccisa.
In quanto donna, è portatrice di una differenza e di un’inferiorità naturale e sessuale, come sostengono le teorie di Platone e soprattutto di Aristotele, statuale e politica, in quanto regina e xenia, vale a dire straniera greca, spartana, priva della cittadinanza ateniese. Date le contaminazioni sessuali e identitarie che racchiude in sé, Clitemnestra può quindi essere considerata come uno dei primi soggetti gender, dal momento che gender significa genere come fatto sociale, il quale rispetto al sesso biologico raccoglie categorie identitarie più numerose e complesse, mettendo in discussione l’ideologia tradizionale, la divisione dei ruoli e l’opposizione maschile/femminile, secondo la moderna prospettiva offerta dai Women e Gender’s studies fioriti negli ultimi decenni, che ci hanno fornito nuove categorie critiche e letterarie di studio e interpretazione. Nessuna etichetta per Clitemnestra; troppi i fili nella sua rete, intrecciati e tesi come la tela delle Parche, per elaborare un volto unico e giungere alla definizione di un’immagine circoscritta. Ognuna di noi allora, con la sua privata e particolare conoscenza del mondo e di se stessa, potrà specchiarsi in lei e nelle altre, a seconda degli umori e delle situazioni, creando un volto, a dispetto delle leggi del proprio sesso, attraverso un lavoro di tessitura, riabilitato e riconciliato nell’intimo, non più prigione, bensì mezzo artistico ed esistenziale per scrivere, dipingere, filmare o cantare la propria personale mitologia.

Dai cafoni dell’editoria ai truzzi dell’arte: un blog da non perdere!

giramenti

Lo segnala Artribunequi – e Giramenti lo rilancia volentieri: L’Arte spiegata ai Truzzi. Qui il blog e qui la pagina facebook.

Artribune – essendo un posto serio di persone serie – ha qualche dubbio sul risultato dell’esperimento truzzo: «[…] davvero l’arte è così incomprensibile, così oscura, così lontana dal comune sentire da necessitare una traduzione per gonzi?», a cui si aggiunge una perentoria richiesta: «[…] piantiamola con questa storia del romano burino, cafone, ignorante, coatto» e una precisazione: «[…] il vernacolo è lingua parlata, metterla su carta è sempre difficile. Ma ancora più difficile è renderlo davvero incomprensibile».

Ovviamente Giramenti ha una sola convinzione: farsi due risate, sempre.

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Dilemma morale

Mi trovo davanti a un dilemma morale. E sono qua a chiedere lumi, perché non so bene a che santo votarmi. Mi spiego. Ieri in biblioteca sono rientrati dei libri presi in prestito da una utente. E fin qua tutto normale. La persona in questione è una ragazza, in questa sede la chiamerò Eva. Eva è giovane, ama la poesia e ha pubblicato anche dei libri di poesia. Lo fa con grande passione e trasporto, ha un sogno e in esso ci crede, nonostante alcune difficoltà, come la lingua. Eva è straniera e spesso mi racconta le sue vicissitudini passate, in un paese marchiato da una guerra cruenta e insensata, come sono sempre le guerre. Ebbene, i libri restituiti ieri erano fortemente sottolineati e annotati. Come sapete, questo non si fa con i testi appartenenti a una biblioteca pubblica. Al momento non ho detto nulla, non so bene il motivo. Un moto d’istinto, o di allerta. Fatto sta che, incuriosita dalla natura di quegli appunti, ho recuperato lo storico dei prestiti di Eva, ho preso a scaffale tutti i libri che aveva letto e li ho sfogliati. Mi sono accorta che tutti gli aggettivi femminili di quei libri erano non solo segnati ma anche numerati. Chiara Gamberale una delle autrici più amate, o bistrattate, a seconda dei punti di vista. Sebastiano Vassalli invece completamente ignorato. Al che, l’eureka della lampadina mi si è accesa nella mente. Un ricordo, un riverbero semantico. Sono andata a scovare il libro di poesia pubblicato da Eva. E ho appurato quello che, fino a quel momento, poteva apparire solo una folle, machiavellica, romanzesca paranoia. Eppure, era tutto lì sotto i miei occhi. Mi pareva di essere dentro un libro di Roald Dahl, come Il libraio che imbrogliò l’Inghilterra o meglio ancora Lo scrittore automatico. Ciascuna poesia, pubblicata nel libro di Eva, era formata dalle parole sottolineate nei libri della biblioteca. Seguivo i numeri e scoprivo i versi. Una sciarada, un rompicapo, un affascinante verboso tranello.

La mia domanda è la seguente: che cosa devo fare? In quanto bibliotecaria, dovrei chiamare Eva e ammonirla severamente, farla venire in biblioteca a cancellare tutte le sottolineature e annotazioni. Una parte di me, invece, non vuole smascherarla e svelare il suo segreto.

Al momento, sono combattuta tra la ragione e il sentimento, tra la solidarietà e la professionalità. Io non voglio rubare i sogni a nessuno. Tantomeno a Eva.

William S. Maugham

“Lasciami morire con le immagini di quelle amate terre nel cuore, così come le ho sempre sognate. Cosa m’importa se i fauni non scorrazzano nei campi, e le driadi non abitano più le sorgenti? Non è la Grecia che andavo a vedere, ma la terra dei miei ideali” (La giostra)

“Talvolta sembra duro come una pietra e poi si mette a parlare come se fosse quasi umano e infine, proprio quando uno pensa di averla giudicata male, e che dopotutto anche lei ha un cuore, se ne esce fuori con un’affermazione che lascia senza fiato. Immagino che è questo che intendono quando dicono che uno è cinico” (Racconti dei mari del sud)

“La sconvenienza è base di ogni arguzia […] Sono alquanto restio ad assumere atteggiamenti di indignazione morale. C’è sempre in essi un elemento di autocompiacimento che mette a disagio chiunque possieda senso dell’umorismo. Per quel che mi riguarda, ci vuole un’emozione davvero autentica per farmi superare il senso del ridicolo” (La luna e sei soldi)