Beautiful Blogger Award

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Spero di fare tutto giusto, ringrazio di cuore la persona che mi ha segnalata Elena Marino e nomino altri sette blogger, anche se non è cosa semplice…

Riporto qui di seguito le regole dell’award:

1.COPIARE IL PREMIO BEAUTIFUL BLOGGER IN UN POST
2.RINGRAZIARE LA PERSONA CHE TI HA NOMINATO
3.RACCONTARE 7 COSE DI SÉ
4.NOMINARE 7 BLOG A CUI VUOI ASSEGNARE IL PREMIO E AVVISARLI CON UN COMMENTO IN BACHECA

Le sette cose di me (riportate in velocità secondo quello che mi viene in mente, altrimenti non vale…):

1- Amo la bicicletta, la poesia e i classici dell'Ottocento
2- Sono una feticista di penne, matite e quaderni
3- Ho una paura folle di guidare anche se ho la patente
4- Vorrei avere una bambina e chiamarla Emma
5- Sono golosa, soprattutto di cibi salati e mediterranei (come EM!)
6- Quando sono nervosa a lavoro prendo scosse elettriche terrificanti di continuo, tanto da temere gli oggetti metallici
7- Sono comunicativa e mi piace stare con la gente, ma mi stufo presto e poi mi viene voglia di andare al cinema e addentrarmi nella sala buia
5- Sono una diurna e dopo le 22 di sera crollo! Quindi tutto viene anticipato: film, scrittura etc…Però quando vado a letto, siano anche le 2 di notte, devo leggere almeno qualche pagina dei miei adorati libri.

E i nominati sono…
1) Gaia
2) Tramedipensieri
3) Missandry
4) cartaresistente
5) L’ordine dei Confusionari
6) Aereoplanini_Liquidi
7) Silente

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Ciao, Sylvia

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11 febbraio 1963 – 11 febbraio 2013
Quel giorno Sylvia preparò un vassoio con due bicchieri di latte e la colazione, lo portò in camera ai figli Nicholas e Frieda Rebecca, aprì la finestra e serrò bene le fessure della porta. Poi scese in cucina e mise la testa nel forno. Aveva 31 anni ed è una delle mie poetessa preferite da quando ero ragazzina. Oggi sono sempre un po’ triste.

LADY LAZARUS
Sylvia Plath

L’ho rifatto
Un anno ogni dieci
Ci riesco
Una specie di miracolo ambulante, la mia pelle
Splendente come un paralume nazi,
Il mio Piede destro,
Un fermacarte
La mia faccia un anonimo, pefetto
Lino ebraico.
Via il drappo,
O mio nemico!
Faccio forse paura?
Il naso, le occhiaie, la chiostra dei denti?
Il fiato puzzolente
In un giorno svanirà.
Presto, ben presto la carne
Che il sepolcro ha mangiato si sarà
Abituata a me
E io sarò una donna che sorride.
No ho che trent’anni.
E come il gatto ho nove vite da morire.
Questa è la Numero Tre.
Quale ciarpame
Da far fuori a ogni decennio.
Che miriade di filamenti.
La folla sgranocchiante nocioline
Si accalca per vedere
Che mi sbendano mano e piede
Il grande sporgliarello.
Signori e signore, ecco qui
Queste sono le mie mani,
I miei ginocchi.
Sarò anche pelle e ossa,
Ma pure sono la stessa, identica donna.
La prima volta sucesse che avevo dieci anni.
Fu un incidente.
Ma la seconda volta ero decisa
A insistere, a non recedere assolutamente.
Mi dondolavo chiusa
Come una conchiglia.
Dovettero chiamare e chiamare
E staccarmi via i vermi come perle appiccicose.
Morire
É un’arte, come ogni altra cosa.
Io lo faccio in un modo eccezionale.
Io lo faccio che sembra come inferno.
Io lo faccio che sembra reale.
Ammetterete che ho la vocazione.
È facile abbastanza da farlo in una cella.
È facile abbastanza da farlo e starsene lì.
È il teatrale
Ritorno in pieno giorno
A un posto uguale, uguale viso, uguale animale
Urlo divertito:
“Miracolo!”
È questo che mi ammazza.
C’è un prezzo da pagare
Per spiare le mie cicatrici,c’e’ un prezzo da pagare
per auscultare il mio cuore
Eh sì, batte.
E c’è un prezzo, un prezzo molto caro,
Per una toccatina, una parola,
O un po’ del mio sangue
O di capelli o un filo dei miei vestiti.
Eh sì, Herr Doktor.
Eh sì, Herr nemico.
Sono il vostro opus magnum.
Sono il vostro gioiello,
Creature d’oro puro
Che a uno strillo si liquefà.
Io mi rigiro e brucio.
Non crediate che io sottovaluti le vostre ansietà.
Cenere, cenere
Voi atizzate e frugate.
Carne, ossa, non ne trovate
Un pezzo di sapone,
Una fede nuziale,
Una protesi dentale.
Herr Dio, Herr Lucifero,
Attento,
Attento.
Dalla cenere io rinvengo
Con le mie rosse chiome
E mangio uomini come aria di vento.

Odio gli indifferenti

NZO

Oggi sento di fare mie le parole di Gramsci, che cadono a fagiolo constatando il qualunquismo della gente.

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

11 febbraio 1917