Lettori di vario tipo….

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Tra sottosuolo e sole

Per puro caso ho trovato su youtube una conferenza che Antonio Tabucchi tenne un anno prima di morire a Migliarino, ospite di un’associazione culturale del paese. Lui stesso, nel corso dell’incontro, dice che si tratta di un “Elogio alla letteratura” che non aveva mai tessuto in Italia.

Ho trovato il video molto interessante e vi consiglio di guardarlo. Si parte da una riflessione sui nemici della letteratura, cioè chi è restio ad accettare una visione del mondo differente dal pensiero dominante. La letteratura, infatti, è politeista per natura, insinua dubbi, oltre che essere atto creativo. Tabucchi, poi, ci parla della “comprensione anticipata” che ha caratterizzato il pensiero di alcuni grandi autori, come Kafka e Pasolini, e della “conoscenza tardiva”, ma non per questo meno potente, per esempio del Gadda di “Eros e Priapo” o del Cervantes e del suo “Don Chisciotte”.

Per il resto, lascio a voi il piacere di…

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Feltrinelli

Paolo Ferrucci

feltrinelli e james baldwin


Otto anni fa ricorreva il cinquantenario della casa editrice Feltrinelli, fondata nel 1955.
In un articolo-intervista di Stefano Salis apparso su Il Sole 24 Ore Domenica del 17 aprile 2005, Inge Feltrinelli rievocava i momenti capitali della sua storia editoriale.

Proprio quest’anno, Carlo Feltrinelli è stato insignito a Mosca del premio Pasternak. La giuria l’ha scelto per il suo libro Senior service, una magistrale ricostruzione (da figlio, ma anche da editore) delle vicende editoriali di Giangiacomo, legate indissolubilmente alla pubblicazione in tutto il mondo del capolavoro di Pasternak Il dottor Zivago.
[…]
«Quel romanzo fu un colpo di scena per l’editoria mondiale – ricorda Inge. Il libro era proibito nell’Unione Sovietica e la pubblicazione, prima in Italia, quindi in tutto il mondo portò il nostro Pasternak fino al Nobel». Lo scrittore, però vi dovette rinunciare. Zivago, in compenso, è in assoluto il primo best seller contemporaneo: due…

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“Officina Einaudi” (Cesare Pavese)

Tra sottosuolo e sole

officina

Nel 2008, a cento anni dalla nascita di Cesare Pavese, Einaudi ha pubblicato “Officina Einaudi”, una raccolta di lettere relative al lavoro che Pavese svolse presso la casa editrice, con particolare riferimento al decennio 1940 – 1950. Per chi non lo sapesse, infatti, Pavese, oltre che scrittore e poeta, era anche, se non soprattutto, uno scrupoloso e autorevole collaboratore dell’Einaudi e il carteggio riportato in questo volume testimonia appunto questa sua veste. Salvo qualche sporadico cenno non troviamo riferimenti alla sua vita personale, come invece nel drammatico diario “Il mestiere di vivere”, e nemmeno rimandi alle sue opere di romanziere e poeta, se non in alcuni passaggi, allorché si tratta di pubblicare gli stessi.

Il titolo della raccolta, del resto, ci fa comprendere come l’idea dei curatori sia stata proprio quella di farci entrare nell’officina culturale che rappresentò l’Einaudi in quel periodo storico, attraverso le lettere che Pavese scambiò…

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L’ALBA DI MARIA

La Sanguinaria non perdeva tempo.
Mai.
Le sue decisioni,
respiri frementi di terrore pubblico,
non attendevano la redenzione degli umili
né l’abbraccio dei potenti.
Il pollice sempre verso,
destinazione Inferno.
La prima vittima della sua fantasia,
l’antica nemica artefice
di reclusione e smarrimento.
Anna Bolena.
Madre di Elisabetta, la Bastarda
dalla fulva chioma
-Dio, perché Lei così simile all’amato padre?-
che seppur dalla Torre di Londra
minacciava con innato carisma
il trono funesto di rivalità endemiche.
L’aveva bruciata più e più volte
nei sogni notturni carichi
di stupore maligno.
Ogni volta la stessa soddisfazione,
il rituale macabro della propria
ossessività nascente.
Alienazione morale,
l’anima nella gabbia della cattività.
Ma era lei la regina, non doveva scordarlo.
Non dopo la lotta di sua madre.

Allora perché, in quelle sabbatiche notti,
tutto il tuo odio si riversava sulla superficie
di uno specchio rotto che rammentava
al mondo quanto Lei fosse più bella
di te?

TOMMASO MORO

LA CONDANNA DELLE IDEE

Vi ho creduto, Sire.
Ho creduto agli anni fecondi dalle fulgide idee
che tanto entusiasmavano i nostri intelletti,
così a fondo nutriti con la maturità di quelle scelte.
Fummo coraggiosi, un tempo, ma ora che la luce abbandona
il talamo della secolare saggezza,
un fremito di ghiaccio attraversa le mie membra
sfinite per la durezza dell’impatto.
Quando ripenso alle lunghe passeggiate
che indulgenti allietavano il risveglio,
immersi nella quiete della campagna inglese,
non riesco a credere all’inquietudine profonda
che sono costretto ad affrontare solo,
senza il sostegno fedele del re più illuminato
di questo splendido Rinascimento umano.
Eppure vi fidavate di me, amavate ritenere che la mia parola,
qualunque fosse, bruciasse di verità
più di ogni altra sulla terra.
Sapevate che nulla veniva detto a caso,
né con falsità o manierata eloquenza.
Sapevate che la cultura della mia Utopia
non era che un omaggio alla Vostra grandezza,
all’immenso amore per le facoltà di cui molte volte
avevate dato valorosamente prova.
Abbiamo guardato l’alba infiniti, maestosi mattini;
nei primi sussurri assetati di rugiada, fratelli eravamo.
Allora, uomini liberi e uguali, nudi da pesanti velluti
e senza taglienti sigilli a indebolire le agili membra,
ponevate una mano sulla mia spalla, come a sostenervi
nella sicurezza di una giusta guida recante paterno affetto.
Sembravate una statua greca solcata di fragilità
mentre il sole estivo scherzava con i rami degli alberi
e veniva a morire dolcemente sul Vostro volto.
Vi cerco, il mio sguardo errabonda nella notte
esprimendo tutto il rammarico
che una tale condizione suscita nello spirito.
Questa cella è fredda e umida, ma nulla mi turba e arreca
danno più della consapevolezza che la perdizione del Mio Signore
è vicina tanto quanto il Giorno del Giudizio.
Voi, che ho conosciuto fanciullo e avuto il privilegio di veder crescere
sotto i miei occhi carichi di ammirazione, mi chiedete il superamento
di una prova impossibile per ogni buon cristiano.
Dopo il mio Dio, non c’è nessuno al mondo che ami di più.
Ed ecco che avete la presunzione, perdonatemi,
di volervi ergere a un maggior grado di venerabilità.
Come, un uomo -si, un uomo, poiché questo siete, fatto di carne e sangue!-
a capo della Chiesa, lontano dal favore di Roma e di San Pietro?
È mai possibile che la mente vi sia stata avvelenata fino al punto
di voler rinnegare la stessa Fede che vi ha dato vita e linfa matura
con cui crescere vigoroso e nobile?
C’era un tempo in cui mi era permesso chiamarvi per nome di battesimo,
Enrico. Non desideravate cerimonie da cortigiano, non da me.
Temevate il mio valore, e lo temete ancora.
Per questo ambite tanto irrazionalmente a una benedizione.
Se io accordassi favore al capriccio di cui vi siete invaghito,
il mondo intero ne riconoscerebbe la validità legittima.
Ma la coscienza, amica saggia e fedele, compagna indefessa
negli anni più duri e scarni della mia formazione,
parla con me francamente rammentandomi che sono
solo un debole uomo, come tutti gli altri, come Voi.
Non posso fare ciò che con iraconda foga mi chiedete.
Sire, la Vostra rabbia altro non è che senso di colpa.
Siete cattolico, come lo sono io.
Amiamo la colpa che la condizione umana ci ha donato,
a monito dei nostri errori e smarrimenti.
Non mettetevi a capo di tutto questo.
Non ci sarà pace per Voi, né perdono, se vi farete da tramite con il Divino.
Sottostare, è la redenzione.
Io lo so, lo vedo. Voi vi fidate di me, ancora e ancora.
Ma mi punirete per soffocare la Vostra paura.
Mille ragioni avete per condannarmi, e altre centomila per salvarmi.
Presto, tacerò per sempre.
La mia mano si fa languida nella scrittura, non ho più le forze
per sopportare il peso del buio che divora.
E così, perisco per Voi nell’adempimento dell’anima mia.