CATERINA D’ARAGONA

TRISTEZZA SPAGNOLA

Ah, finiti i bei giorni della regal gloria!
Finiti i gai momenti in cui la nostra perfetta gioia
era gioia perfetta anche per il nostro popolo!
Sudditi amorevoli, docili seguaci
dell’umile maestà che tremebonda
adducevo a me stessa,
Regina straniera in esule splendore.
Anni, forse secoli, sono trascorsi dal maritale approdo;
il 1501 sembra così lontano, così antico…polvere nel vento…
una spaurita e minuta fanciulla argentata
devo essere apparsa all’occhio scrutatore e
maligno della corte inglese.
I miei genitori, Ferdinando e Isabella,
mi educarono con rigorosa passione per prepararmi
al fatale destino di un nuovo mondo.
Le fredde braccia di Arturo accolsero
con gracile torpore, e dopo cinque mesi
di fraterne nozze incontrai il fratello
che le mie vene spagnole non bramarono
di conoscere ma amarono al primo contatto.
Enrico! Giovane, impetuoso, possente sovrano;
pura, giunsi nel tuo talamo devota e candida,
come lo sono adesso nell’ora del dolore e
nell’affanno dell’abbandono.
Armature scintillanti, sbattere d’ali dorate,
corse a perdifiato laggiù, lungo il fitto sentiero
boschivo che s’inoltra nel rigoglio della bella stagione
di cui il tramonto segna il declinare.
Quando cavalcavi felice, fiero del virile corpo
e del brillante ingegno, colto di fervore,
spalleggiato dai fidi compagni, Charles, Francis,
Henry, riempivo i miei occhi lucenti
con l’orgoglio del rango e l’onestà di un vero amore.
Per lunghi e stupendi anni governammo fianco a fianco,
beandoci della reciproca compagnia;
le visite nelle mie stanze destavano un’ansia
e un piacere impagabili, vivevo e vivo ancora solo
nell’attesa di una tua venuta.
Allora, come adesso, il fuoco arde nel caminetto
ricco di calore e affetto, più forte della crudele
indifferenza che sembrate provare
per la mia persona, sempre adorante, sempre pregna di Voi.
Relegata in una lontana e ostile dimora,
disperata senza il godimento del Vostro favore,
sono stata privata dei gioielli della corona,
delle caste dame, ancelle della mia solitudine,
dei solidi privilegi cui ogni donna è cara.
Posso sopportare, e sopporterò, come
ho lungamente dimostrato al mio venerabile sire
al quale numerose infedeltà perdonai
in nome della sua straordinaria magnanimità
e bellezza ultraterrena.
Ma…mia figlia Maria. Nostra figlia.
Troppo tempo è passato da quando le ho
accarezzato i capelli e rimboccato le coperte;
bambina, fanciulla temo sia ora,
e senza il sostegno protettivo di una madre
innamoratissima e decisa a coltivarne ogni virtù.
Come potrà fronteggiare da sola l’impeto eretico
che gode oggigiorno di molti singulti?
Fuochi fatui sempre più vanno allargandosi
di orrore in orrore, bruciando i nostri monasteri,
mettendo a morte i santissimi padri della Chiesa,
profanando i dotti insegnamenti della Fede
ergendo a diritto canonico immonde blasfemie
di cui il cuore umano ha vergogna.
Come può, la mia Maria, oltrepassare indenne,
libera, lo sguardo obliquo e scarno della Grande Sgualdrina
che audace siede alla Vostra destra cospirando contro
lo stesso sangue che pretende di onorare?
Ah, nessuna vi amerà come vi amo io…
Io, in questa triste fortezza dissestata quali sono
le rovine di un cuore appassionato, rinchiusa in un buio tetro
che fende l’anima e gela il calore nelle vene come lama di tenebra,
oserei pronunciare a voce alta il solenne desiderio
di vedere Voi, mio signore, un’ultima volta nel supremo
ultimo giorno della vita terrena che ci è stata concessa.
Se soltanto i miei occhi, muti per l’affanno, potessero
riprendere vigore riacquistando l’antica limpidezza, degni
di incontrare di nuovo la dolcezza del Vostro volto amico,
morirei contenta nell’istante preciso dell’intima comunione
degli sguardi allacciati tra loro in pietoso abbraccio.
Enrico, mostratevi alla Regina quell’ultima volta che ora
sono qua, in ginocchio, a supplicarvi con amore di Donna.

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