TOMMASO MORO

LA CONDANNA DELLE IDEE

Vi ho creduto, Sire.
Ho creduto agli anni fecondi dalle fulgide idee
che tanto entusiasmavano i nostri intelletti,
così a fondo nutriti con la maturità di quelle scelte.
Fummo coraggiosi, un tempo, ma ora che la luce abbandona
il talamo della secolare saggezza,
un fremito di ghiaccio attraversa le mie membra
sfinite per la durezza dell’impatto.
Quando ripenso alle lunghe passeggiate
che indulgenti allietavano il risveglio,
immersi nella quiete della campagna inglese,
non riesco a credere all’inquietudine profonda
che sono costretto ad affrontare solo,
senza il sostegno fedele del re più illuminato
di questo splendido Rinascimento umano.
Eppure vi fidavate di me, amavate ritenere che la mia parola,
qualunque fosse, bruciasse di verità
più di ogni altra sulla terra.
Sapevate che nulla veniva detto a caso,
né con falsità o manierata eloquenza.
Sapevate che la cultura della mia Utopia
non era che un omaggio alla Vostra grandezza,
all’immenso amore per le facoltà di cui molte volte
avevate dato valorosamente prova.
Abbiamo guardato l’alba infiniti, maestosi mattini;
nei primi sussurri assetati di rugiada, fratelli eravamo.
Allora, uomini liberi e uguali, nudi da pesanti velluti
e senza taglienti sigilli a indebolire le agili membra,
ponevate una mano sulla mia spalla, come a sostenervi
nella sicurezza di una giusta guida recante paterno affetto.
Sembravate una statua greca solcata di fragilità
mentre il sole estivo scherzava con i rami degli alberi
e veniva a morire dolcemente sul Vostro volto.
Vi cerco, il mio sguardo errabonda nella notte
esprimendo tutto il rammarico
che una tale condizione suscita nello spirito.
Questa cella è fredda e umida, ma nulla mi turba e arreca
danno più della consapevolezza che la perdizione del Mio Signore
è vicina tanto quanto il Giorno del Giudizio.
Voi, che ho conosciuto fanciullo e avuto il privilegio di veder crescere
sotto i miei occhi carichi di ammirazione, mi chiedete il superamento
di una prova impossibile per ogni buon cristiano.
Dopo il mio Dio, non c’è nessuno al mondo che ami di più.
Ed ecco che avete la presunzione, perdonatemi,
di volervi ergere a un maggior grado di venerabilità.
Come, un uomo -si, un uomo, poiché questo siete, fatto di carne e sangue!-
a capo della Chiesa, lontano dal favore di Roma e di San Pietro?
È mai possibile che la mente vi sia stata avvelenata fino al punto
di voler rinnegare la stessa Fede che vi ha dato vita e linfa matura
con cui crescere vigoroso e nobile?
C’era un tempo in cui mi era permesso chiamarvi per nome di battesimo,
Enrico. Non desideravate cerimonie da cortigiano, non da me.
Temevate il mio valore, e lo temete ancora.
Per questo ambite tanto irrazionalmente a una benedizione.
Se io accordassi favore al capriccio di cui vi siete invaghito,
il mondo intero ne riconoscerebbe la validità legittima.
Ma la coscienza, amica saggia e fedele, compagna indefessa
negli anni più duri e scarni della mia formazione,
parla con me francamente rammentandomi che sono
solo un debole uomo, come tutti gli altri, come Voi.
Non posso fare ciò che con iraconda foga mi chiedete.
Sire, la Vostra rabbia altro non è che senso di colpa.
Siete cattolico, come lo sono io.
Amiamo la colpa che la condizione umana ci ha donato,
a monito dei nostri errori e smarrimenti.
Non mettetevi a capo di tutto questo.
Non ci sarà pace per Voi, né perdono, se vi farete da tramite con il Divino.
Sottostare, è la redenzione.
Io lo so, lo vedo. Voi vi fidate di me, ancora e ancora.
Ma mi punirete per soffocare la Vostra paura.
Mille ragioni avete per condannarmi, e altre centomila per salvarmi.
Presto, tacerò per sempre.
La mia mano si fa languida nella scrittura, non ho più le forze
per sopportare il peso del buio che divora.
E così, perisco per Voi nell’adempimento dell’anima mia.

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