Le mie letture in Biblioteca, da 3 a 13 anni

Più riguardo a Capitan Omicidio Più riguardo a Cyrano Più riguardo a La bellezza del re Più riguardo a Fiabe Più riguardo a La storia infinita Più riguardo a Il visconte dimezzato Più riguardo a Lo Stralisco Più riguardo a Banda di maiali! Più riguardo a La palla rossa Più riguardo a Questa è la poesia che guarisce i pesci Più riguardo a Il palloncino rosso Più riguardo a Olivia Più riguardo a Gruffalò e la sua piccolina Più riguardo a Mangerei volentieri un bambino Più riguardo a Versi perversi Più riguardo a C'era un bambino profumato di latte Più riguardo a Ciccio Porcello domani si sposa Più riguardo a Come il boia perse il suo cuore Più riguardo a Lavandaie scatenate Più riguardo a L'approdo

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SIAMO SARDI

LA PAGINA DI NONNATUTTUA

sardegna

Siamo spagnoli, africani, fenici, cartaginesi, romani, arabi, pisani, bizantini, piemontesi.
Siamo le ginestre d’oro giallo che spiovono sui sentieri rocciosi come grandi lampade accese.
Siamo la solitudine selvaggia, il silenzio immenso e profondo, lo splendore del cielo, il bianco fiore del cisto.
Siamo il regno ininterrotto del lentisco, delle onde che ruscellano i graniti antichi, della rosa canina,
del vento, dell’immensità del mare.
Siamo una terra antica di lunghi silenzi, di orizzonti ampi e puri, di piante fosche,
di montagne bruciate dal sole e dalla vendetta.
Noi siamo sardi.

(Grazia Deledda)

Dedicato alla Sardegna, al suo dolore, al suo coraggio!

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Baci rubati

Questa non è una storia di libri e nemmeno di biblioteca, ma il mio è un “fuori tema” tutto di cuore!

Ho sempre amato i treni, poiché mi danno la giusta cifra del viaggio. Seguono, come surrogati, gli autobus e le corriere, i quali non offrono neanche lontanamente le stesse sensazioni ma danno ugualmente la possibilità di osservare un mondo diverso dal proprio, di sfiorare per una breve porzione di tempo attimi di vita altrui. Talvolta, nella monotonia di un’attività ripetitiva a scansione oraria in cui tutto si ripete identico a se stesso, giorno dopo giorno, un’illuminazione cambia l’asse della quotidianità regalando un momento di fuggevole bagliore. Il bagliore che di recente mi ha colpita si è mostrato qualche mese fa, alle ore 14.20 di un tiepido pomeriggio di giugno al termine della giornata scolastica.
L’autobus, incolonnato nel bel mezzo di una coda infinita, è rimasto fermo un pezzo sullo stesso punto; guardando fuori dal finestrino mi sono accorta che ero a pochi metri dal cortile di una scuola media. “Le medie, quanto le ho odiate…quanto detestavo essere così piccola ed esile, quasi invisibile, mentre la maggior parte delle mie compagne era in rigoglio, sbocciata, con il seno prorompente e il lucidalabbra al sapore di fragola che faceva capolino come un marchio esclusivo…”: questi, più o meno, i miei pensieri spaziando lo sguardo da una recinzione all’altra, passando in rassegna gli angoli di un giardino brullo, calpestato, usurato, che scatenavano dentro di me il motore dei ricordi e la scomodità di una rimembranza passata basata sull’imbarazzo piuttosto che sulla dolcezza.
Sobbalzando al ritmo rumoroso dell’autobus, notai che c’erano due ragazzi nel cortile, proprio davanti a me, un maschio e una femmina: biondi, alla moda ma non troppo, speculari. Si guardarono distrattamente per qualche secondo, tamburellando i piedi per terra e stringendo dietro la schiena un oggetto invisibile. Poi, all’improvviso, si baciarono di colpo, rispondendo a un ordine segreto, con uno slancio carico di ansie e aspettative. Lei appoggiò le mani sulle spalle del ragazzo; lui, timidamente, mise le sue sui fianchi della ragazza. Immobili, non osando andare oltre, rimasero così, come le statue greche di due giovinetti o di due innamorati ostacolati dal destino, magari un fauno e una ninfa, oppure un aedo e una principessa.
Quando l’autobus ripartì, erano ancora abbandonati l’uno sull’altra in quello che mi pareva essere, fulgido come una stella (parafrasando Keats), l’estasi di un primo, castissimo bacio. Che io avevo rubato, sì lo ammetto, e impudicamente gustato riconciliandomi idealmente con la ragazzina che ero stata, perdonandola finalmente per tutti i sotterfugi, i trucchi, i torti che pensavo di aver subito a tradimento e che invece erano solo la risposta a un’eccessiva sensibilità.

Mi accorsi che non ero l’unica ad aver rubato quel bacio. Una giovanissima donna, un’adolescente, ricambiò il mio sguardo sorridendo tra sé: la madeleine aveva avuto effetto pur in assenza di odore e sapore, il dolcetto a forma di conchiglia imbevuto nel tè aveva conservato la propria fragranza e il gusto ricco di un piccolo, delizioso viaggio nel tempo.
In fin dei conti, avere 13 anni non è poi così terribile.

In omaggio alla dimensione del viaggio, ecco una poesia di Caproni che amo moltissimo

“Congedo del viaggiatore cerimonioso”

Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.

Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l’ottima compagnia.

Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.

Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte:
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.

(Scusate. è una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch’io mi domando perchè
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l’uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch’essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare).

Dicevo, ch’era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale
anche questo – odiati
su più d’un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos’importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l’ottima compagnia.

Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto s’io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.

Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.

Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.

Scendo. Buon proseguimento.

L’interprestito, Kiki che consegna a domicilio e il Kansas di Dorothy

Rimettendo mano al blog dopo una lunga assenza è inevitabile cadere nella sensazione nostalgica del “prima” e del “dopo”, di ciò che è stato e di quello che è sopraggiunto…Particolarmente affezionata a questo pezzo, il quale mi riporta indietro nel tempo a un’epoca piuttosto felice, lo ripropongo mentre sistemo le idee e creo ordine nella memoria. Buona domenica a tutti!

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Cosa non si fa per amore dei libri. Cosa non si fa per amore della bicicletta. A questo proposito, e tra poco capirete il perché del bizzarro titolo di questo articolo, voglio raccontare la disavventura di ieri. Premessa: dato che gli interprestiti della Provincia di Treviso sono gratuiti per l’utente e la crisi si fa sentire, la gente ne richiede tantissimi. Diciamo pure che la situazione generale è sfuggita di mano e i costi delle buste con cui spedire via posta i libri da una biblioteca all’altra sono saliti alle stelle. Buste normali 1.28, buste grandi 3.95. Calcolate che io soltanto ne preparo circa 20 a settimana. Ergo, si cerca di risparmiare, ad esempio chiedendo i libri sempre alle stesse biblioteche in modo che nelle buste ci siano almeno 2-3 volumi, oppure tramite la forza lavoro, letteralmente. Dal momento che lavoro in due biblioteche differenti (una delle quali è quella della Terribile Direttrice che mi fa sentire come Matilde Dalverme), è venuto naturale organizzarsi in modo tale da chiedere più libri possibili che trasporto a mano io, dall’una all’altra, proprio come “Kiki consegne e domicilio” di Miyazaki. Solo che lei, Kiki, per mezzo di trasporto aveva una scopa, in quanto strega. E con questo ho spiegato i primi due riferimenti del titolo. Ora mancano Dorothy e il Kansas. E qua mi ricollego finalmente al fattaccio. Giovedì pomeriggio, con orario 14.45-20.15, lavoro nella mia biblioteca preferita. Non è tanto più vicina rispetto all’altra (9,5 km contro 12-13 km), ma situata in una zona dotata di pista ciclabile e stradine di campagne, quindi risulta facile arrivarci, nonché rilassante e corroborante per mente e corpo. Per un’appassionata di bicicletta come la sottoscritta, il paradiso. Nel corso del pomeriggio sbuffo: il mio fortunatissimo collega dell’altra biblioteca, il maschio alfa adorato dalla Terribile Direttrice, domanda libri a raffica che devo portare il giorno seguente -vale a dire oggi pomeriggio-, sul cestello della bici in primis, a mano dopo. Per la precisione, volentieri vengo incontro alle esigenze delle biblioteche. Volentieri sollevo il bilancio della Regione Veneto e della Provincia contribuendo nel mio piccolo. Ma c’è un limite umano: alla decima richiesta d’interprestito, per giunta di un librone di storia dell’arte, ho chiamato il collega sbottando al telefono “OK, O IO O I LIBRI!”. Ci mancava poco che mi sbattessi sulla fronte lo stick con scritto “piego di libri” e formalizzassi una parcella straordinaria in quanto interprestito provinciale biblio-alicesco. Miracolo, sono stata ascoltata. Ma dieci volumoni rimanevano, e io purtroppo sono dotata di un cuore tenero e non me la sono sentita, carogna, di abbandonare il malloppo. Alle 20.00 circa decido di andare via, dato che arrivo sempre in anticipo e avevo svolto le consuete operazioni di chiusura. E meno male. Primo ostacolo, incastrare i pezzi e le parti: ovvero, giocare a tetris con la mia borsa (troppo ingombrante da portare a tracolla) e il super sacchettone libresco. Fiera di me e fiduciosa nei 9,5 km, sono riuscita a farci stare tutto. E sono partita nel fresco di una bella serata estiva, pregustando il piacere di correre sfrecciando nella natura. Ma si sa, la Natura non sempre è benigna, come ci ha insegnato il buon Leopardi, bensì matrigna (e le matrigne sono cattive per definizione!), e tutto d’un tratto ho capito perfettamente cosa provavano il pastore errante dell’Asia e la ginestra. Alle ore 20.20 spaccate si è alzato un vento pazzesco. Folle. Rivoltoso. Dispettoso. In in attimo, il panorama è cambiato, il cielo ha mutato volto e le nubi si sono fatte nere e gonfie, minacciose. Io naturalmente mi trovavo nel punto peggiore per affrontare una situazione meteorologica del genere: in mezzo ai campi, lungo una stradina in salita e stretta, completamente scoperta e priva di ripari. Temevo si sarebbe scatenata una brutta grandinata, un temporale estivo di quelli belli tosti, ma poteva forse essere una cosa tanto banale? E perché no una tromba d’aria? Ed eccoci giunti a Dorothy e al Kansas. Mancavano 4 km e arrancavo…avevo la gonna che volava in faccia come una tenda o la vela di una barca, impedendo la visuale e mettendomi in una posizione alquanto imbarazzante, il manubrio zeppo di libri che sbandava e gli alberi che parevano bombardarmi apposta di rami e foglie. Una scena epica. Mi sembrava di essere nel film “E venne il giorno” di M. Night Shyamalan, quello in cui la Natura si ribella contro l’uomo disperdendo nell’aria una specie di pulviscolo tossico che induce le persone verso un irresistibile desiderio di morte (morale: tutti si suicidano nei modi più orrendi), o in guerra con Barbalbero, solo che non ero un adorabile piccolo hobbit della contea ma una bibliotecaria incazzata e smutandata. Fine della storia: sono arrivata a destinazione sana e salva, con i capelli arruffati come un nido di rondini, gli occhi pieni di terriccio e il corpo duro come una corda di violino per lo sforzo di tenere a bada la bicicletta e non cadere. Non dimenticherò i miei pensieri lungo quei 4 km: – “cazzo se i libri si rovinano mi tocca ricomprarli!” – “di che colore ho le mutande??” E naturalmente…” non c’è posto più bello di casa propria”. Peccato non avessi le scarpette rosse da sbattere tre volte.