I migliori strafalcioni del 2013

Non faccio che leggere classifiche e top ten da un paio di settimane a questa parte: i migliori 10 libri, i libri più rivoluzionari, i film più brutti, gli attori più influenti, i migliori dischi etc… (e dopo circa 10.000 post sull’argomento mi viene voglia di essere volgare: i migliori culi, le scopate peggiori, la classifica dei capezzoli più intelligenti, la top five teste di minchia, i titolari più stronzi e via dicendo).
Ma no, non è edificante. E allora ieri, a pranzo, complice una bottiglia di Chardonnay, con i miei colleghi bibliotecari abbiamo rimembrato, tra la gioia e l’ilarità, i migliori strafalcioni in Biblioteca di questo 2013. Star assolute, gli utenti, che ringrazio sentitamente dal profondo del cuore per i doni inaspettati che ci hanno concesso con generosità, alacrità, abbondanza. Buone cose a tutti.

1) Sabato mattina. La mattinata del disturbo per antonomasia. Quella che, se la sera prima ti sei scordata che alle 7 dovevi alzarti e poi essere operativa fino alle 12, ti fotte alla grande. E così è stato, non molte ma poche, determinanti volte. Quindi, sabato 21 dicembre 2013. Entra la classica accoppiata figlio adolescente+genitore: foglietto scribacchiato in mano, capello calato sulla frangia emo, sguardo incazzato da 15enne doc.
Legge: “Mi serve il libro IO SONO MALATA”
Cerco nel catalogo, e niente. Guardo in IBS, e niente. Al che, mi viene un dubbio amletico.
“Scusa, mi fai vedere cosa hai scritto per favore?”
Leggo: IO SONO MALATA di Yusfaahhadhkefh o qualcosa di simile.
“Forse la tua insegnante intendeva dire IO SONO MALALA di Malala Yousafzai…”
“Boh…non so…ha detto così…”
“Il libro che cerchi è IO SONO MALALA, e Malala è una ragazzina pakistana candidata al Nobel per la Pace a cui hanno sparato in testa”
“Ah…ma quindi non è malata?”
“No, non una malattia virale. Ma le hanno sparato in testa”
“Quindi è meglio?”
…sabato mattina, giornata difficile…

2) Giovinastro strafottente, belloccio, brufoloso e baldanzoso quanto basta. Entra saltellando, mani in tasca, cappellino all’indietro. Ci fissa. Sorride. Sorridiamo.
“Avete il libro…(comincia a farci l’occhiolino, malizioso)…il libro LA RAGAZZA DI PUBE? Sapete…quella ragazza, il pube…mi hanno detto che è un po’ così insomma”
“Ti hanno detto male. Noi abbiamo LA RAGAZZA DI BUBE, di Cassola. Ti va bene lo stesso?”
Lo fissiamo, intensamente.
“OK”. Prende, sorride, porta a casa.

3) Ragazzina -ina -ina. Stucchevole e dolce, a tratti melliflua. Voce squillante. Ultrasuoni, il cane della signora a fianco spasima.
“Salveeee!!! Vorrei il libro EI FU. MATTIA PASCAL”
“Di Manzoni o di Pirandello?”
Panico. Paura e delirio nell’aria.
“No perché, EI FU è l’incipit della famosa poesia di Manzoni IL CINQUE MAGGIO (Ei fu. Siccome immobile), mentre il romanzo è IL FU Mattia Pascal”, abbiamo pietà di lei quindi le spieghiamo come stanno le cose.
“Ah beh, fate voi”
Facciamo, facciamo…

4) “Biblioteca buongiorno!”
“Buongiorno, non so se sto chiamando il numero giusto, ma volevo avvisarvi che c’è una paperella che cammina davanti alle porte del Castello” (per la cronaca, la Biblioteca si trova vicina a un Castello).
“Signora, questa è la Biblioteca, e noi che possiamo fare?”
“Ah, non potete fare niente per lei?”
“Se vuole le portiamo un libro, le facciamo compagnia”
“Dite davvero? Bene allora. Grazie”

5) “Questo audiolibro non si vede!”
“Certo signora, è un audiolibro. Audio…ha capito no?”
“Ho provato nel computer e anche nel lettore dvd e dvx…niente!”
“Perché è un AUDIOLIBRO…”
“Quindi lei cosa dice, è il mio computer o è la marca?”
“La marca, signora, senza dubbio. Il marchio di fabbrica. E’ tarato”

6) “Mi serve QUEL libro di QUELLO scrittore”
“Abbiamo tanti libri proprio di quello scrittore là”
“E dove sono?”

7) Peggio ancora degli adolescenti burberi che stringono nelle loro mani i foglietti sgualciti con i titoli dei libri da leggere, ci sono i genitori dei medesimi. Immolati alla causa, non sanno nemmeno di cosa stanno parlando, ma una cosa è certa: TU di certo lo devi sapere, ma alle loro condizioni. Madre, si ferma davanti al bancone, scruta a lungo, apre la bocca, decisa:
“Vorrei IL FU MATTIA PASCAL I DOLORI DEL GIOVANE WERTHER”
Non discuto, mi alzo e vado a prendere i libri richiesti.
“Ma questi sono DUE”, sbotta la madre, basita
“Il fu Mattia Pascal è un libro, di Pirandello, mentre I dolori del giovane Werther è un ALTRO libro, di Goethe”
“Ma a me serve IL FU MATTIA PASCAL I DOLORI DEL GIOVANE WERTHER”
“Signora, sono due libri distinti, diversi. Non uno solo”
“MA mio figlio ha detto così”
“SUO figlio si sarà sbagliato. Le garantisco che sono due libri”
“Beh, controllerò in internet. Intanto non importa, grazie”
Offesa a morte. Nemmeno le avessi ucciso il gatto.

Ebbene, questi sono quelli che ricordo al momento. Mantengo l’articolo in aggiornamento…non si sa mai che saltino fuori altre chicche :D!

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IL BOSCO – III parte –

Katy Bell era scomparsa da un paio d’ore e l’allarme aveva coinvolto l’intero quartiere: tutti i nostri padri avevano avuto un permesso speciale per uscire prima dalla fabbrica o interrompere il lavoro nei campi per dare una mano nelle ricerche. Le donne si erano subito attivate per preparare quintali di limonata fresca, hamburgers e focaccia da distribuire agli uomini che stavano collaborando. La madre di Jamie e Katy Bell se ne stava seduta in cucina o sotto il portico, in piedi, sgranando il rosario che portava sempre al collo e muovendo le labbra ininterrottamente, emettendo parole mute. Il via vai in casa era continuo, sincopato e rapido come una spietata coreografia teatrale in cui ciascuno recita una parte assegnata e ben studiata. Le anziane preoccupate ma rassicuranti; le più giovani appartate a confabulare, fumando ed esclamando acute frasi di conforto; le madri solidali, premurose, strette in un abbraccio che sembrava una morsa d’acciaio avvolta attorno all’abitazione della sventurata famiglia. Tutta l’azione spettava agli uomini: i vecchi, che ben conoscevano il territorio, indicavano le strade da battere, i padri si dividevano i compiti e a gruppi di due o tre rastrellavano zone differenti; persino i giovani, solitamente sfaccendati, si davano da fare. Per un giorno intero la vita della strada si cristallizzò nella staticità dell’attesa. Personalmente, tutta quella faccenda ci stava solo giovando. Dopo una serie di domande concitate su dove avevamo visto per l’ultima volta la piccola, nessuno ci prestò più attenzione. Io riuscii addirittura a mangiarmi tre panini imbottiti e bere quattro gazzose senza che mia madre se ne accorgesse. Al calare della sera, parve chiaro a tutti che fosse necessario l’intervento della polizia. Katy Bell era scomparsa ormai da quasi otto ore. Non fu un uomo a scovarne le tracce, bensì un cane.
Per la precisione, il vecchio Pëter, il bastardo spelacchiato di nonno Joe, come lo chiamavano tutti, il novantenne che abitava nella fattoria di confine tra il nostro quartiere e la prima periferia di Lexington.
Pëter era un cagnone invadente e mezzo cieco, esattamente come il suo padrone, che si metteva sempre in mezzo convinto di essere ancora nel fiore degli anni, esattamente come il suo padrone quando si sistemava la camicia e i pochi capelli radi sulla zucca non appena scorgeva una donna all’orizzonte. Ma Pëter ci conosceva, e a modo suo ci voleva bene. Non ho mai creduto alla fissa per i cani, bestie senza cervello che si vendono al primo boccone di cibo, ma per alcuni provavo simpatia: mica mi potevano piacere tutti, del resto anche le persone suscitano sentimenti contrastanti. Quando la polizia diede ai cani addestrati i vestiti di Katy Bell da annusare, il vecchio Pëter, che girovagava nei dintorni quasi volesse rendersi utile, si gettò nella mischia con un balzo prodigioso e ficcò il muso nell’abitino rosa. Impazzito, emise un possente latrato e corse veloce come il vento seguito a ruota dai pastori tedeschi del vice sceriffo Clifford. Non ci volle molto per udire un abbaiare sordo, lugubre, battente come un tamburo africano, provenire dalla palude. Quando la polizia e gli uomini accorsero, si trovarono davanti agli occhi una scena inaspettata, imprevista, che li costrinse a fermarsi per qualche secondo: i cani immobili, disposti compostamente a semicerchio, rispettosi e solenni, e Pëter che si lamentava sommessamente tentando di muovere un fagotto inerme che non conservava alcuna forma umana. Il suo ululato pigolava come un pianto disperato, e le grida che da lì a breve si sommarono ad esso riempirono l’aria di un canto maledetto.
Quello che accadde a Katy Bell diventò un mistero locale e i nostri genitori tentarono di far trapelare meno dettagli possibili. Ma si sa, i delitti possono restare impuniti ma non segreti, e una morte atroce diventa immediatamente di dominio pubblico. La stampa si scatenò intorno al caso: c’erano giornalisti dappertutto che facevano domande a raffica annotando le risposte su rigidi bloc-notes di pelle nera; gli articoli si susseguivano all’interno dei quotidiani e ognuno ipotizzava piste differenti. La polizia brancolava nel buio, come si suol dire, e l’Fbi azzardava teorie che non trovavano riscontro nella realtà dei fatti e nelle prove raccolte. Si cercò di collegare l’assassinio ad altri simili in modo da ipotizzare l’esistenza di un serial killer di bambini, ma le modalità bizzarre di quel particolare omicidio rimasero circoscritte e isolate. Per quanto gli adulti tenessero le porte chiuse e parlassero sottovoce tra loro, noi sapevamo. I grandi pensano sempre di proteggerci restando in silenzio, ma non si accorgono che l’assenza delle parole giuste crea solo una voragine di vuoto e di morbosa curiosità che i bambini cercano di colmare nei modi più sbagliati possibili. Sapevamo che Katy Bell era stata picchiata selvaggiamente. Sapevamo che era stata spogliata e tenuta a lungo con la testa nell’acqua limacciosa del fiumiciattolo che separava la palude dal “bosco”. Sapevamo che la sua maglietta era stata appallottolata e ficcata in bocca affinché non urlasse mentre veniva seviziata con un bastone appuntito. Sapevamo che il suo cranio era stato spaccato come una nocciolina e i lunghi capelli color grano strappati alla radice e usati per fare dei macabri fiocchi spruzzati di rosso legati attorno alle caviglie e ai polsi.
Il caso non venne mai risolto, l’assassino non fu mai preso. Dopo settimane e settimane di ricerche, indagini e stratagemmi, la polizia e i federali smisero di cercare e conclusero che il colpevole era sicuramente uno sbandato di passaggio, un vagabondo, forse un bracciante stagionale ormai lontano e che probabilmente aveva ucciso in un raptus di follia. Si allontanarono verso ovest per stanarlo, dicevano di avere una pista da seguire. La città di Lexington e il nostro quartiere tirarono un sospiro di sollievo: solo uno straniero, uno venuto da fuori, avrebbe potuto commettere un tale abominio. Loro non c’entravano, la gente perbene, l’avevano sempre saputo, nonostante gli sguardi maligni e le supposizioni più meschine strisciassero di casa in casa, di pub in pub, di canonica in canonica. Ma ora che la comunità era stata scagionata, tutto tornò alla normalità. L’estate volgeva al termine e maturava nei colori saturi di agosto, arancio verde smeraldo e marrone bruciato. Noi crescemmo, rimpinguando le file degli adulti disillusi e squallidi. Di notte, sognavo sempre di tornare nel “bosco” dove mi ero sentita così fortemente me stessa.

Quando l’estate passò e la scuola riprese il suo corso, io e Caroline iniziammo a perderci di vista. Scoprimmo di essere ormai troppo diverse. Lei prese ad atteggiarsi sempre più da oca e a quattordici anni poteva già vantare due fidanzati ufficiali e qualche flirt. Io mi buttai nello studio e nelle varie attività, lo sport, la banda della scuola, il volontariato con mia madre. Non ebbi un fidanzato per molto, molto tempo. Qualcuno disse che ero lesbica. Giunte agli anni del college, ci allontanammo definitivamente: io mi laureai in sociologia presso l’Università di Chicago, Caroline invece si sposò con un giocatore di baseball abbastanza noto e sfornò una nidiata di figli. Vissi appieno i miei anni Novanta: andai a vivere a Seattle, nonostante il diniego della mia famiglia, seguii la scena grunge anima e corpo, piansi alla morte di Kurt Cobain e maledissi il cattivo ascendente esercitato da Courtney Love, m’innamorai di Chris Cornell dei Soundgarden e di tutti gli Alice in Chains senza distinzioni, ebbi una serie di ragazzi – solo musicisti, nemmeno a chiederlo – ma non riuscii mai a instaurare un legame solido e stabile. Le mie erano passioni violente, drammatiche, cinematografiche: possedevano tutta l’apparenza dell’amor fou ma non la sostanza dell’amore. Mi piaceva dibattermi in quelle relazioni false, ipertrofiche, in cui i sentimenti venivano urlati e sbattuti in faccia ma raramente provati per davvero. Una galleria di ritratti ibridi e sterili che bastavano a loro stessi e morivano, frigidamente, ripiegandosi come un foglio di carta dato alle fiamme che si accartoccia malamente in un pugno bruciacchiato e arreso. Un giorno ricevetti una lettera inaspettata: era di Caroline, che mi pregava di tornare a casa. Sua figlia Sue era morta, e lei voleva fossi presente al funerale insieme a tutti gli altri. Non potei dire di no e prenotai il volo. Non tornavo a casa da almeno cinque anni.

Studi di Genere: un pensiero critico che non può essere archiviato!

Al di là del Buco

1464101_404616399641339_1039941348_nStudi di Genere. Per alcun* uno spreco, per altr* una minaccia all’ordine costituito. Di cose dette e scritte sui Gender Studies ce ne sono tante e quasi mai negli argomenti di chi li critica trovo una parentesi costruttiva o che si inserisca nella dialettica tra femminismi che è naturale che ci sia.

In sintesi e mai fedele alle definizioni accademiche vi dico che il punto di vista di genere restituisce una lettura critica a molte altre materie che siamo abituat* a recepire ritenendo, finché questo non viene messo in discussione, che esista un punto di vista universale su qualunque cosa e quell’universalmente valido pensiero pretende di sostituirsi anche alla nostra libera e autodeterminata narrazione.

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Editoria e digitale: ecco le nuove professioni

Angolo Lettura

Readers community manager, digital content curator e self publishing consultant: cos’hanno in comune queste professioni? L’unione tra editoria e digitale. E la capacità di sapersi muovere agilmente in più settori, all’interno del mercato del libro, dalla comunicazione, al marketing, all’informatica e alla grafica.

editoria-digIl digitale rappresenta uno strumento utile, fonte di opportunità e occasioni, e non si pone in contrasto con il cartaceo, ma per riuscire a “utilizzarlo” al meglio è necessario lo sviluppo di competenze e professionalità valide e, per alcuni aspetti, nuove.

Essere in grado di selezionare contenuti tematici, di farli circolare, di pubblicarli in un contesto preciso; avere la capacità di stimolare l’interazione di un pubblico di lettori che diventa sempre più esigente, richiedendo informazioni e dettagli aggiuntivi; avere la preparazione per accompagnare gli autori che hanno scelto la strada dell’autopubblicazione nel delicato percorso del self publishing, per aiutarli ad affrontare nel migliore dei modi questa…

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La signorina Felicita ovvero la Felicità

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Auguri a Guido Gozzano, grande poeta crepuscolare: 19 dicembre 1883

10 luglio: Santa Felicita.

I.

Signorina Felicita, a quest’ora
scende la sera nel giardino antico
della tua casa. Nel mio cuore amico
scende il ricordo. E ti rivedo ancora,
e Ivrea rivedo e la cerulea Dora
e quel dolce paese che non dico.

Signorina Felicita, è il tuo giorno!
A quest’ora che fai? Tosti il caffè:
e il buon aroma si diffonde intorno?
O cuci i lini e canti e pensi a me,
all’avvocato che non fa ritorno?
E l’avvocato è qui: che pensa a te.

Pensa i bei giorni d’un autunno addietro,
Vill’Amarena a sommo dell’ascesa
coi suoi ciliegi e con la sua Marchesa
dannata, e l’orto dal profumo tetro
di busso e i cocci innumeri di vetro
sulla cinta vetusta, alla difesa…

Vill’Amarena! Dolce la tua casa
in quella grande pace settembrina!
La tua casa che veste una cortina
di granoturco fino alla cimasa:
come una dama secentista, invasa
dal Tempo, che vestì da contadina.

Bell’edificio triste inabitato!
Grate panciute, logore, contorte!
Silenzio! Fuga dalle stanze morte!
Odore d’ombra! Odore di passato!
Odore d’abbandono desolato!
Fiabe defunte delle sovrapporte!

Ercole furibondo ed il Centauro,
le gesta dell’eroe navigatore,
Fetonte e il Po, lo sventurato amore
d’Arianna, Minosse, il Minotauro,
Dafne rincorsa, trasmutata in lauro
tra le braccia del Nume ghermitore…

Penso l’arredo – che malinconia! –
penso l’arredo squallido e severo,
antico e nuovo: la pirografia
sui divani corinzi dell’Impero,
la cartolina della Bella Otero
alle specchiere… Che malinconia!

Antica suppellettile forbita!
Armadi immensi pieni di lenzuola
che tu rammendi pazïente… Avita
semplicità che l’anima consola,
semplicità dove tu vivi sola
con tuo padre la tua semplice vita!

II.

Quel tuo buon padre – in fama d’usuraio –
quasi bifolco, m’accoglieva senza
inquietarsi della mia frequenza,
mi parlava dell’uve e del massaio,
mi confidava certo antico guaio
notarile, con somma deferenza.

“Senta, avvocato…” E mi traeva inqueto
nel salone, talvolta, con un atto
che leggeva lentissimo, in segreto.
Io l’ascoltavo docile, distratto
da quell’odor d’inchiostro putrefatto,
da quel disegno strano del tappeto,

da quel salone buio e troppo vasto…
“…la Marchesa fuggì… Le spese cieche…”
da quel parato a ghirlandette, a greche…
“dell’ottocento e dieci, ma il catasto…”
da quel tic-tac dell’orologio guasto…
“…l’ipotecario è morto, e l’ipoteche…”

Capiva poi che non capivo niente
e sbigottiva: “Ma l’ipotecario
è morto, è morto!!…”. – “E se l’ipotecario
è morto, allora…” Fortunatamente
tu comparivi tutta sorridente:
“Ecco il nostro malato immaginario!”.

III.

Sei quasi brutta, priva di lusinga
nelle tue vesti quasi campagnole,
ma la tua faccia buona e casalinga,
ma i bei capelli di color di sole,
attorti in minutissime trecciuole,
ti fanno un tipo di beltà fiamminga…

E rivedo la tua bocca vermiglia
così larga nel ridere e nel bere,
e il volto quadro, senza sopracciglia,
tutto sparso d’efelidi leggiere
e gli occhi fermi, l’iridi sincere
azzurre d’un azzurro di stoviglia…

Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi
rideva una blandizie femminina.
Tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina:
e più d’ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!

Ogni giorno salivo alla tua volta
pel soleggiato ripido sentiero.
Il farmacista non pensò davvero
un’amicizia così bene accolta,
quando ti presentò la prima volta
l’ignoto villeggiante forestiero.

Talora – già la mensa era imbandita –
mi trattenevi a cena. Era una cena
d’altri tempi, col gatto e la falena
e la stoviglia semplice e fiorita
e il commento dei cibi e Maddalena
decrepita, e la siesta e la partita…

Per la partita, verso ventun’ore
giungeva tutto l’inclito collegio
politico locale: il molto Regio
Notaio, il signor Sindaco, il Dottore;
ma – poiché trasognato giocatore –
quei signori m’avevano in dispregio…

M’era più dolce starmene in cucina
tra le stoviglie a vividi colori:
tu tacevi, tacevo, Signorina:
godevo quel silenzio e quegli odori
tanto tanto per me consolatori,
di basilico d’aglio di cedrina…

Maddalena con sordo brontolio
disponeva gli arredi ben detersi,
rigovernava lentamente ed io,
già smarrito nei sogni più diversi,
accordavo le sillabe dei versi
sul ritmo eguale dell’acciottolio.

Sotto l’immensa cappa del camino
(in me rivive l’anima d’un cuoco
forse…) godevo il sibilo del fuoco;
la canzone d’un grillo canterino
mi diceva parole, a poco a poco,
e vedevo Pinocchio e il mio destino…

Vedevo questa vita che m’avanza:
chiudevo gli occhi nei presagi grevi;
aprivo gli occhi: tu mi sorridevi,
ed ecco rifioriva la speranza!
Giungevano le risa, i motti brevi
dei giocatori, da quell’altra stanza.

IV.

Bellezza riposata dei solai
dove il rifiuto secolare dorme!
In quella tomba, tra le vane forme
di ciò ch’è stato e non sarà più mai,
bianca bella così che sussultai,
la Dama apparve nella tela enorme:

“È quella che lasciò, per infortuni,
la casa al nonno di mio nonno… E noi
la confinammo nel solaio, poi
che porta pena… L’han veduta alcuni
lasciare il quadro; in certi noviluni
s’ode il suo passo lungo i corridoi…”.

Il nostro passo diffondeva l’eco
tra quei rottami del passato vano,
e la Marchesa dal profilo greco,
altocinta, l’un piede ignudo in mano,
si riposava all’ombra d’uno speco
arcade, sotto un bel cielo pagano.

Intorno a quella che rideva illusa
nel ricco peplo, e che morì di fame,
v’era una stirpe logora e confusa:
topaie, materassi, vasellame,
lucerne, ceste, mobili: ciarpame
reietto, così caro alla mia Musa!

Tra i materassi logori e le ceste
v’erano stampe di persone egregie;
incoronato dalle frondi regie
v’era Torquato nei giardini d’Este.
“Avvocato, perché su quelle teste
buffe si vede un ramo di ciliege?”

Io risi, tanto che fermammo il passo,
e ridendo pensai questo pensiero:
Oimè! La Gloria! un corridoio basso,
tre ceste, un canterano dell’Impero,
la brutta effigie incorniciata in nero
e sotto il nome di Torquato Tasso!

Allora, quasi a voce che richiama,
esplorai la pianura autunnale
dall’abbaino secentista, ovale,
a telaietti fitti, ove la trama
del vetro deformava il panorama
come un antico smalto innaturale.

Non vero (e bello) come in uno smalto
a zone quadre, apparve il Canavese:
Ivrea turrita, i colli di Montalto,
la Serra dritta, gli alberi, le chiese;
e il mio sogno di pace si protese
da quel rifugio luminoso ed alto.

Ecco – pensavo – questa è l’Amarena,
ma laggiù, oltre i colli dilettosi,
c’è il Mondo: quella cosa tutta piena
di lotte e di commerci turbinosi,
la cosa tutta piena di quei “cosi
con due gambe” che fanno tanta pena…

L’Eguagliatrice numera le fosse,
ma quelli vanno, spinti da chimere
vane, divisi e suddivisi a schiere
opposte, intesi all’odio e alle percosse:
così come ci son formiche rosse,
così come ci son formiche nere…

Schierati al sole o all’ombra della Croce,
tutti travolge il turbine dell’oro;
o Musa – oimè! – che può giovare loro
il ritmo della mia piccola voce?
Meglio fuggire dalla guerra atroce
del piacere, dell’oro, dell’alloro…

L’alloro… Oh! Bimbo semplice che fui,
dal cuore in mano e dalla fronte alta!
Oggi l’alloro è premio di colui
che tra clangor di buccine s’esalta,
che sale cerretano alla ribalta
per far di sé favoleggiar altrui…

“Avvocato, non parla: che cos’ha?”
“Oh! Signorina! Penso ai casi miei,
a piccole miserie, alla città…
Sarebbe dolce restar qui, con Lei!…”
“Qui, nel solaio?…” – “Per l’eternità!”
“Per sempre? Accetterebbe?…” – “Accetterei!”

Tacqui. Scorgevo un atropo soletto
e prigioniero. Stavasi in riposo80
alla parete: il segno spaventoso
chiuso tra l’ali ripiegate a tetto.
Come lo vellicai sul corsaletto
si librò con un ronzo lamentoso.

“Che ronzo triste!” – “È la Marchesa in pianto…
La Dannata sarà che porta pena…”
Nulla s’udiva che la sfinge in pena
e dalle vigne, ad ora ad ora, un canto:
O mio carino tu mi piaci tanto,
siccome piace al mar una sirena…

Un richiamo s’alzò, querulo e rôco:
“È Maddalena inqueta che si tardi:
scendiamo; è l’ora della cena!”. – “Guardi,
guardi il tramonto, là… Com’è di fuoco!…
Restiamo ancora un poco!” – “Andiamo, è tardi!”
“Signorina, restiamo ancora un poco!…”

Le fronti al vetro, chini sulla piana,
seguimmo i neri pippistrelli, a frotte;
giunse col vento un ritmo di campana,
disparve il sole fra le nubi rotte;
a poco a poco s’annunciò la notte
sulla serenità canavesana…

“Una stella!…” – “Tre stelle!…” – “Quattro stelle!…”
“Cinque stelle!” – “Non sembra di sognare?…”
Ma ti levasti su quasi ribelle
alla perplessità crepuscolare:
“Scendiamo! È tardi: possono pensare
che noi si faccia cose poco belle…”

V.

Ozi beati a mezzo la giornata,
nel parco dei marchesi, ove la traccia
restava appena dell’età passata!
Le Stagioni camuse e senza braccia,
fra mucchi di letame e di vinaccia,
dominavano i porri e l’insalata.

L’insalata, i legumi produttivi
deridevano il busso delle aiole;
volavano le pieridi nel sole
e le cetonie e i bombi fuggitivi…
Io ti parlavo, piano, e tu cucivi
innebriata dalle mie parole.

“Tutto mi spiace che mi piacque innanzi!
Ah! Rimanere qui, sempre, al suo fianco,
terminare la vita che m’avanzi
tra questo verde e questo lino bianco!
Se Lei sapesse come sono stanco
delle donne rifatte sui romanzi!

Vennero donne con proteso il cuore:
ognuna dileguò, senza vestigio.
Lei sola, forse, il freddo sognatore
educherebbe al tenero prodigio:
mai non comparve sul mio cielo grigio
quell’aurora che dicono: l’Amore…”

Tu mi fissavi… Nei begli occhi fissi
leggevo uno sgomento indefinito;
le mani ti cercai, sopra il cucito,
e te le strinsi lungamente, e dissi:
“Mia cara Signorina, se guarissi
ancora, mi vorrebbe per marito?”.

“Perché mi fa tali discorsi vani?
Sposare, Lei, me brutta e poveretta!…”
E ti piegasti sulla tua panchetta
facendo al viso coppa delle mani,
simulando singhiozzi acuti e strani
per celia, come fa la scolaretta.

Ma, nel chinarmi su di te, m’accorsi
che sussultavi come chi singhiozza
veramente, né sa più ricomporsi:
mi parve udire la tua voce mozza
da gli ultimi singulti nella strozza:
“Non mi ten…ga mai più… tali dis…corsi!”

“Piange?” E tentai di sollevarti il viso
inutilmente. Poi, colto un fuscello,
ti vellicai l’orecchio, il collo snello…
Già tutta luminosa nel sorriso
ti sollevasti vinta d’improvviso,
trillando un trillo gaio di fringuello.

Donna: mistero senza fine bello!

VI.

Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi
luceva una blandizie femminina;
tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina;
e più d’ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!

Unire la mia sorte alla tua sorte
per sempre, nella casa centenaria!
Ah! Con te, forse, piccola consorte
vivace, trasparente come l’aria,
rinnegherei la fede letteraria
che fa la vita simile alla morte…

Oh! questa vita sterile, di sogno!
Meglio la vita ruvida concreta
del buon mercante inteso alla moneta,
meglio andare sferzati dal bisogno,
ma vivere di vita! Io mi vergogno,
sì, mi vergogno d’essere un poeta!

Tu non fai versi. Tagli le camicie
per tuo padre. Hai fatta la seconda
classe, t’han detto che la Terra è tonda,
ma tu non credi… E non mediti Nietzsche…
Mi piaci. Mi faresti più felice
d’un’intellettuale gemebonda…

Tu ignori questo male che s’apprende
in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti,
tutta beata nelle tue faccende.
Mi piace. Penso che leggendo questi
miei versi tuoi, non mi comprenderesti,
ed a me piace chi non mi comprende.

Ed io non voglio più essere io!
Non più l’esteta gelido, il sofista,
ma vivere nel tuo borgo natio,
ma vivere alla piccola conquista
mercanteggiando placido, in oblio
come tuo padre, come il farmacista…

Ed io non voglio più essere io!

VII.

Il farmacista nella farmacia
m’elogiava un farmaco sagace:
“Vedrà che dorme le sue notti in pace:
un sonnifero d’oro, in fede mia!”
Narrava, intanto, certa gelosia
con non so che loquacità mordace.

“Ma c’è il notaio pazzo di quell’oca!
Ah! quel notaio, creda: un capo ameno!
La Signorina è brutta, senza seno,
volgaruccia, Lei sa, come una cuoca…
E la dote… la dote è poca, poca:
diecimila, chi sa, forse nemmeno…”

“Ma dunque?” – “C’è il notaio furibondo
con Lei, con me che volli presentarla
a Lei; non mi saluta, non mi parla…”
“È geloso?” – “Geloso! Un finimondo!…”
“Pettegolezzi!…” – “Ma non Le nascondo
che temo, temo qualche brutta ciarla…”

“Non tema! Parto.” – “Parte? E va lontana?”
“Molto lontano… Vede, cade a mezzo
ogni motivo di pettegolezzo…”
“Davvero parte? Quando?” – “In settimana…”
Ed uscii dall’odor d’ipecacuana
nel plenilunio settembrino, al rezzo.

Andai vagando nel silenzio amico,
triste perduto come un mendicante.
Mezzanotte scoccò, lenta, rombante
su quel dolce paese che non dico.
La Luna sopra il campanile antico
pareva “un punto sopra un I gigante”.

In molti mesti e pochi sogni lieti,
solo pellegrinai col mio rimpianto
fra le siepi, le vigne, i castagneti
quasi d’argento fatti nell’incanto;
e al cancello sostai del camposanto
come s’usa nei libri dei poeti.

Voi che posate già sull’altra riva,
immuni dalla gioia, dallo strazio,
parlate, o morti, al pellegrino sazio!
Giova guarire? Giova che si viva?
O meglio giova l’Ospite furtiva
che ci affranca dal Tempo e dallo Spazio?

A lungo meditai, senza ritrarre
la tempia dalle sbarre. Quasi a scherno
s’udiva il grido delle strigi alterno…
La Luna, prigioniera fra le sbarre,
imitava con sue luci bizzarre
gli amanti che si baciano in eterno.

Bacio lunare, fra le nubi chiare
come di moda settant’anni fa!
Ecco la Morte e la Felicità!
L’una m’incalza quando l’altra appare;
quella m’esilia in terra d’oltremare,
questa promette il bene che sarà…

VIII.

Nel mestissimo giorno degli addii
mi piacque rivedere la tua villa.
La morte dell’estate era tranquilla
in quel mattino chiaro che salii
tra i vigneti già spogli, tra i pendii
già trapunti da bei colchici lilla.

Forse vedendo il bel fiore malvagio
che i fiori uccide e semina le brume,
le rondini addestravano le piume
al primo volo, timido, randagio;
e a me randagio parve buon presagio
accompagnarmi loro nel costume.

“Vïaggio con le rondini stamane…”
“Dove andrà?” – “Dove andrò? Non so… Vïaggio,
vïaggio per fuggire altro vïaggio…
Oltre Marocco, ad isolette strane,
ricche in essenze, in datteri, in banane,
perdute nell’Atlantico selvaggio…

Signorina, s’io torni d’oltremare,
non sarà d’altri già? Sono sicuro
di ritrovarla ancora? Questo puro
amore nostro salirà l’altare?”
E vidi la tua bocca sillabare
a poco a poco le sillabe: giuro.

Giurasti e disegnasti una ghirlanda
sul muro, di viole e di saette,
coi nomi e con la data memoranda:
trenta settembre novecentosette…
Io non sorrisi. L’animo godette
quel romantico gesto d’educanda.

Le rondini garrivano assordanti,
garrivano garrivano parole
d’addio, guizzando ratte come spole,
incitando le piccole migranti…
Tu seguivi gli stormi lontananti
ad uno ad uno per le vie del sole…

“Un altro stormo s’alza!…” – “Ecco s’avvia!”
“Sono partite…” – “E non le salutò!…”
“Lei devo salutare, quelle no:
quelle terranno la mia stessa via:
in un palmeto della Barberia
tra pochi giorni le ritroverò…”

Giunse il distacco, amaro senza fine,
e fu il distacco d’altri tempi, quando
le amate in bande lisce e in crinoline,
protese da un giardino venerando,
singhiozzavano forte, salutando
diligenze che andavano al confine…

M’apparisti così come in un cantico
del Prati, lacrimante l’abbandono
per l’isole perdute nell’Atlantico;
ed io fui l’uomo d’altri tempi, un buono
sentimentale giovine romantico…

Quello che fingo d’essere e non sono!

(da “I colloqui”, 1911)

Maschi contro femmine. L’eterna lotta – parte II –

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AGGIORNAMENTO DEL 14/12/2013

Il sabato mattina ho i miei utenti abituali, più degli altri giorni. Tra questi, il piccolo Alberto e il suo papà. Alberto lo conosco da quando ha due anni e doveva ancora iniziare la scuola materna, ma ha ben 3 sorelle maggiori, quindi sa di cosa stiamo parlando quando si accenna alla lotta tra i sessi. Ieri, come al solito, è venuto a trovarmi e a riportare dei libri.

“Ciao Alberto, come stai?”
“Bene grazie!”
“E i tuoi compagni di classe?”
“Male…stramale…pensa che sono tutti ammalati e un mio amico si è trovato da solo in classe con 5 femmine! Ti rendi conto?? 1 maschio e 5 femmine….5!!!”
“E’ terribile. E’ sopravvissuto?”
“Insomma. Dopo è meglio se lo chiamo”

Alberto ha quasi 5 anni, porta spessi occhiali da vista e mi aiuta a smagnetizzare i libri con l’antitaccheggio. Ama le sue sorelle, e la sua mamma, ma il sabato mattina con il papà tutto per sé è il meglio della settimana.