IL BOSCO – 1 parte –

1,2,3,_105

(liberamente ispirato alla lettura di La Cosa nella foresta e altri racconti di A.S. Byatt)

«There is a house in New Orleans
They call the Rising Sun.
It’s been the ruin of many a poor girl,
And me, O God, I’m one.

If I had listened what Mama said,
I’d ‘a’ been at home today.
Being so young and foolish, poor boy,
Let a rambler lead me astray.

Go tell my baby sister
Never do like I have done
To shun that house in New Orleans
They call the Rising Sun.

My mother she’s a tailor,
She sewed those new blue jeans.
My sweetheart, he’s a drunkard, Lord, Lord,
Drinks down in New Orleans.

The only thing a drunkard needs
Is a suitcase and a trunk.
The only time he’s satisfied
Is when he’s on a drunk.

Fills his glasses to the brim,
Passes them around
Only pleasure he gets out of life
Is hoboin’ from town to town.

One foot is on the platform
And the other one on the train,
I’m going back to New Orleans
To wear that ball and chain.

Going back to New Orleans,
My race is almost run.
Going back to spend the rest of my days
Beneath that Rising Sun»

House of the rising sun, ballata folk di metà Ottocento

Non ci vedevamo da molti anni. Per la precisione, cinquantatre anni esatti. Oh, il nostro aspetto era cambiato, eccome: le gote rosee e paffute avevano lasciato il posto a un viso rugoso e stanco, i capelli vaporosi, quasi cangianti, erano ormai radi e acconciati in modo tale da dare solo una pallida parvenza di volume e ariosità. Io e Caroline eravamo state amiche, molto amiche, di quell’amicizia totale e assoluta tipica delle scuole medie, quando non si è più del tutto bambine ma nemmeno ragazze: le nostre sorelle, loro sì che erano ragazze, e come tali ci trattavano con sdegno e alterigia, troppo impegnate nel rincorrere l’ideale fresco di femminilità che si schiudeva davanti agli occhi e dentro i corpi, dibattuti tra bramosia e timore, leggerezza e profondità. Gli adulti invece, dimentichi sia della giovinezza che dell’innocenza, erano troppo indaffarati nell’affanno della vita, e ricambiavano distratti i nostri sorrisi indagatori che chiedevano soltanto affetto, ascolto, sincerità ma non comprendevano la natura della depressione e del cinismo che parevano aleggiare nell’aria come un morbo stanco che sta per piantare radici ma non ha più nemmeno la forza di fare quello. Era estate. Una torrida, appiccicosa estate americana tipica del sud. Era il 1982, e mentre gli adulti grondavano sudore e gli adolescenti si appartavano a pomiciare, noi bambini giocavamo. Ci si alzava presto, sulle otto, accaldati e affamati: un succo di frutta, una tazza di cereali, qualche cartone animato alla televisione, e poi si scendeva in strada. Alle nove tutti i bambini del quartiere erano presenti, incuranti della canicola, pronti a seguire l’unico dio a cui erano fedeli, ovvero il gioco e il divertimento in piena libertà. Si aspettava l’estate per mesi e mesi, durante i quali ci si trascinava tra la casa, la scuola, la messa domenicale, le feste di compleanno, le attività sportive ed extra scolastiche. Ma ci sembrava un carcere, una vita da reclusi, senza il profumo e l’ebbrezza dell’aria aperta come complice e del sole alto per amico. In estate invece era tutto facile…i vestiti si facevano più leggeri e colorati, i pranzi familiari più veloci, senza il polpettone della nonna o il granturco bollito, i controlli dei grandi meno pressanti e perentori. Le scorciatoie per eludere le domande della mamma diventavano semplici, efficaci, e del resto il nostro mondo e il loro senza il collante rappresentato dalla scuola e dal catechismo non trovava molti punti d’unione.
Io e Caroline avevamo il nostro posto segreto. Una piccola porzione di piantagione sfuggita al controllo dei proprietari terrieri e che in realtà nessuno voleva: si estendeva sul retro delle fattorie dove abitavamo ed era tagliata dall’autostrada. Poche pannocchie, sbiadite e stanche, ci crescevano malamente, e il tasso di umidità, confuso con lo smog, raggiungeva livelli stellari; un fiume largo circa due metri, un ruscello limaccioso e marrone ci separava dal campo. L’aria era insalubre, densa, solida: ma là nessuno ci veniva a cercare, e noi ci sentivamo felici. Non attraversammo mai quel fiume finché non ci rivedemmo, cinquantatre anni dopo. Due bambine coraggiose fermate da un paio di metri d’acqua che non arrivavano oltre i polpacci, che cosa assurda penserete voi. E lo era davvero, tuttalpiù per chi ci conosceva. Santo cielo, se ne avevamo combinate insieme! Una volta fummo espulse da scuola per una settimana, “le terribili gemelle” ci chiamavano, per via dei nostri capelli biondo grano che parevano appartenere alla stessa persona. Il fatto è che là, oltre il fiume, nel bel mezzo di quella palude abbandonata e fetida, c’era una cosa orribile. E finché noi stavamo al di qua, lei restava al di là. Si limitava a guardarci e noi, per un tacito accordo, giocavamo sempre nello stesso posto come se niente fosse, fingendo di non vedere nulla di strano o raccapricciante. Con il tempo, ci abituammo alla bizzarra presenza e smettemmo di sentire i brividi di freddo e i peli ritti nonostante i quarantacinque gradi all’ombra. La cosa orribile abitava nel “bosco”, così avevamo battezzato il luogo. Nel bosco Biancaneve aveva incontrato i sette nani e impietosito il cacciatore, Rosaspina era stata tratta in salvo dalle fatine buone per poi crollare in un sonno eterno fino all’arrivo del principe, Cappuccetto Rosso si era scontrata con il lupo, Pollicino aveva disseminato le molliche di pane per fare ritorno a casa, Hansel e Gretel erano giunti alla casetta di dolciumi della strega. Quelle fiabe ci parlavano di ragazzine coraggiose, principesse un po’ svenevoli, di buoni e di cattivi, ma soprattutto ci insegnavano che le persone a noi più vicine potevano essere capaci di atti terribili e crudeli. Perrault e i fratelli Grimm indussero il nostro cuore al dubbio, alla sfiducia nei confronti dei grandi, coloro che avrebbero dovuto proteggerci e amarci e invece ci avevano lasciato al nostro destino di tedio, noia, sbando esistenziale, perse così tra le strade, i campi e il cortile della scuola, condannate a una vita in serie tra le case popolari, le fattorie, il lavoro a cottimo, gli sporchi sotterfugi adolescenziali e il menefreghismo omertoso che caratterizzava la gente di quartiere che per secoli e secoli se n’era fottuta dei negri, della crisi economica, del Ku Klux Klan, dei Viet Cong e del Watergate.
La cosa orribile era un mostro peloso, grande, dotato di zanne: poteva sembrare un orso da lontano, ma aveva un muso da scimmia e occhi da rettile. Faceva schifo per quanto sbavava e tirata su con il naso. Era perennemente intento a mangiare qualcosa: trinciava, inzuppava, grugniva, masticava. Ci domandavamo spesso dove trovasse il cibo e soprattutto cosa mangiasse. Chi era? Da dove veniva? Usciva mai da quel posto o se ne restava sempre rincantucciato lì? E con noi cosa c’entrava? Non aveva l’aria di volere farci del male, ma fissava, fissava e fissava…con quei due occhi obliqui, umani, freddi, per nulla incuriositi ma soltanto gelidi e immobili. Eppure, pareva desideroso di instaurare una forma di comunicazione, di dirci qualcosa. Potevamo forse comprenderci? La prima volta che lo vedemmo fummo schockate e corremmo via con tutto il fiato e la forza che avevamo in corpo; in seguito, morbosamente attratte, non ne parlammo mai tra di noi, noi che ci dicevamo proprio tutto, ma bastava uno sguardo silenzioso carico di significato: “Andiamo”. E lui, il mostro, era sempre là, come se ci aspettasse. Mai una volta lo vedemmo arrivare o andare via. Era come se facesse parte del luogo, una specie di guardiano spaventoso, terribile, dalle voglie insaziabili e dalla lingua enorme, rossa e sanguinolenta. Una visione oscena e pornografica che ci metteva in guardia, con violenza e mistero, dal mondo che ci circondava.
E poi accadde. Qualcuno scoprì il nostro rifugio, e le conseguenze furono terribili. Un bel giorno arrivammo appena dopo cena per un ultimo ritrovo serale, correndo sulle biciclette scalcinate e scrostate, e vedemmo un mucchio di gente. C’erano le volanti della polizia, un’ambulanza e una serie di strani volti che puzzavano di Fbi lontano un miglio. E a un certo punto, tra la folla, la vidi. Mia madre. Piangeva e si torceva le mani in preda a un tic nervoso, lei così distante e accigliata, dura e severa. Caroline iniziò a singhiozzare forte. Io sentii un nodo alla gola che mi strozzava, poi svenni. “Katy Bell è morta”.

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54 thoughts on “IL BOSCO – 1 parte –

  1. Scritto molto bene e con un finale che invita ad aspettare il seguito.
    Confesso che io ho fatto il cammino inverso. Ho letto prima la seconda parte e quella mi ha convinto a leggere l’inizio del racconto.
    Ne è valsa la pena.
    Nicola

  2. Anche io, come Nicola, sono stata rapita dalla seconda parte – mi capita spesso anche con libri o film: leggo/vedo il sequel, al che procedo col prequel e poi col film.
    Qui su potrebbe aprire una diatriba su Star Wars: meglio l’ordine della fabula, o quello d’uscita dei film? (Io non sono purista, eh).

  3. Ho aspettato la storia per intero, il tempo libero per leggerla e la mente ben disposta ad una bella storia. Non sono rimasta delusa!
    Molto coinvolgente ed è solo la prima parte.
    Posso dire che ormai sei diventata un mio “modello personale”. Ti ammiro tantissimo! Complimenti!

    • Ciao Mara, grazie mille per aver letto e apprezzato!…purtroppo i tempi per l’editoria (come un po’ per tutto) sono bui e le mie collaborazioni editoriali ormai sono solo da freelance…ti scrivo in privato dato che mi hai lasciato l’email! Grazie!

  4. non avuto tempo di leggere a modo il racconto. Però c’è un errore grave in apertura.
    “Per la precisione, cinquantatre anni esatti.” NO.
    Per la precisione, cinquantatre anni. SI’
    Cinquantatre anni, per la precisione. MEGLIO
    scusa mi è saltato all’occhio

    • Ciao, scusa non capisco la tua obiezione. Capisco che non ti piace l’incipit, e mi sto rileggendo la frase con le correzioni da te apportate: potrebbe starci la tua proposta finale, quella che sottolinei con MEGLIO. Detto questo, è una questione di scelta e suono, non direi di errore (grave). Non mi pare, in ogni caso, un elemento di vitale importanza, nonostante sia una fautrice degli esordi ben fatti e ben scritti.

      • Intendiamoci, non è che tu abbia scritto un uomo con l’apostrofo in mezzo. Però esiste una logica nella lingua. Non puoi mettere, in una frase di quattro parole, un avverbio e un aggettivo che hanno lo stesso significato. e’ un errore di editing grave. L’io narrante sta scrivendo e quindi non ci sono attenuanti legate al parlato. Inoltre, visto che lavori nell’editoria, dovresti sapere che l’incipit deve essere stilisticamente perfetto. Nei racconti poi, ogni singola parola deve essere necessaria. Non è la mia opinione, è così.E questo davvero,senza entrare nel merito delle tue cose, che leggerò con piacere.

      • Sarà. Continua a non sembrarmi così grave. In ogni caso a me piace, ed è una verità universalmente riconosciuta che se tutti gli incipit fossero perfetti, e tutte le parole necessarie, allora non sarebbero mai esistiti libri meravigliosi come Il giovane Holden, Sulla strada, Urlo, Tropico del Cancro e via dicendo. Non è la mia opinione, è così.

      • Mi piace questa discussione. Senza essere un editor, senza essere un soggetto minimamente qualificato, ma semplicemente scrivendo e ingurgitando letteratura, vorrei contribuire con un commento, una domanda e un altro commento. Il commento che cos, “a orecchio” anche a me non sembra una cosa molto grave. Vero che stilisticamente ci sono maniere migliori di esprimere lo stesso concetto (quella che indichi come MEGLIO forse scorre di pi). Tuttavia – e qui scatta la domanda – mi chiedo se nella “scienza dell’editing” ci siano regole condivise, dettagliate, che mettano in luce la zona d’ombra tra quello che stilisticamente (oltre che sintatticamente e grammaticalmente) corretto scrivere. Eppure – mi chiedo – dove finisce lo scrivere in maniera corretta e dove comincia lo stile personale? Immagino – ecco l’altro commento – che esistano delle best practices che possono rendere un testo pi o meno leggibile e digeribile. Giusto. Ma allora i vari Carlo Emilio Gadda dove li metti? Che quando scrivono un testo sembra che gestiscano le parti del discorso come gli oggetti che compongono una dimostrazione di logica matematica? Non so, a me questa linea di demarcazione ancora oscura, e a volte ho l’impressione che quello che attualmente si definisce “editing” o correzione di un testo altro non sia che una serie di regole, prassi ecc che indichino lo stile contemporaneo di scrittura. Ma se le si seguono pedissequamente, che novit si introducono nel panorama letterario (ammesso che si abbiano le carte in regola per “produrre letteratura”… e in effetti credo non le abbiano in molti)?

        Un saluto

        Daniele

        http://www.danielebailo.it/ http://glistancocchi.wordpress.com/ http://lafucinadiidee.wordpress.com/ http://exfalsoquodlibet.org/

        Il giorno 04 marzo 2014 14:05, aliceinwriting – critica letteraria e vita

      • Ciao Daniele, grazie mille per il contributo!!! Ti dirò, la discussione potrebbe essere stimolante e produttiva se non avvertissi una sensazione di ridicolo che mi porta a non prendere seriamente la cosa: la discussione è diventata interessante nel momento in cui TU hai espresso un’idea, una riflessione, un parere intelligente e garbato, che è andato oltre la critica sterile di 4 banali parole (minima parte di un incipit, per altro, se proprio vogliamo essere precisi). Per quel che mi riguarda, non ho la presunzione di avere la verità in tasca, mi limito a esprimermi nel modo che è più congeniale, come tutti noi del resto, senza prendermi troppo sul serio anche se prendo la letteratura e i libri molto seriamente, essendo la passione assoluta di una vita (33 anni di vita, quindi la strada è ancora lunga :D!). La mia idea è che, grazie al cielo, da metà Ottocento in poi vige una certa libertà: fermo restando, ovviamente, la grammatica corretta di base, colui che scrive può esplorare margini che superano il limite, la regola, la perfezione, la geometria. Come dici tu, e Gadda dove lo mettiamo? E così si potrebbe dire di molti altri valenti scrittori, per non parlare dei poeti (gli avanguardisti si inventavano parole di sana pianta….dadadadada bibibibibi bububub parole in libertà!). In questo caso specifico, non contesto l’idea ma la forma con cui mi è stata presentata: è come se un agente di MTV volesse impormi, dicendo che è così e non si discute, di ascoltare Mariah Carey, che ha una grande estensione vocale ed è intonata, e io gli dicessi che no, non mi piace, a me piace il punk, la new wave e mi piace il goth rock e sì, preferisco la voce stonata di Ian Curtis e Siouxie piuttosto che i virtuosismi vocali di una professionista che ha sicuramente studiato canto in una qualche academy e si limita a urlettare parole non sue (urlettare non esiste eh, me lo sono inventato). Che devo dire? E’ lo stile, baby.

  5. E pensare che ritenevo di essere uno dei blogger più prolissi del web in un contesto che spesso si esprime in una scrittura spray. Il racconto l’ho letto ma non mi è ancora entrato dentro: lo rileggerò con calma. Intanto desidero comunicarti che d’ora in poi risiedo qui. Ciao

    • Ciao, grazie mille per il passaggio, graditissimo! Dipende dai blog credo: se l’intenzione è quella precisa di pubblicare i propri scritti, lo spazio si dilata…Andrò allora a leggere il tuo prolisso blog :D! Notte

    • Ciao, grazie mille! Il racconto è già completo, nella sezione trovi la parte 2, 3 e 4 (mi pare sia l’ultima!). Buona giornata e grazie ancora per l’attenzione!

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