IMPOETICITA’ POETICA

Viviamo in un’epoca di impopolare romanticismo.
Per cui, cari signori e affascinanti signore,
sono qua a porgervi l’estremo saluto. Addio!
Addio alla vita, all’amore, al dolore, ai patimenti!
Sono sorta dalle ceneri del sacrificio,
in una notte fonda e greve in cui le Erinni furenti
muggivano di usura nelle viscere terrene
di una fucina infernale.
Come madre, la Natura mutevole e proteiforme
stillante cruento sangue umano;
come padre, l’Intelletto vagabondo e serpeggiante
che il fido collega Mercurio ha avuto premura di
sbattere a destra e sinistra di questo bizzarro mondo.
Nei secoli, le ho provate tutte.
Ah, sfido chiunque ad avere avuto una vita più avventurosa della mia!
Mai un attimo di tregua, mai un cedimento!
Sono stata a letto con gli uomini e le donne più seducenti del pianeta…
Ho fatto l’amore innumerevoli volte
sul palcoscenico del teatro e tra gli spartiti musicali
di grandi commediografi e sublimi compositori!
Nei tempi bui, ho dovuto cedere alle passioncelle
di dilettanti e palloni gonfiati, ruffiani e boriosi ignoranti,
sempre pronta e vibrante nella mia tridimensionalità evocativa.
La semantica, braccio destro dal tessuto nevralgico,
la semiotica, condotto sagace di disciplinare espressività.
Ora sono stanca. Sto perdendo le forze, me ne rendo conto ogniqualvolta
il Signor Nessuno e la Signorina Nullità vengono a farmi visita.
Impossibile essere lasciata in pace, dico!
Certo, le distrazioni sono tante, ma c’è sempre qualcuno che si ricorda di me,
di tanto in tanto, e pretende i miei servigi.
Il fatto è, cari signori e affascinanti signore,
che un tempo ricevevo qualcosa in cambio,
una sorta di pagamento per il lavoro svolto.
Si chiama stipendio, oggi, mi par di aver capito, paga o salario.
Adesso, non c’è più nessuno che si ricorda di darmi quanto mi spetta!
Una lacrima, un bacio, una pubblicazione anche di infima qualità,
un riconoscimento…una rima ben combinata, una litote a senso,
una metafora costruita con gusto! Ora è tutto un cuore-fiore-amore,
un tre metri sopra il cielo e un quattordici lucchetti arrugginiti
a incatenarmi per terra impedendomi di volare!
Sono come quel povero albatros che non riusciva a spiccare il salto dalla nave
per colpa delle goffe e sgraziate ali!
Ecco, voi siete diventati le mie pesanti e affannate ali.
Non trovo più passione né sacra religione a porgere i miei omaggi.
Avete fatto di me la puttana del quotidiano e la pulzella dell’ingenuità.
Credete sia facile essere quella che sono? Solo perché libera, indipendente, caparbia,
non significa che io non meriti delle regole, dei limiti!
Eppure, quel simpaticone prosaico che mi strizza l’occhiolino soddisfatto
nella sua supremazia non lo prendete così sottogamba,
benché abbia lui stesso i suoi bei problemi!
Dunque, alla luce degli eventi, vi saluto. Adieu! Aufidersen! Addio!
La poesia prende congedo da voi, si libra in cielo e…oh!
Ecco come finiva quella mia cara amica…in cielo l’albatros è leggiadro e aggraziato!
Con l’augurio di tutta la pesantezza del mondo, Io, Signora Poesia,
muoio felice come felice sono nata, secoli fa, e nei secoli migliori sono vissuta,
all’ombra e alla luce della vana follia della coscienza umana.

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