IL BOSCO – III parte –

Katy Bell era scomparsa da un paio d’ore e l’allarme aveva coinvolto l’intero quartiere: tutti i nostri padri avevano avuto un permesso speciale per uscire prima dalla fabbrica o interrompere il lavoro nei campi per dare una mano nelle ricerche. Le donne si erano subito attivate per preparare quintali di limonata fresca, hamburgers e focaccia da distribuire agli uomini che stavano collaborando. La madre di Jamie e Katy Bell se ne stava seduta in cucina o sotto il portico, in piedi, sgranando il rosario che portava sempre al collo e muovendo le labbra ininterrottamente, emettendo parole mute. Il via vai in casa era continuo, sincopato e rapido come una spietata coreografia teatrale in cui ciascuno recita una parte assegnata e ben studiata. Le anziane preoccupate ma rassicuranti; le più giovani appartate a confabulare, fumando ed esclamando acute frasi di conforto; le madri solidali, premurose, strette in un abbraccio che sembrava una morsa d’acciaio avvolta attorno all’abitazione della sventurata famiglia. Tutta l’azione spettava agli uomini: i vecchi, che ben conoscevano il territorio, indicavano le strade da battere, i padri si dividevano i compiti e a gruppi di due o tre rastrellavano zone differenti; persino i giovani, solitamente sfaccendati, si davano da fare. Per un giorno intero la vita della strada si cristallizzò nella staticità dell’attesa. Personalmente, tutta quella faccenda ci stava solo giovando. Dopo una serie di domande concitate su dove avevamo visto per l’ultima volta la piccola, nessuno ci prestò più attenzione. Io riuscii addirittura a mangiarmi tre panini imbottiti e bere quattro gazzose senza che mia madre se ne accorgesse. Al calare della sera, parve chiaro a tutti che fosse necessario l’intervento della polizia. Katy Bell era scomparsa ormai da quasi otto ore. Non fu un uomo a scovarne le tracce, bensì un cane.
Per la precisione, il vecchio Pëter, il bastardo spelacchiato di nonno Joe, come lo chiamavano tutti, il novantenne che abitava nella fattoria di confine tra il nostro quartiere e la prima periferia di Lexington.
Pëter era un cagnone invadente e mezzo cieco, esattamente come il suo padrone, che si metteva sempre in mezzo convinto di essere ancora nel fiore degli anni, esattamente come il suo padrone quando si sistemava la camicia e i pochi capelli radi sulla zucca non appena scorgeva una donna all’orizzonte. Ma Pëter ci conosceva, e a modo suo ci voleva bene. Non ho mai creduto alla fissa per i cani, bestie senza cervello che si vendono al primo boccone di cibo, ma per alcuni provavo simpatia: mica mi potevano piacere tutti, del resto anche le persone suscitano sentimenti contrastanti. Quando la polizia diede ai cani addestrati i vestiti di Katy Bell da annusare, il vecchio Pëter, che girovagava nei dintorni quasi volesse rendersi utile, si gettò nella mischia con un balzo prodigioso e ficcò il muso nell’abitino rosa. Impazzito, emise un possente latrato e corse veloce come il vento seguito a ruota dai pastori tedeschi del vice sceriffo Clifford. Non ci volle molto per udire un abbaiare sordo, lugubre, battente come un tamburo africano, provenire dalla palude. Quando la polizia e gli uomini accorsero, si trovarono davanti agli occhi una scena inaspettata, imprevista, che li costrinse a fermarsi per qualche secondo: i cani immobili, disposti compostamente a semicerchio, rispettosi e solenni, e Pëter che si lamentava sommessamente tentando di muovere un fagotto inerme che non conservava alcuna forma umana. Il suo ululato pigolava come un pianto disperato, e le grida che da lì a breve si sommarono ad esso riempirono l’aria di un canto maledetto.
Quello che accadde a Katy Bell diventò un mistero locale e i nostri genitori tentarono di far trapelare meno dettagli possibili. Ma si sa, i delitti possono restare impuniti ma non segreti, e una morte atroce diventa immediatamente di dominio pubblico. La stampa si scatenò intorno al caso: c’erano giornalisti dappertutto che facevano domande a raffica annotando le risposte su rigidi bloc-notes di pelle nera; gli articoli si susseguivano all’interno dei quotidiani e ognuno ipotizzava piste differenti. La polizia brancolava nel buio, come si suol dire, e l’Fbi azzardava teorie che non trovavano riscontro nella realtà dei fatti e nelle prove raccolte. Si cercò di collegare l’assassinio ad altri simili in modo da ipotizzare l’esistenza di un serial killer di bambini, ma le modalità bizzarre di quel particolare omicidio rimasero circoscritte e isolate. Per quanto gli adulti tenessero le porte chiuse e parlassero sottovoce tra loro, noi sapevamo. I grandi pensano sempre di proteggerci restando in silenzio, ma non si accorgono che l’assenza delle parole giuste crea solo una voragine di vuoto e di morbosa curiosità che i bambini cercano di colmare nei modi più sbagliati possibili. Sapevamo che Katy Bell era stata picchiata selvaggiamente. Sapevamo che era stata spogliata e tenuta a lungo con la testa nell’acqua limacciosa del fiumiciattolo che separava la palude dal “bosco”. Sapevamo che la sua maglietta era stata appallottolata e ficcata in bocca affinché non urlasse mentre veniva seviziata con un bastone appuntito. Sapevamo che il suo cranio era stato spaccato come una nocciolina e i lunghi capelli color grano strappati alla radice e usati per fare dei macabri fiocchi spruzzati di rosso legati attorno alle caviglie e ai polsi.
Il caso non venne mai risolto, l’assassino non fu mai preso. Dopo settimane e settimane di ricerche, indagini e stratagemmi, la polizia e i federali smisero di cercare e conclusero che il colpevole era sicuramente uno sbandato di passaggio, un vagabondo, forse un bracciante stagionale ormai lontano e che probabilmente aveva ucciso in un raptus di follia. Si allontanarono verso ovest per stanarlo, dicevano di avere una pista da seguire. La città di Lexington e il nostro quartiere tirarono un sospiro di sollievo: solo uno straniero, uno venuto da fuori, avrebbe potuto commettere un tale abominio. Loro non c’entravano, la gente perbene, l’avevano sempre saputo, nonostante gli sguardi maligni e le supposizioni più meschine strisciassero di casa in casa, di pub in pub, di canonica in canonica. Ma ora che la comunità era stata scagionata, tutto tornò alla normalità. L’estate volgeva al termine e maturava nei colori saturi di agosto, arancio verde smeraldo e marrone bruciato. Noi crescemmo, rimpinguando le file degli adulti disillusi e squallidi. Di notte, sognavo sempre di tornare nel “bosco” dove mi ero sentita così fortemente me stessa.

Quando l’estate passò e la scuola riprese il suo corso, io e Caroline iniziammo a perderci di vista. Scoprimmo di essere ormai troppo diverse. Lei prese ad atteggiarsi sempre più da oca e a quattordici anni poteva già vantare due fidanzati ufficiali e qualche flirt. Io mi buttai nello studio e nelle varie attività, lo sport, la banda della scuola, il volontariato con mia madre. Non ebbi un fidanzato per molto, molto tempo. Qualcuno disse che ero lesbica. Giunte agli anni del college, ci allontanammo definitivamente: io mi laureai in sociologia presso l’Università di Chicago, Caroline invece si sposò con un giocatore di baseball abbastanza noto e sfornò una nidiata di figli. Vissi appieno i miei anni Novanta: andai a vivere a Seattle, nonostante il diniego della mia famiglia, seguii la scena grunge anima e corpo, piansi alla morte di Kurt Cobain e maledissi il cattivo ascendente esercitato da Courtney Love, m’innamorai di Chris Cornell dei Soundgarden e di tutti gli Alice in Chains senza distinzioni, ebbi una serie di ragazzi – solo musicisti, nemmeno a chiederlo – ma non riuscii mai a instaurare un legame solido e stabile. Le mie erano passioni violente, drammatiche, cinematografiche: possedevano tutta l’apparenza dell’amor fou ma non la sostanza dell’amore. Mi piaceva dibattermi in quelle relazioni false, ipertrofiche, in cui i sentimenti venivano urlati e sbattuti in faccia ma raramente provati per davvero. Una galleria di ritratti ibridi e sterili che bastavano a loro stessi e morivano, frigidamente, ripiegandosi come un foglio di carta dato alle fiamme che si accartoccia malamente in un pugno bruciacchiato e arreso. Un giorno ricevetti una lettera inaspettata: era di Caroline, che mi pregava di tornare a casa. Sua figlia Sue era morta, e lei voleva fossi presente al funerale insieme a tutti gli altri. Non potei dire di no e prenotai il volo. Non tornavo a casa da almeno cinque anni.

Annunci

10 thoughts on “IL BOSCO – III parte –

  1. Prima di leggere l’ultima parte vorrei lasciare una prima impressione dopo la lettura della 2 e 3. Trovo molto affascinante la descrizione dei personaggi e i ritratti della cittadina come attimi vissuti. Leggendo questa terza parte immagino un palcoscenico di un teatro con le scene che si trasformano in un istante. Vado a finire la lettura.

  2. Wow, bella anche questa puntata.
    Alcuni commenti:
    1. Fantastico il brano: “I grandi pensano sempre di proteggerci restando in silenzio, ma non si accorgono che l’assenza delle parole giuste crea solo una voragine di vuoto e di morbosa curiosità che i bambini cercano di colmare nei modi più sbagliati possibili.”
    2. parli della madre che sgrana il rosario, ma con l’ambientazione che hai dato alla storia (america un po’ di anni fa) mi sarei aspettato qualcosa di più “protestante”… e i protestanti non usano il rosario
    3. bello il finale… vado subito a vedere la prox puntata, che mi hai fatto venir voglia… 🙂

    • Sì hai ragione, e infatti ci ho pensato e ho fatto delle ricerche: in effetti, in quella zona (lexington), è più forte la componente cattolica rispetto alla protestante, ma anche qua ti ringrazio per la precisazione che a me appariva ovvia e invece per chi legge un pò meno!

      • Ok, come non detto allora. 🙂
        Ma come ti è venuto di ambientarla in America?
        (scusa l’ingerenza… magari sono fatti tuoi 🙂 )

      • Figurati, è una domanda più che legittima: credo dipenda dal fatto che ultimamente sto leggendo un sacco di autori americani del periodo Grande Depressione, oppure proibizionismo e anni ruggenti del jazz, o anche di contemporanei ma sempre di sapore rurale e country / noir (vedi Annie Proulx con le sue storie sul Wyoming, o Daniel Woodrell, considerato l’erede di Faulkner). In generale amo di più la letteratura straniera che quella italiana, quindi il mio immaginario si sposta spesso in altri paesi ed epoche…Anche se ho parecchi racconti ambientati nella provincia italiana! Sono ancora e sempre in fase di perfezionamento, sperimentazione, scoperta a dire il vero…pensa che fino all’anno scorso i miei scritti erano solo poesie, teatro e saggi di critica letteraria!

      • “poesie, teatro e saggi di critica letteraria”… wow… allora sei una scrittice seria… Bhè, del resto è una attività molto vicina al tuo lavoro (da quello che capisco leggendo il blog).

        MI è capitato di leggere Faulkner, ed ho dovute reprimere con veemenza le spinte suicide che sorgevano in maniera spontanea qui, proprio all’altezza della bocca dello stomaco,quando leggevo di quella famiglia di una ignoranza stratosferica che aveva ingessato la gamba del figlio più che diciottenne con il cemento, trasportandolo su un carretto verso il dottore, accompagnato dagli avvoltoi che volavano in cerchio sopra il malato poichè la puzza di cancrena della gamba attirava questi sciacalli dell’aria con il tanfo di putrefazione…
        Insomma non c’era da rallegrarsi molto!

        In generale la letteratura Americana non mi esalta, per ora.
        Sto provando a leggere Carver, e anche se ha qualcosa che mi stimola, che mi piace, lo trovo ancora molto ansiogeno. Ma forse ce la faccio a finire “di cosa parliamo quando parliamo d’amore”.

        Ma chi sono invece Annie Proulx e Daniel Woodrell. Rischio la depressione se li leggo?

        ciao!

      • No anzi, nel senso che essendo contemponarei (e viventi!) non possono avere quella patina realista e classica che rende Faulkner splendido ma terribile…Annie Proulx è un’arzilla anziana signora che parla di gente americana tipo cowboy, braccianti, allevatori…è suo il libro Gente del Wyoming da cui è stato tratto il film di Ang Lee I segreti di Brockeback Mountain! La sua scrittura è ruspante, rude, scorrevole ma dannatamente intensa! Daniel Woodrell è l’autore del libro Un gelido inverno, da cui è stato tratto l’omonimo film: è abbastanza giovane, classe 1953, e per lui è stato coniato il termine “country-noir”…il suo che preferisco, al momento, è Il bel cavaliere se n’è andato: un romanzo breve, ambientato nel Missouri, in un paesotto dove non capisci nemmeno in che epoca siamo tanto sembra immobile, abbandonato, statico…un ragazzo giovanissimo tenta di emergere nonostante l’ambiente orribile in cui cresce, tra criminalità, sporcizia, promiscuità. In sostanza: no, non credo si rischi la depressione :D!!!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...