IL BOSCO – ultima parte –

Ed eccoci arrivati all’inizio di questa fosca storia di giochi infantili, vite spezzate e scherzi crudeli. Caroline aveva avuto ben sei figli, quattro femmine e due maschi sicuramente molto viziati; Sue era la primogenita e la preferita della madre: un male incurabile decise di portarsela via in un batter d’occhio, un refolo di vento primaverile che aveva emesso un giudizio impietoso. La mia amica della prima fanciullezza stava meglio di come mi aspettassi: credevo di trovarmi davanti una mamma affranta dal dolore, incapace di reagire, invece incontrai una donna prevalentemente stanca; vidi nei suoi occhi lo stesso sguardo sfuocato e pallido che talvolta avevo scorto nella mia. Forse, non avendo avuto figli, non potevo capire il perché di quello spegnimento emotivo.
“Caroline, tesoro…”
“Oh mio dio, sei venuta alla fine! Sono così felice di vederti…Saranno passati secoli e secoli, da quell’estate che…”
Caroline tacque e abbassò lo sguardo. Poi rialzò il viso, composta, e mi sorrise dolcemente. Prese le mie mani tra le sue, come quando eravamo delle ragazzine e cercava di calmare uno dei miei attacchi d’ira. “L’ira funesta di Achilla!” era solita apostrofarmi Aphrodite, detta Dita, che amava darsi mille arie e sfoggiare la sua presunta erudizione in fatto di mitologia classica.
“Come stai, che cosa hai fatto in tutti questi anni? Avrai viaggiato, ne sono sicura…Una mocciosa tremenda, io tentavo di starti dietro ma talvolta…accidenti a te, eri così difficile, scostante…Mi facevi paura sai? Avevo il terrore che non mi volessi più bene…E poi io mi sono sposata. L’ho sempre saputo che la casa era il mio destino, a seguire i figli e il marito. Hank, povero Hank, è stato un buon padre sai? Ma guardalo là, seduto tra la vedova Bates e quel suo compagno di stanza del college – non mi è mai piaciuto, devo ammetterlo – …è distrutto, più di me”.
Alla fine della funzione, una cerimonia molto triste ma dignitosa che aveva saputo contenere la propria drammaticità, Caroline mosse lo sguardo fino a rintracciarmi tra la folla, e quando mi strinse tra le braccia il suo gesto emanava un sincero affetto e un sollievo davvero commovente, a riprova del fatto che le prime impressioni della gioventù sono le più difficili da scacciare via, nonostante gli anni di mezzo a ricordarci del tempo perduto e raramente di quello guadagnato.
“Cosa ho fatto…cosa ho fatto…mah, in realtà nulla di importante! Non mi sono sposata e come ben sai non ho voluto figli, tanto sapevo che ne avresti sfornati tu per entrambe!”.
La risata genuina di Caroline, strappata a bruciapelo in circostanze tragiche, mi diede una stretta al cuore profonda, come un laccio emostatico serrato attorno a un braccio moribondo.
“E dimmi, adesso cosa farai? Intendo dire…Santo cielo qua la gente si sta ingozzando come una banda di maiali, avrai bisogno di una mano a pulire e sistemare…e poi magari ci beviamo una buona birra insieme, anche con Hank, che ne dici? Sicuramente avrai saputo cosa è successo alla vecchia ghenga, una volta ho incontrato Dirty Kit e mi è sembrato ancora più…”
“No”
“No…Come scusa? Cosa?”
“Sai cosa vorrei veramente fare? Vorrei andare nel “bosco”. Oh ti prego, mi ci porti? È l’unica cosa che ti chiedo, l’unica che ti abbia mai chiesto in tutti questi anni!”.
Guardai Caroline sbigottita. Il “bosco”? Ah, già…quella sporca palude. Era una richiesta talmente fuori contesto che di primo acchito mi sentii disorientata. La verità è che non pensavo che lei se ne ricordasse. Credevo fosse un oggetto desueto riposto ai margini della coscienza, un elemento sullo sfondo della vita senza importanza. Io sapevo cosa significasse per me, ma non sapevo cosa rappresentasse per Caroline. O meglio, sapevo che quando dormivo i miei incubi possedevano sempre la sostanza del male, e che tutti i sonniferi del mondo non bastavano a cancellare le macchie scure di cui ogni bel sogno veniva invariabilmente insozzato; sapevo che i miei quadri e le installazioni artistiche si erano vendute bene, fino a un certo punto, e che quel critico aveva chiuso le porte della mia carriera con un articolo al vetriolo che si concludeva affermando che “oggi è una bella giornata, sono felice. Perché guardare una sua opera?”; sapevo che il mio ultimo amante, ormai risalente a qualche anno fa, mi aveva lasciata in malo modo urlandomi in faccia “cazzo ma tu non sei normale, fatti vedere da uno bravo!”; sapevo che la mia psicologa, la stessa terapeuta ormai da dieci anni, continuava a ripetermi che dovevo “fare il punto della situazione”, “riappropriarmi del mio io profondo” e altri bla bla bla sul mio inconscio restio a mostrarsi. Sapevo che tutto ciò mi sommergeva come un’onda dell’oceano, e ogniqualvolta l’avvertivo sovrastarmi e abbattersi con potenza, vedevo il “bosco”, e la “cosa orribile”, e allora, in quel preciso momento, mandavo tutto a puttane.
“Tesoro…andiamo?”
“Caroline…andiamo dove? Ne sei sicura?”
“Andiamo nel bosco”.
Ripercorremmo la strada della nostra infanzia, in silenzio, senza suoni. Il mio cuore batteva forte e sentivo il tum tum tum nelle orecchie, in gola, nella testa. Avrei dovuto portarmi via il mio analgesico preferito. Caroline pareva in pace con se stessa, una martire dall’occhio mistico. Camminava adagio, con le mani incrociate dietro la schiena e un golf di cashmere rosa chiaro appoggiato sulle spalle leggermente incurvate. Per la prima volta da quando mi trovavo in sua compagnia, avevo il sospetto che lei avesse un vantaggio su di me. Il “bosco” era molto simile a come lo ricordavo, gli anni non si erano accaniti su di lui con la stessa foga con cui aveva trattato noi. Sostammo lì davanti per un po’, io con imbarazzo, Caroline con un senso di pacifica sottomissione. Trascorsi ormai almeno dieci minuti in totale contemplazione, intimai di andarcene.
“Non ancora…dobbiamo aspettare”
“Che cosa dobbiamo aspettare?”. Cominciai a pensare che la morte di Sue avesse avuto delle serie ripercussioni sulla sanità mentale della mia povera amica.
“Dobbiamo aspettare Katy Bell”, replicò Caroline continuando a sorridere e abbassandosi lentamente fino a slacciarsi le scarpe. Io la osservai con orrore mentre era intenta a togliersi le calze e arrotolarsi i pantaloni.
“Vieni? È arrivato il momento”
Ero talmente sconvolta che non dissi nulla e come un automa eseguii l’ordine. Tolsi le scarpe e le calze, sistemai il tutto accanto alle paia di Caroline e afferrai la sua mano protesa verso di me, fiduciosa. Quando misi il piede in acqua, immergendolo in quel fiume che non osavamo un tempo oltrepassare nemmeno con la fantasia, Caroline iniziò a piangere sommessamente. Giungemmo subito dall’altro lato, e sentii il mio corpo tremare e il cuore gemere dalla paura. Avvertivo la presenza della cosa orribile, e spiando di sbieco Caroline capii che l’avvertiva anche lei. Un trinciare metallico, secco, putrido, un rumore sordo e strascicato. Stringendoci forte la mano, ci voltammo. Ed eccola là. Dall’altro lato, dal nostro lato della palude, la zona inviolata e sacra dove ci sentivamo protette. Il mostro era proprio lì, dove un attimo prima ci trovavamo noi e dove eravamo solite giocare e giocare e giocare, anche quell’estate dell’82, la più calda di cui avevo memoria. Lentamente, assaporando il momento atteso per anni, alzò il braccio e mentre compiva l’azione mi accorsi con disgusto che le sue mani…le sue mani erano umane! E le zanne dov’erano finite? Eppure, ero sicura che ci terrorizzassero solo a guardarle! Quando il braccio peloso e forte fu dritto davanti a noi, ci puntò addosso il dito indice. Un piccolo, soffice dito, per una morbida e paffuta manina di bambino. La mano di Katy Bell. E all’improvviso ricordai tutto.

L’afa era insopportabile. Mi ero alzata con la luna di traverso e mi stavo già annoiando alle dieci del mattino. Caroline era proprio scema. Continuava a chiedermi se le donava di più il rosa acceso o l’azzurro carta da zucchero. Io seguitavo a non ascoltarla e rimuginavo su cosa fare di quella opaca giornata. Proposi di andare nel “bosco” a esercitarci con la fionda. Ero forte nel tiro al bersaglio e volevo dare una bella lezione a quel pallone gonfiato di Little John. “Noooo fa troppo caldo, andiamo a berci una gazzosa e a guardare la tv…”
“Oddio se sei una rompiballe Girly…diventerai una mollacciona flaccida e smorfiosa! Dai, monta sulla bici!”
Sbuffando, ma non osando contraddirmi, Caroline ubbidì. Dopo circa un’ora dal nostro arrivo, vedemmo sbucare all’orizzonte Katy Bell.
“Accidenti, col cavolo che ce la cucchiamo anche oggi quella lì! Vieni Caroline, nascondiamoci!”.
Ci acquattammo tra la poca vegetazione presente, ma la bimba ci scorse quasi subito e venne verso di noi sgambettando allegramente. Decidemmo per il gioco del silenzio e le voltammo le spalle. Magari si stufava e andava via. Dopo mezz’ora era ancora lì che tentava di attirare la nostra attenzione, e ci toccava, e ci stringeva, e ci faceva mille domande idiote. A un certo punto, la buttai a terra spazientita. Mi sentii subito meglio e ghignai. Katy Bell si mise a frignare e le dissi di andarsene. A quel punto scoppiò in lacrime. Caroline ebbe un fremito e le si avvicinò. Ma io la bloccai. Le impedii di abbracciarla. Forse, se non avessi impedito quel contatto, tutto si sarebbe sistemato. Stavo in piedi, sudata e rossa in faccia, e fissavo la piccola fulminando la mia amica con lo sguardo, minacciandola di non muoversi. Presi un bastone e feci il gesto, solo il gesto, di colpire Katy Bell, la quale spaventata si alzò e camminando all’indietro cadde.
“Adesso vado dalla TUA mamma e dico tutto!”
“Caroline, tienila ferma”
“Che cosa vuoi fare? Ti prego…basta…lasciala andare, non è successo niente”.
Un secondo dopo, io ero nella cucina di casa mia a ingozzarmi di panini imbottiti e Caroline si era comprata un rossetto nuovo color pesca. Non ricordavamo nulla.

“Da quanto lo sai?”
“Da quando Sue è morta. Anzi, i primi ricordi mi sono venuti in mente con il sorgere della malattia. Ogni analisi, ogni seduta di chemio, era un tassello in più. Ho condannato io mia figlia, l’ho consegnata alla morte di persona, e ho forse espiato la mia parte di colpa. E tu? Che modo ha trovato Katy Bell per farti patire le pene dell’Inferno?”.

Quella stessa notte, Caroline morì nel sonno, e io finalmente compresi il perché di tutte quelle frustrazioni, dell’assenza di figli, della psicanalisi fallita, degli incubi notturni, della rovina della mia vita condotta come un vecchio orologio rotto a cui manca la vite di supporto. C’era sempre un ingranaggio che non funzionava, qualcosa che non andava e mi faceva sentire come quella torbida estate dell’82: indifesa, spezzata, colpevole. Ah, quasi dimenticavo: io sono Chastity. Chastity Ann Miller, detta Boogie perché spesso me la squagliavo con Honey Moon e i suoi cugini a ballare nelle bettole di quart’ordine di Lexington dove i genitori proibivano di andare e in cui i negri ormai si erano abituati al mio “ritmo bianco”, come lo chiamavano.
Durante una vacanza, avevo circa quarant’anni anni, una vecchia zingara chiese di leggermi la mano. Io non volevo, ma gli amici che erano con me al ristorante insistettero moltissimo, dato che tutti ci erano stati: “Dai Boogie, che ti frega? È solo un gioco!”. Già, solo un gioco. Tesi la mano con il palmo aperto rivolto verso l’alto, e quella bizzarra donna mi guardò con uno strano occhio obliquo, de rettile, maledettamente familiare: fu come viaggiare nel tempo e nello spazio, all’improvviso mi ritrovai nel bosco, con Caroline e Katy Bell, abbracciate tra loro, e tutto andava per il meglio. Non era successo niente. La zingara ebbe un fremito lungo il corpo decrepito e sussurrò “Boogie eh, come l’uomo nero?”
“No, come la danza. Mi piaceva ballare, una volta”
Credo fu in quel momento che iniziai a ricordare qualcosa. Boogie come Boogey – Boogyeman – l’uomo nero che ci spaventava da bambini, Boogie come Bogie, gli spiritelli cattivi e meschini che vivono nell’ombra e mia nonna si raccomandava sempre di non irritare, Boogie come Bogs, le terre di mezzo abbandonate dove erano costretti a vivere gli uomini banditi dalle proprie comunità. Boogie come Chastity Ann, divorata dal buio nella palude. La mia infanzia crollò, si schiantò al suolo come la coppa d’oro di Henry James : uno svelamento atroce, ingiusto, dogmatico, deciso a priori anzitempo. Ora sapevo che la cosa orribile nel bosco, ero io.

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