L’amore in Biblioteca

E io che pensavo di aver letto troppi libri e aver visto troppi film per essere romantica.
Mi sbagliavo. Il tranello è sempre dietro l’angolo. E nemmeno a dirsi, è un tranello sul quale s’inciampa volentieri.

Appena successo adesso in Biblioteca, ore 12.33 di mercoledì mattina.

Io: “I film vanno restituti entro sabato” (a una coppia sposata, i figli sono alla scuola materna)

Lui, sorridendo alla moglie: “Benissimo. Allora stasera li guardiamo, domani e venerdì facciamo l’amore, e sabato saremo qui. Mi sembra perfetto”

Già. Davvero perfetto.

Ancora un ultimo istante, e riprendo del tutto il mio aplomb.
cuore

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Frammenti dei frammenti di un discorso amoroso

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Nel 1977 esce in Francia, per le Éditions du Seuil, questo magnifico libro, Frammenti di un discorso amoroso (Fragments d’un discours amoureux), organizzato per 80 voci ordinate alfabeticamente, che inizia così:

“Nell’amorosa quiete delle tue braccia”

ABBRACCIO per il soggetto, il gesto dell’abbraccio amoroso sembra realizzare, per un momento, il sogno di unione totale con l’essere amato
………………………………………….

“Le parole non sono mai pazze (tutt’al più sono perverse): è la sintassi che è pazza”

“Nel languore amoroso qualcosa se ne va, senza fine; è come se il desiderio non fosse nient’altro che questa emorragia. La fatica amorosa è questo: una fame amorosa che non viene saziata, un amore che rimane aperto”

“Come geloso, io soffro quattro volte: perché sono geloso, perché mi rimprovero di esserlo, perché temo che la mia gelosia finisca col ferire l’altro, perché mi lascio soggiogare da una banalità: soffro di essere escluso, di essere aggressivo, di essere pazzo e di essere come tutti gli altri”

ROLAND BARTHES
Critico letterario francese
12 novembre 1915 • 26 marzo 1980

Una donna di provincia – terza parte –

A metà della terza settimana, finalmente il capo la mandò a chiamare. Una pratica urgente, da sbrigare al più presto. “Avanti Ida, va’ su in ufficio, che ha bisogno di te”, esclamò Doris di punto in bianco. Ida sobbalzò visibilmente, presa alla sprovvista. Un trasalimento corporale non esente da un sottile brivido di eccitazione lungo la schiena, fino in gola. “Un piccolo momento di ansia”, si giustificò arrossendo violentemente; “stupida, stupida ragazza” sibilò a denti stretti, rimproverando a se stessa quell’anelito di emozione ingiustificata, da giovinetta inesperta e svenevole. Salì le scale con una lentezza che esasperò Doris, la quale osservava con le mani appoggiate sui fianchi, scuotendo la testa in un impercettibile gesto di stizza.
“Ah bene, eccola, ho proprio bisogno di lei”, disse il signor Sermoni con un tono ansioso che trasmise un senso di angoscia anche a Ida.
“Si sieda lì, e scriva il comunicato che le detterò”;
“Si, signore”. Ida, già di poche parole, pareva aver perso l’uso della lingua italiana. Si sentiva la gola secca e il respiro affannoso. Il capo si accese una sigaretta e iniziò a declamare, preciso e metodico, scandendo bene le parole; la voce era alta, schietta, roca: non poteva essere fraintesa, una voce padrona, ampia, fatta per l’ascolto. Dominava la scena con decisione. Nello scrivere Ida, aveva ritrovato l’autocontrollo. “Un attimo di panico, nulla più” pensò tra sé, continuando meccanicamente a pestare i tasti. Quando il signor Sermoni fece una pausa, ella emise un flebile sospiro di sollievo.
“Beve qualcosa, un drink?”;
“Solo un bicchiere d’acqua, grazie”;
“Acqua, per la miseria. Io la bevo solo quando sono ammalato o depresso… ma immagino non sia il suo caso, vero?”. Ida scosse la testa in segno di diniego.
“Lei dove abita? Vive ancora con i suoi?”;
“In periferia. Si, con i miei genitori”;
“E perché diavolo non si è ancora sposata, Cristo santo?”;
“Beh… presumo perché nessuno me l’ha chiesto…”;
“Sciocchezze! Significa solo che lei non ha dato a nessuno il permesso di chiederlo!”.
Ida doveva aver spalancato tanto d’occhi, poiché lui continuò a pontificare sull’argomento.
“Ma si… prenda mia moglie, ad esempio. Non mi chiede mai niente, e poi non so come finisce sempre che faccio quello che vuole, accidenti!”. A quel punto si fermò, come se avesse visto qualcosa di strano, anomalo, negli occhi di lei, che affascinati ma duri come pietre lo fissavano immobili, cerulei e privi di espressione.
“Il falco… ecco cosa mi ricordano…gli occhi del falco”. Ida si ostinava a non dire niente, nessuna di quelle rassicuranti frasi di circostanza che le signorine sono così abili nel pronunciare compiacenti. Il signor Sermoni, dopo aver inghiottito l’ultimo sorso dal suo bicchiere, proseguì indiscreto.
“E un fidanzato? Almeno quello ce l’ha?”;
“Nossignore. Possiamo continuare, adesso?”;
“Certo… come no. Scriva”.
Terminato il comunicato, lui lo scorse rapidamente e non riscontrò alcun errore, né di grammatica né di battitura.
“Bene, molto bene… è in gamba lei, sa? Una tosta”;
“Posso andare?”;
“Si. Buona serata, signorina”;
“Anche a lei, signore. A domani”.
Si girò, avviandosi verso la porta e sentì puntato sulla schiena lo sguardo dell’uomo, violento e indagatore. Quando posò la mano sulla maniglia, una voce la fece trasalire.
“Ida, avrò ancora bisogno di lei. Presto”. Uscì senza dare cenno di aver udito una parola.
“Allora, com’è andata?”, chiese subito Doris appena Ida prese posto alla scrivania.
“Non capisco perché questo compito non possa averlo una di voi, che siete qua da più tempo”;
“Oh tesoro… è andata così male?” domandò sorniona Doris con uno sguardo malizioso e incalzante, a metà tra la burla e la pietà.
“No, affatto. La mia era solo una curiosità. Benissimo”.
“Tutte noi l’abbiamo fatto. È irritante, non trovi, venir chiamata di punto in bianco in ogni momento della giornata…è come avere un marito! Una vera seccatura… appunto per questo ce ne liberiamo appena ne abbiamo la possibilità. E al signor Augusto, tutto sommato, piace vedere facce nuove”.

Nel frattempo, Ida andava affinandosi. Di nascosto, come fosse un’azione sporca e immorale, iniziò a comprare libri e riviste d’alta moda, che divorava alacremente in pausa pranzo o la sera prima di dormire. Elle, Vogue. Jane Austen, Henry James, Zola, i pensieri di Pascal e Montaigne, addirittura quello scandaloso Tropico del Cancro di cui aveva sentito parlare in autobus da un gruppo di giovani studentesse tutte fossette e risolini. Non voleva acquistarlo, ma non sapeva come si era trovata alla cassa di un mercatino vicino casa sua, una domenica in cui era uscita a fare una passeggiata.
“Psss, psss”, si era sentita chiamare dalla venditrice, una donna dai capelli tinti di rosso veneziano e con un generoso petto che ti puntava contro come un ariete da combattimento. “Pss… venga qui signorina, dico a lei!”; Ida si era guardata attorno per un po’, facendo finta di niente, finché non aveva più potuto evitare di rispondere. Una volta avvicinatasi, la donna disse di soppiatto: “Lo conosci? Ne hai sentito parlare? È appena uscito, ma viene venduto sottobanco…e sai perché? È sconcio da morire! Accusato di oscenità e blasfemia… avanti, prendilo! Hai proprio l’aria di averne un gran bisogno!”, scoppiando in una risata rauca e farsesca, che attirò gli sguardi delle altre persone. Ida, esasperata da quel clamore, prese il libro, se lo ficcò in borsetta e cacciò i soldi in mano alla venditrice, vergognandosi per tutto il tragitto di ritorno a casa. Le sembrava che la gente potesse vedere attraverso il tessuto e, di conseguenza, dentro di lei.
Alla sera, leggendolo quasi di nascosto da se stessa, aveva provato un indefinibile senso di emozione mischiato al disgusto. Trovava ripugnanti gli appetiti di quest’uomo, Henry, a spasso per Parigi, un vagabondo rognoso senza arte né parte che non le stava nemmeno troppo simpatico. E quella donna terribile, Mona… Santo Cielo! Una frase la colpì particolarmente, tanto che l’annotò nella sua agenda: “Vienna non è mai tanto Vienna come a Parigi”. Significava tutto e niente allo stesso tempo. Si addormentò pensando a come facessero l’amore i vagabondi, gli scrittori e le attricette disinibite. Ma sognò Parigi.

Ida era anche diventata più affabile, lo avevano notato tutti. Doris smise di guardarla con un’aria di manifesta ostilità e i genitori, una sera a cena, si azzardarono addirittura ad avviare una specie di conversazione, cosa piuttosto insolita dal momento che, appena seduti a tavola, iniziavano a mangiare velocemente fingendo di seguire la televisione, finché il piatto era vuoto e ci si poteva alzare senza troppi complimenti. Non era un momento gradevole: la madre non stava mai ferma ed era sempre indaffarata a servire, il padre azzannava ogni pietanza con rabbia cambiando i canali; lo divertivano i quiz dei varietà, bestemmiava contro chi sbagliava e si compiaceva quando dava per primo la risposta corretta. Quella sera, invece, guardò la figlia con i suoi occhi piccoli e troppo vicini al naso aquilino, e dopo averla fissata a lungo disse: “Come va giù in città? Il lavoro, voglio dire”. Ida rimase con le posate ferme a mezz’aria, immobile per lo stupore; si girò, per abitudine, verso la madre, basita anche lei in ugual misura.
“Bene, grazie, sono molto contenta”;
“E come ti trattano, hanno rispetto?”;
“Si, certo, sono tutti molto gentili”;
“E tu, fai la brava? Li conosco io, gli uomini che stanno là. Sono dei mascalzoni, soprattutto con ragazze alla buona come te, che si capisce che sei semplice”;
“Non c’è nessun uomo, papà. Io penso solo a lavorare, non parlo con nessuno e in autobus mi siedo sempre davanti, vicino al conducente”;
“Ecco, brava. Che non si dica in giro che mia figlia è una di quelle”;
“Caro, sta per cominciare “La fiera dei sogni” , intervenne la madre per porre fine alla conversazione, che giudicava sconveniente.
“Alza il volume, che non si sente niente”;
“Si, caro”.

Una donna di provincia – seconda parte –

Quando varcò l’ingresso dello stabile, sede della ditta, non poté fare a meno di arricciare il naso in una stentata espressione di sdegno. L’ambiente era pulito, ma asettico, disadorno, regolare come una cartina geografica costruita al millimetro. Davanti a sé, due file parallele di scrivanie, l’una davanti all’altra, militaresche. Al termine della processione di sedie, matite, fogli, tavoli si poteva scorgere una scala che conduceva poco più in alto, nell’ufficio personale del capo, il quale troneggiava a vista dominando il piano inferiore. Dotato di grandi vetrate, osservava tutto dalla propria privilegiata posizione e permetteva di sbirciare dentro, lasciandosi guardare, quasi impudico, egli stesso.
“Una scelta curiosa”, bisbigliò tra sé Ida, pensando che lei invece avrebbe preferito una maggior schermatura dal mondo esterno. Dopo qualche minuto di reciproca, sospettosa ispezione, finalmente un’impiegata, seduta alla terza scrivania della fila di destra, si alzò con aria piuttosto annoiata verso la nuova arrivata.
“Tu devi essere la Sig.na Guendalina Loffanti”;
“Ida. Mi chiamo Ida Boffanti”;
“Fa uguale. Io sono Doris. Ti presento le altre ragazze mentre il signor Augusto si libera. È in riunione”;
“Il signor Augusto?;
“Si, il nostro capo. Il signor Augusto Sermoni. Non farti intimidire da lui, fa la voce grossa ma basta un cinguettio e diventa docile con un agnellino. Sai, gli uomini…”;
“Capisco”, rispose Ida, anche se non capiva affatto.
In quel momento sollevò lo sguardo e si accorse che qualcuno stava guardando dritto dalla sua direzione, attraverso quei finestroni spaventosi, nudi e opachi. La porta si spalancò e un uomo di una certa stazza, sulla cinquantina, apparve in cima alle scale.
“Signorina Doris! Venga qua, e porti con sé la sua amica”.
Le due donne si scambiarono un’occhiata e obbedirono.
“Signor Augusto, le presento la nuova dattilografa, la signorina Ida… ”;
“Boffanti. Ida Boffanti, signore. Molto lieta di conoscerla”;
“Benvenuta in questa grande famiglia, signorina”.
Si strinsero la mano: Ida rispose con vigore a quel contatto forte e deciso.
“Bella stretta. Chissà sia di buon auspicio”.
Ida arrossì, provando soddisfazione per l’insolita frase, pronunciata con un tono di brusca cordialità che ciononostante le piacque.
“Doris, lei può andare. Mi occuperò io di illustrare il lavoro. Prego”.
Ida si trovò sola con quell’uomo, la porta chiusa alle sue spalle.
“Allora, è tutto molto semplice. Io detto, lei scrive. Per la maggior parte del tempo starà giù con le altre e le verrà assegnata una scrivania. Là, senza troppo perdersi in chiacchiere, dovrà copiare atti e documenti. Quando io avrò bisogno di lei, la manderò a chiamare e verrà qui, si siederà davanti a questa bella macchina e cercherà di seguire le mie parole. Si ricordi, la velocità è tutto, la velocità è il futuro. Sono stato chiaro?”;
“Si, chiarissimo signore”. Ida era quasi senza fiato, sopraffatta.
“Bene, può tornare dalle altre. E… velocità! Faccia correre quelle belle manine!”.
Belle? Ida, sbalordita, spiò di nascosto le sue mani, che le apparvero per la prima volta com’erano davvero: bianche, aggraziate, affusolate. Quella scoperta la riempì di un’euforia che la animò; lavorò alacremente per tutto il giorno, facendo letteralmente volare le dita sui tasti bianchi e neri. Per la prima volta in vita sua, andò a dormire soddisfatta di se stessa. Aveva capito che, al di fuori delle quattro mura domestiche, era un’altra; non sapeva ancora chi, esattamente, ma il regno del possibile si schiudeva generoso davanti ai suoi occhi. Fece strani sogni quella notte. Mani. Tante mani… giovani, vecchie, piccole, grandi. E biglietti dell’autobus, arrotolati tra loro come banconote. Un edificio basso, tarchiato, angusto, con molte porte. Si svegliò all’alba, di soprassalto.

La settimana passò senza troppe emozioni e intoppi, a parte qualche minuto di ritardo la mattina del giovedì, a causa dell’autobus bloccato nel traffico. Ida arrivava alle 8.15 e alle 8.30 in punto iniziava a battere a macchina il lavoro che Doris le preparava sulla scrivania. Alle 12.30 c’era la pausa pranzo, che lei trascorreva al parco lì vicino con un panino portato da casa, il thermos di caffè bollente e una rivista. Non si fidava di entrare nei numerosi bar della zona, come una donnaccia in cerca di compagnia, e le colleghe non l’avevano ancora invitata a unirsi a loro, diffidenti e gelose dei loro piccoli privilegi. A Ida andava bene così: non le piacevano quelle donne rumorose e pacchiane, con la messa in piega rigida, l’odore di lacca e cipria a buon mercato, i vestiti che imitavano quelli delle grandi stelle del cinema e di Hollywood, tutte Marilyn o Jackie. Aborriva quel compromesso così miserando, lei che non aveva mai desiderato niente ma ora cominciava a comprendere il valore del tutto. I negozi e le case del centro le regalavano squarci di crudele benessere, sogni mozzi di bei vestiti e ristoranti lussuosi, di denaro e prestigio.
“Ho sempre vissuto nell’ombra, nel silenzio, a capo chino. Zitta e lavora, che tanto a te non ti prende nessuno”, pensava Ida nelle pause pranzo consumate in pacata solitudine. Ma forse non doveva andare così, non era questo il suo destino, il corso della vita poteva cambiare… un’idea fissa, martellante, di riscatto e di vittoria. La sua mente, fino ad allora assopita e ovattata, iniziò a macinare, correre, nuotare, saltellare.

L’allegro circolo di Mrs Crawford – capitolo secondo –

Una lunga serie di interminabili presentazioni

La mattina del 2 aprile 1897, una carrozza dondolante e lenta, pesante di sonno, si fermò in Newhope Street 16, presso la casa di una certa Margaret Abigail Hateman; costei era una signora americana di mezza età, un tempo figlia di pionieri arricchiti capaci di edificare monumentali palazzi persino nelle terre più estreme, fisicamente imponente e forte come una puledra, la quale reprimeva un cuore e un corpo frementi sotto una sfilza di abiti inamidati e acconciature pomposamente articolate sulla testa, sempre in bilico tra l’inclinazione della fantasticheria e la compostezza della rispettabilità. Mrs Hateman aveva allestito una casa per fanciulle, vale a dire una sorta di locanda tutta al femminile in cui ragazze come Mrs Bookworks potevano alloggiare per 50 pences alla settimana, disponendo di una stanza singola, il cambio giornaliero di lenzuola e biancheria, colazione e cena, bagni e cucine in comune. Una mobilia vagamente da baita di montagna, cibo sostanzioso e tè forte servito a ogni ora costituivano il tratto distintivo del luogo. Era buffo pensare come un peccaminoso vizio potesse diventare una fonte decorosa di guadagno economico e sociale: Mrs Hateman − là nelle pianure dorate e ventose del suo paese d’origine lo sapevano bene tutti quanti − era stata una ragazzona vigorosa e determinata, virile come un toro, che ammansiva i cavalli più scalmanati e gareggiava in lotta a corpo libero e bevute colossali con i giovanotti della zona, destando ammirazione e disprezzo nello stesso tempo, come si conviene a una colorita leggenda locale. Una leggenda locale di cui col tempo l’intera comunità cominciò a vergognarsi, a causa di quello che si diceva in giro, ovvero che alla impetuosa Maggy non interessassero affatto i maschi quanto piuttosto le sue simili; le amiche e persino le cugine alla lontana cominciarono in massa a disertare gli inviti: quella turbolenta vivacità, quella chiassosa assenza di vanità femminile e pudore non erano più giudicate divertenti, esilaranti, trasgressive bambinate adolescenziali…no, erano diventate smaccate dimostrazioni di incivile depravazione e demoniaca lussuria. Le conoscenze speciali di Maggy, con cui trascorreva languide ore notturne nei granai, non si presentarono più agli appuntamenti segreti; ora, le conoscenze speciali, sono tutte signore sposate con una sfornata di figli al seguito, ma alcune non hanno scordato l’emozione mista a senso di colpa ed eccitante turgore che le prendeva alla vigilia di un incontro con Maggy. Tra di loro persino si frequentarono, una volta maritate, tutte parte di una buona società costruita sulle macerie della fatica, a immagine e somiglianza di un’Europa mitizzata, un vecchio continente colto e forbito, modello di un’apparenza perfetta e artistica. Quando si ritrovò sola con se stessa, sentendosi sporca e indifesa, decise di partire, e durante la cena del sabato in cui tutta la famiglia era presente, mentre si serviva la zuppa di manzo e patate fumante, si alzò in piedi e disse: “Me ne vado, levo le tende. Buona fortuna a tutti. Mamma, su, non piangere, e tu, papà, non nascondere di essere sollevato. Beth, mia adorata, ti lascio la collana di perle e i guanti di pizzo bianco…come sapete, a me non sono mai piaciuti, e non credo mi serviranno”. Su questo aveva torto, spesso si ripeteva guardandosi allo specchio per controllare fosse tutto a posto, i polsini della camicetta e il pettine di strass tra i capelli. Superata una prima fase di sconforto iniziale, in cui ogni forma di compromesso suonava come rinnegare la propria natura, adesso Maggy, Mrs Margaret Abigail Hateman, si gustava appieno la serenità dei suoi 50 anni suonati, godendo i frutti del lavoro, dell’indipendenza, del giusto guadagno, della compagnia fresca e allegra che le ragazze portavano in casa, assaporando l’ebbrezza di ogni contatto, indugiando talvolta troppo a lungo nella camera di alcune a piegarne la biancheria e sistemare il letto, senza tuttavia risultare inopportuna o invadente. La sua distaccata passione era al riparo in quel pezzetto di mondo felice che era stata in grado di crearsi….al riparo finché una linda casetta del medesimo quartiere avrebbe sempre tenuto aperto per lei la porta di servizio sul retro, quella che dava libero accesso alle camere private di una dolce e facoltosa signora, regolarmente sposata, la cui ormai ventennale intima compagnia costituiva la ciliegina sulla torta di una esistenza nata storta e finita con l’essere rispettabilmente solenne. Da quella carrozza, la mattina del 2 aprile 1897, scese naturalmente la nostra Mrs Bookworks, che venne accolta festosamente dalla padrona di casa e da un codazzo di altre fanciulle.
“Siete arrivata giusto in tempo per la prima colazione, mia cara, servita tutte le mattine alle 8.10 in punto nel salone principale e consumata insieme, così come la cena. Ci tengo molto a vivere due volte al giorno questo momento di aggregazione e ristoro. Lo trovo delizioso. Gradisce del té?”.
“Sissignora, grazie signora, ne berrei volentieri una tazza”.
“Mrs Margaret, prego. La torta, la torta, presto Susie! Oggi c’è anche un dolce fatto in casa, uno degli ennesimi esperimenti culinari con cui alle volte mi diletto e che, se di egregia riuscita, non esito a condividere con le mie ospiti”.
Sopraffatta da tanta genuina affabilità, dopo esserne stata lungamente carente, Mrs Bookwors si abbandonò con un sospiro alle agiatezze della sua nuova vita. Seduta accanto al fuoco, rimpinzata di delizioso té e con una fetta di torta adagiata sul piattino smaltato, non poté che sentirsi completamente felice. Aveva trovato, forse, una stanza tutta per sé .
Le ragazze della casa erano più o meno tutte della sua età e impiegate nel medesimo lavoro. Pare che la segreteria, come la modisteria parecchi anni addietro, si addicesse molto alle giovani leve. Nel suo primo giorno di libertà, Mrs Bookworks occupò il tempo nel sistemare la stanza e dare un’occhiata in giro; il letto era comodo e spazioso, l’armadio sufficiente a contenere un gran numero di abiti, cappelli e accessori, la scarpiera altrettanto grande per babbucce e stivaletti; un comodino posto accanto al letto, un lavabo, uno specchio, una poltroncina davanti alla finestra che dava sul terrazzino e una scrivania – soprattutto la scrivania! − completavano il quadro di una camera confortevole ed egregiamente raffinata. I libri occupavano tutta la superficie della scrivania, quindi vennero disposti anche nei cassetti e sul comodino, in bella vista, pronti a soddisfare ogni desiderio, fosse di un sonetto romantico o di un’avventura rocambolesca. Adelaide – suvvia, non fate quella faccia, ora siamo abbastanza in confidenza per apostrofarla in questo modo di tanto in tanto – amava leggere, sin da che ne aveva memoria, già prima dei sei anni, cosa che era stata più un danno che un vantaggio. Una naturale inclinazione alla solitudine emotiva, oltre che fisica, e alla riflessione lucida su ciò che le accadeva intorno, avevano portato il suo carattere a mutare rapidamente verso un’intensa maturità e profondità. Nonostante in pubblico fosse la creatura deliziosa e leggiadra che si diceva in giro, nel privato passava al setaccio il mondo circostante e le persone che lo componevano, ponendosi domande mute che mai avrebbe osato pronunciare a voce alta, cercando risposte e chiarimenti tramite le sole armi a disposizione, vale a dire l’ascolto degli altri, l’osservazione mirata, il pensiero indipendente che andava creandosi negli anni della sua formazione, crescendo di stimoli e fervore sotto gli occhi inespressivi e ottusi di un ambiente impomatato e frivolo, eppure crudele e spietato, pronto a perdere il proprio sorriso vezzoso nel giro di una serata per sostituirlo con il ghigno sornione di uno Iago inamidato. Quei trucchi, quegli inganni collettivi capaci di eleggerti re per poi sferrare un deciso colpo di stato, Mrs Bookworks li conosceva bene, ne aveva imparato, suo malgrado, i sottili meccanismi, ma era riuscita, grazie a una cultura superiore alla media conquistata con segreta passione, e una genuina bontà d’animo, ad arginarli a suo vantaggio e a danno di chi se li meritava. Ma, con una scrollatina di spalle, Adelaide pensò che era finalmente giunto il momento di accantonare simili amenità per dedicarsi all’incedere della propria vita che andava definendosi. Era nervosa per ciò che sarebbe accaduto il giorno successivo: non aveva mai lavorato in vita sua, mai preso ordini da nessuno che non fossero i suoi genitori; certo, era sveglia e veloce a scrivere e quindi riteneva di potersela cavare egregiamente. In fin dei conti, quale sarebbe stato il suo compito? Battere a macchina qualche lettera, fare il caffé, imbustare e spedire, ascoltare qualche lagna estemporanea, nulla di più. E poi, le colleghe. Colleghe, che suono meraviglioso! Così adulto e responsabile! Non compagne, non amiche…ma colleghe, il che suonava come: sono un donna grande, autonoma, con la testa sulle spalle e la consapevolezza di me stessa. La mattina seguente, il 3 aprile, alle 6.30 era già in piedi con gli occhi sbarrati. Il primo pensiero fu relativo all’abbigliamento, perché l’abito non farà il monaco, ma fa senz’altro la signora. Non voleva sembrare né troppo semplice né eccessivamente ricercata; l’idea da offrire, il più possibile aderente alla realtà, doveva essere quella di una giovane distinta e raffinata, ma nel contempo pratica ed efficiente, assolutamente non vezzosa. Le vezzose non avevano futuro in un luogo con molte donne e pochi maschi. Dopo una quindicina di minuti trascorsi a fissare l’armadio spalancato, annotò mentalmente alcuni completi possibili, li dispose in ordine sul letto e, passati altri dieci minuti, iniziò le prove necessarie. Via il nero e anche il marrone, per non parlare del viola, nonostante fosse il suo colore preferito. Alla fine scelse un abito grigio perla con profili in glicine, rassicurante e di ottima fattura sartoriale, che completò con guanti, cappello e borsa in tinta; il tallone di Achille, nel vero senso della parola, era costituito dalle scarpe. Mrs Bookworks, con suo grande rammarico e profondo disappunto del calzolaio, aveva dei buffi piccoli piedi che soffrivano enormemente con quasi ogni paia. Comodi stivaletti, in morbido camoscio, erano l’unica soluzione. Scese per la colazione con qualche minuto di anticipo, giusto per non sentirsi tutti gli occhi puntati addosso. Il massimo dello sguardo che subiva durante i pasti poteva essere quello stizzito di madre e nonna se mangiava con troppo gusto, nonché quello paterno se invece scartava le pietanze. Tutto sommato si trovò subito a proprio agio; le ospiti della casa, conformi allo stile di Mrs Hateman, erano fanciulle educate, rispettose, generose senza leziosità, che ben comprendevano il bisogno della loro nuova coinquilina di ambientarsi. Sicché nessuna le gettò strane occhiate quando si servì il secondo toast al prosciutto, o rise sommessamente quando assaggiò sia il caffé che la cioccolata. Per quel primo giorno di lavoro, l’arzilla proprietaria, sentendo un moto di simpatia e affetto per la nuova ragazza, le preparò lei stessa il pranzo da portarsi via, costituito da due sandwich al tonno e scetriolini, una fetta di dolce, un termos caldo di té e un altro freddo con acqua naturale. Mrs Bookworks, poco incline alla commozione in pubblico, a ricevere il prezioso pacchetto di cartone con il suo nome scritto a grandi lettere, sentì un coccolone salirle su per la gola.
“Da domani, mia cara, ti preparerai da sola il pranzo, siamo intese – disse bonariamente, sorridendo con evidente compiacimento, Mrs Hateman -. In cucina troverai tutto il necessario, non esitare a chiedere se manca qualcosa. E ora vai, che la carrozza aspetta”.
“Grazie, signorina, grazie infinite. Nessuno aveva mai fatto niente di così carino per me”, rispose Mrs Bookworks, confusa ed emozionata, e volò via prima di sentire la risposta.
Ogni mattina, alle 8.40 precise, una carrozza faceva il giro degli uffici portando le ragazze a lavoro, un’altra squisita premura di Mrs Hateman nei confronti delle sue protette, così potevano arrivare, usando le parole precise, “linde, in forze, pronte all’attacco”. Un orlo macchiato di fango e i capelli scompigliati dal vento mattutino di certo non costituivano una buona credenziale, era solita dire. E aveva ragione.
L’edificio davanti al quale venne fatta scendere Mrs Bookworks era molto meglio di come se lo immaginava. Grande, imponente ma piuttosto di buon gusto. Per un attimo, un solo secondo, la fervida fantasia di Adelaide prese il sopravvento, ed essa si trovò al cospetto di un antico maniero gotico dotato di vita propria, il quale sbraitava ai viandanti in erba come lei. Aspettò che alcune persone, abitudinarie, entrassero velocemente, per non essere vista da nessuno, benché le sembrasse che chiunque la squadrasse capendo perfettamente il dramma da novellina che si stava consumando nel suo cuore. Teneva stretta nella mano guantata la lettera di referenze compilata di sana pianta da suo padre e sottoscritta da alcuni datori di lavoro del circolo per gentiluomini, a garanzia delle competenze. Una volta entrata, chiese alla signorina del centralino, una ragazza bruttina e distratta, dove fosse l’ufficio del personale e salì le scale fino al piano indicato, il primo, dove venne accolta da una folta schiera di segretarie e buffi omini in doppiopetto, presi dal turbinio mattutino e ancora in fase di organizzazione. Indecisa sul da farsi, puntò dritto a un signore alto e abbronzato che continuava a fissarla sfogliando una serie di carte:
“Buongiorno, sono Mrs Bookworks, oggi è il mio primo giorno”;
“Mmmm, non l’avrei mai immaginato…l’ufficio di collocamento ce le manda sempre più timide accidenti…Io sono Mr Frédéric, molto piacere. Ora le spiegherò brevemente in cosa consisterà il suo lavoro e l’accompagnerò al piano assegnatole. L’avviso subito, signorina Adelaide -qui ci si chiama tutti per nome, bando alle ciance- che le altre ragazze con cui dividerà il resto della giornata d’ora in avanti sono un gruppo compatto e molto affiatato, che da anni porta avanti l’archivio dell’ufficio in totale armonia, senza pestarsi i piedi a vicenda né fare piagnistei. La maggior parte sono donne, quindi non credo di dover essere io a doverle dire come ci si comporta; ovviamente, per ogni sorta di problema e incomprensione, può rivolgersi a me”;
“Ebbene, io….”;
“Non interrompa mia cara, ora arriva la parte più importante. Il lavoro. Lei sa cos’è una professione, vero? Suo padre, accidenti a lui, deve averglielo spiegato in qualche modo! Comunque, quello di cui si occuperà sarà l’archivio comunale…ovvero registrare, compilare, protocollare, controllare, ordinare, esaminare, correggere tutte le scartoffie che le passeranno sotto mano…mi dicono lei abbia qualche competenza nell’ambito della scrittura, dunque si faccia valere. É tutto chiaro? Ha capito bene? Faccia si con la testa…e via, andiamo!”.
Adelaide, frastornata e perplessa da tante parole frettolosamente pronunciate, iniziò a rincorrere Mr Frédéric, il quale era già sgattaiolato via prima di finire il suo discorso. Dopo il corridoio, le scale a sinistra e quelle a destra, il magazzino dei tecnici e il reparto della cancelleria, finalmente una porta venne aperta e Adelaide si trovò al cospetto di una signora tozza dall’aria compatta, vestita in modo signorile, con i capelli castani e occhi marroni autoritari ma non privi di una certa dolcezza recondita.
“Ah, Mrs Sommerville, ecco qua la nuova ragazza di cui le parlavo, le ho già spiegato come funzionano le cose qui da noi e mi ha rassicurato circa la serietà dei suoi intenti e le capacità già acquisite in precedenza. Mrs Bookworks, le presento la direttrice dell’archivio comunale, la signora Sommerville. Mrs Sommerville, le presento la signorina Adelaide Georgiana Bookworks”;
“Molto piacere, signora Sommerville…è un vero onore entrare a fare parte di questo ufficio, farò del mio meglio…”. Fu tutto ciò riuscì a biascicare Adelaide, non appena il suo pigmalione tacque lasciandola in un imbarazzante silenzio.
“Se il suo meglio sarà sufficiente, Mrs Bookworks, allora andrà tutto bene…E ora mi dica: sa scrivere a macchina? Si? E far di conto? No? Mmm, questo è un guaio…ma tanto sono sempre io che revisiono i registri a fine mese…Legge velocemente? É in grado di dare una scorsa a un testo capendo di che diavolo si sta parlando? Ritiene di si? Oh meraviglioso! Lo ritengo anch’io. Mr Frédéric, torni pure al suo piano, mi occuperò personalmente di introdurre la signorina. Venga, mi segua”.