Una donna di provincia – seconda parte –

Quando varcò l’ingresso dello stabile, sede della ditta, non poté fare a meno di arricciare il naso in una stentata espressione di sdegno. L’ambiente era pulito, ma asettico, disadorno, regolare come una cartina geografica costruita al millimetro. Davanti a sé, due file parallele di scrivanie, l’una davanti all’altra, militaresche. Al termine della processione di sedie, matite, fogli, tavoli si poteva scorgere una scala che conduceva poco più in alto, nell’ufficio personale del capo, il quale troneggiava a vista dominando il piano inferiore. Dotato di grandi vetrate, osservava tutto dalla propria privilegiata posizione e permetteva di sbirciare dentro, lasciandosi guardare, quasi impudico, egli stesso.
“Una scelta curiosa”, bisbigliò tra sé Ida, pensando che lei invece avrebbe preferito una maggior schermatura dal mondo esterno. Dopo qualche minuto di reciproca, sospettosa ispezione, finalmente un’impiegata, seduta alla terza scrivania della fila di destra, si alzò con aria piuttosto annoiata verso la nuova arrivata.
“Tu devi essere la Sig.na Guendalina Loffanti”;
“Ida. Mi chiamo Ida Boffanti”;
“Fa uguale. Io sono Doris. Ti presento le altre ragazze mentre il signor Augusto si libera. È in riunione”;
“Il signor Augusto?;
“Si, il nostro capo. Il signor Augusto Sermoni. Non farti intimidire da lui, fa la voce grossa ma basta un cinguettio e diventa docile con un agnellino. Sai, gli uomini…”;
“Capisco”, rispose Ida, anche se non capiva affatto.
In quel momento sollevò lo sguardo e si accorse che qualcuno stava guardando dritto dalla sua direzione, attraverso quei finestroni spaventosi, nudi e opachi. La porta si spalancò e un uomo di una certa stazza, sulla cinquantina, apparve in cima alle scale.
“Signorina Doris! Venga qua, e porti con sé la sua amica”.
Le due donne si scambiarono un’occhiata e obbedirono.
“Signor Augusto, le presento la nuova dattilografa, la signorina Ida… ”;
“Boffanti. Ida Boffanti, signore. Molto lieta di conoscerla”;
“Benvenuta in questa grande famiglia, signorina”.
Si strinsero la mano: Ida rispose con vigore a quel contatto forte e deciso.
“Bella stretta. Chissà sia di buon auspicio”.
Ida arrossì, provando soddisfazione per l’insolita frase, pronunciata con un tono di brusca cordialità che ciononostante le piacque.
“Doris, lei può andare. Mi occuperò io di illustrare il lavoro. Prego”.
Ida si trovò sola con quell’uomo, la porta chiusa alle sue spalle.
“Allora, è tutto molto semplice. Io detto, lei scrive. Per la maggior parte del tempo starà giù con le altre e le verrà assegnata una scrivania. Là, senza troppo perdersi in chiacchiere, dovrà copiare atti e documenti. Quando io avrò bisogno di lei, la manderò a chiamare e verrà qui, si siederà davanti a questa bella macchina e cercherà di seguire le mie parole. Si ricordi, la velocità è tutto, la velocità è il futuro. Sono stato chiaro?”;
“Si, chiarissimo signore”. Ida era quasi senza fiato, sopraffatta.
“Bene, può tornare dalle altre. E… velocità! Faccia correre quelle belle manine!”.
Belle? Ida, sbalordita, spiò di nascosto le sue mani, che le apparvero per la prima volta com’erano davvero: bianche, aggraziate, affusolate. Quella scoperta la riempì di un’euforia che la animò; lavorò alacremente per tutto il giorno, facendo letteralmente volare le dita sui tasti bianchi e neri. Per la prima volta in vita sua, andò a dormire soddisfatta di se stessa. Aveva capito che, al di fuori delle quattro mura domestiche, era un’altra; non sapeva ancora chi, esattamente, ma il regno del possibile si schiudeva generoso davanti ai suoi occhi. Fece strani sogni quella notte. Mani. Tante mani… giovani, vecchie, piccole, grandi. E biglietti dell’autobus, arrotolati tra loro come banconote. Un edificio basso, tarchiato, angusto, con molte porte. Si svegliò all’alba, di soprassalto.

La settimana passò senza troppe emozioni e intoppi, a parte qualche minuto di ritardo la mattina del giovedì, a causa dell’autobus bloccato nel traffico. Ida arrivava alle 8.15 e alle 8.30 in punto iniziava a battere a macchina il lavoro che Doris le preparava sulla scrivania. Alle 12.30 c’era la pausa pranzo, che lei trascorreva al parco lì vicino con un panino portato da casa, il thermos di caffè bollente e una rivista. Non si fidava di entrare nei numerosi bar della zona, come una donnaccia in cerca di compagnia, e le colleghe non l’avevano ancora invitata a unirsi a loro, diffidenti e gelose dei loro piccoli privilegi. A Ida andava bene così: non le piacevano quelle donne rumorose e pacchiane, con la messa in piega rigida, l’odore di lacca e cipria a buon mercato, i vestiti che imitavano quelli delle grandi stelle del cinema e di Hollywood, tutte Marilyn o Jackie. Aborriva quel compromesso così miserando, lei che non aveva mai desiderato niente ma ora cominciava a comprendere il valore del tutto. I negozi e le case del centro le regalavano squarci di crudele benessere, sogni mozzi di bei vestiti e ristoranti lussuosi, di denaro e prestigio.
“Ho sempre vissuto nell’ombra, nel silenzio, a capo chino. Zitta e lavora, che tanto a te non ti prende nessuno”, pensava Ida nelle pause pranzo consumate in pacata solitudine. Ma forse non doveva andare così, non era questo il suo destino, il corso della vita poteva cambiare… un’idea fissa, martellante, di riscatto e di vittoria. La sua mente, fino ad allora assopita e ovattata, iniziò a macinare, correre, nuotare, saltellare.

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