Una donna di provincia – quarta e ultima parte –

Un paio di settimane dopo, Ida venne nuovamente chiamata nell’ufficio del capo per un’altra pratica da battere e spedire al più presto. Questa volta era calmissima, padrona di sé. Con il passare dei giorni aveva acquisito una maggior fiducia nelle proprie capacità e una crescente sicurezza di modi. La gente che era solita incrociare tutti i giorni aveva iniziato a riconoscerla, porgendole i saluti mattutini e serali. In particolare, uno degli autisti dell’autobus sorrideva ogni volta che la vedeva e cercava sempre di ottenere i turni dove sapeva l’avrebbe incontrata. Era un giovanotto esile e dolce, con una folta chioma di capelli ricci castano chiaro che si accendevano di riflessi biondi quando il sole entrava dal vetro, colpendolo. A Ida non dispiaceva, e aveva cominciato a rispondere al saluto.
“’Giorno, signorina. Ha visto che bel tempo abbiamo oggi?”
“Si, davvero splendido. Fa caldo per la stagione. Buona giornata a lei”.
Una pratica urgente, dicevamo.
“Signorina Ida! Venga qua subito!”, sbraitò il capo quel giorno. Lei si alzò meccanicamente, avviandosi verso le scale. Sapeva che la stava guardando, come faceva altre volte. Lei se n’era accorta, ma non ne capiva il motivo. Aveva acquistato qualche abito nuovo, che indossava con piacere; i capelli, corvini e lucidi come quelli del padre, erano sempre raccolti in un ordinato chignon che faceva tutte le mattine e disfaceva tutte le sere. Non truccava gli occhi, azzurri e fermi, ma le piaceva usare della cipria per la propria carnagione pallida e un filo di rossetto per rimpolpare le labbra sottili e sbiadite. Un’aria esangue, a tratti lugubre, la caratterizzava fin da bambina; bianca e nera, come una gazza ladra.
“Le costa tanto rispondermi quando la chiamo, mi scusi?”;
“Arrivare da lei nel minor tempo possibile mi pare già un’ottima risposta”.
Il capo quel giorno era di pessimo umore. La domestica aveva riordinato la casa da cima a fondo e lui non era riuscito a trovare nessuno degli abiti che voleva indossare; la moglie, indolente e accidiosa come sempre, aveva osservato il suo crescente nervosismo senza muovere un dito, limitandosi a inarcare verso l’alto il sopracciglio sinistro, flessibile e giudicante, attraverso il quale esprimeva diversi gradi di disapprovazione. Inoltre, come se non bastasse, il medico gli aveva prescritto una nuova dieta povera di zuccheri e grassi, quindi al mattino era costretto a mangiare biscotti integrali e caffè nero puro, con dolcificante. E ora quella ragazza, Ida. Lo faceva ammattire e lo irritava, con quella sua aria gracile e malevola, come se non concedesse mai niente a nessuno, neppure a se stessa. Non riusciva a capirla e avrebbe voluto entrarle nella testa per carpirne il mistero. Perché chiaramente nascondeva qualcosa, così mite e silenziosa.
“Timida un corno”, pensava il signor Sermoni spiandola di nascosto attraverso la vacuità e il cicaleccio continuo delle altre, arrivando a scrutarne il viso immerso nel lavoro, assente e remoto, giunto nei secoli fino a loro. E allora si perdeva a sezionare la carne e la pelle con il bisturi del suo sguardo, facendo a pezzi quell’involucro, bevendone l’essenza primaria. Ecco che faceva capolino la narice fremente del naso sottile, il cipiglio curioso e vivo delle nere ciglia che ombreggiavano la candida guancia, la bocca sottile e quasi trasparente distesa di tanto in tanto in un sorrisetto canzonatorio che correva dietro alle fantasie più private. Quell’apparente compostezza non lo convinceva: la rigidità del corpo, così esibita, sembrava piuttosto emanare un pudore erotico, osceno, che con disprezzo ella non voleva condividere, in un estremo atto di ribellione e superbia femminile.

“Un’insopportabile, piccola vanesia, piena di sé… chi si crede di essere poi, dico io, tutta impettita e arrogante”.
La verità è che quell’uomo non poteva soffrire nessuna forma di alterazione dalle convenzioni sociali, che amava e rispettava con ipocrita sentimento borghese. Per lui la donna era semplicemente una femmina, nel senso biologico del termine, un essere buono per fare figli, regalarsi qualche ora piacevole ed esercitare un po’ di sana galanteria. Adorava le cinguettanti voci delle impiegate, o la maniera in cui pronunciavano il suo nome, con squisita malizia, come se quel suono le ammansisse ed eccitasse nello stesso tempo. Il modo in cui invece lo diceva Ida era completamente diverso, e lui stesso nella bocca di lei cambiava, assumendo una sfumatura metallica e ispida, priva di ogni morbidezza. Non era naturale che una ragazza, per di più zitella, facesse tanto la difficile e si sottraesse alla propria dolcezza e sensualità. Una donna è casa, tepore, premura, discrezione. In Ida, al contrario, tutto era buio, mestizia e sterilità.
Quando si trovarono insieme nella stanza, il loro comune e muto pensiero fu che erano soli. Reciprocamente, si annusarono a pelle. In silenzio, durante un periodo di tempo che sembrò incredibilmente lungo, Ida prese posto davanti alla macchina da scrivere mentre il signor Sermoni si versava da bere con generosità, un liquido color bruno scuro, ambrato, annegato in blocchi di ghiaccio squadrato. Il bicchiere, basso e tarchiato, aveva un’aria molto pesante, da arma contundente. Ida lo osservava, immobile, mentre si svuotava dal liquido che scendeva in gola.
Per un attimo, ella desiderò che lui la colpisse violentemente con quell’oggetto, fino a farla rotolare per terra. Allora, anche lei l’avrebbe colpito, si sarebbe scagliata addosso con ferocia prendendolo a pugni e calci.
“Ecco, prendi questo lurido bastardo schifoso!”.
Nel momento in cui stava per strappargli gli occhi con il tagliacarte, venne risvegliata dalla sua macabra fantasia.
“Si sente bene? Mi sta ascoltando, signorina?”;
“Certo, continui pure”;
“Abbiamo quasi finito… ora arriviamo al punto cruciale”. Dopo un paio di minuti cadde il silenzio e la sua voce si spense.
“Siamo anche arrivati al termine della settimana eh… ”; provò a scherzare il signor Sermoni, ma Ida non offriva mai una soddisfazione al suo umorismo gretto e stantio, da vecchio burocrate troppo sicuro della posizione ricoperta.
“Insomma, voglio dire, domani è già venerdì, lei avrà di sicuro degli impegni per il fine settimana…no?”;
“Ancora non lo so, sentirò un’amica… forse andremo al cinema, danno un film di Hollywood molto famoso, con quel bell’attore…ma come lei sai, non sono una ragazza mondana né bene informata”;
“Domani, nel pomeriggio, vorrei parlarle. Si ricordi di passare in ufficio. In privato”;
“Domani? Non si potrebbe…”;
“No, ho detto domani. Adesso voglio essere lasciato in pace”;
“Certamente… -vostra maestà-”, sibilò tra i denti Ida.
Congedata con un breve cenno della mano, si allontanò confusa.
“Si può sapere che ti prende oggi?”; Doris non sopportava quando Ida era più austera del solito. Doris era una donna di sana praticità emotiva, con un carattere freddo e assertivo, nonostante professasse ideali di filantropia e bontà d’animo. Fin da ragazza, aveva adeguato il proprio comportamento alla situazione, con naturale istinto di sopravvivenza, capendo subito fino a che punto potesse spingersi, tentando di diventare infallibile e implacabile allo stesso tempo, ricavando il meglio per sé da ogni circostanza. Il suo lavoro nella ditta, procuratole anni prima da un’ex compagna di scuola, se lo teneva ben stretto ed era rimasta a galla in molti periodi di crisi, alcuni dei quali avevano sfiorato il fallimento. Ma lei resisteva, sempre in posizione eretta e vigile; qualche ragazza in ufficio scherzava, sostenendo che Doris aveva gli occhi anche dietro le spalle. Era sposata, ma niente figli. Sapeva il fatto suo.
“Non capisco proprio cosa dovrei avere. È un giorno come tutti gli altri”, rispose Ida.

A cinquant’anni suonati, la signorina Guendalina detta Ida poteva ritenersi soddisfatta di se stessa e della posizione conseguita. Continuava a lavorare per la ditta Sermoni&soci, ma ormai da molti anni abitava in un bell’appartamento in centro città, ampio e spazioso, di sua proprietà; aveva lasciato senza rimpianti la casa paterna e il quartiere d’origine e si recava di rado a far visita alla madre, la quale era lieta della buona sorte toccata alla figlia ma non poteva fare a meno di chiedersi da dove provenisse. Il padre non sentiva quasi mai la sua mancanza, ogni tanto gli pareva che la tavola domenicale fosse spoglia, vuota, ancor più triste di quando si presentava anche la figlia. Scomparsi i genitori, a poca distanza l’uno dall’altro e molti anni addietro, Ida non si sentì affatto sola bensì definitivamente libera, e dovette sforzarsi non poco per assumere l’aria mesta che ci si aspettava da lei in quella circostanza; gli abbracci della gente addolorata venivano accolti con freddo riguardo, i baci dati di slancio, per conforto, accettati a malincuore solo perché non aveva voglia di rifiutarli e svelare così il trucco insito nel suo cuore.
Il capo non ebbe più nessuna nuova dattilografa personale. La rottura della tradizione rivelò molto sulla natura di quella relazione: Doris, dopo alcune domande iniziali, sempre più stizzite poiché rimanevano invariabilmente prive di risposta, smise di chiedere a Ida il motivo di tale abnegazione al lavoro; di tanto in tanto le suggeriva di mandare la ragazza nuova di turno a sobbarcarsi il noioso incarico, ma ogni proposta veniva allontanata con un secco “non importa, ci penso io”, pronunciato in tono monocorde e quasi rassegnato, senza enfasi né emozione, come se ciò fosse una realtà inevitabile e scontata. Il muto accordo, stretto da ambo le parti e accettato da tutti i dipendenti, rese nota più della parola la sostanza inequivocabile, seppur celata, del rapporto vigente tra la torbida, funerea Ida e il maschilista, rozzo, sanguigno Augusto. Doris spesso ragionava senza riuscire a giungere a una conclusione. Non capiva, e questa incomprensione contribuì a creare un’aura di sacro mistero, una sorta di tabù sulla vicenda, tale era la stranezza che emanava. Di tanto in tanto, qualche impiegata aveva tentato di spettegolare sul fatto, di qualunque fatto si trattasse, ma dopo un primo periodo di curiosità ricca di allusioni licenziose e subdole, Doris pose fine al cicaleccio, di cui per altro Ida non si curava affatto. Non che Doris fosse dalla parte di Ida, ben se ne guardava… ma aveva intuito, con la sua conoscenza del mondo e dell’uomo, che quella non era una normale, comune scappatella del capo con la segretaria e quindi bisognava starci attenti. Nel corso degli anni l’imperturbabilità di Ida si accompagnava alla prostrazione morale del signor Sermoni; per un qualche assurdo e bizzarro motivo, egli era pazzo di lei e ne aveva paura. Non esprimeva i suoi sentimenti in nessun modo, né si faceva mettere sotto in pubblico, ma il suo sguardo raccontava la forza di un desiderio affamato, irascibile, irrazionale, un puledro dalle briglie sciolte costretto a correre in eterno in un recinto angusto; si, perché il signor Sermoni non era libero. Era in gabbia, come una bestia, ma non possedeva le chiavi della cella né sembrava volerle. Un animale da circo, ammansito con droghe pesanti per soffocare ogni tentativo di ribellione, gli occhi vigili e l’animo in pena, diviso tra l’amore e l’odio per l’aguzzino che si divertiva a tormentarlo.

Quel pomeriggio di ventitré anni fa Ida, come richiesto, andò a bussare alla porta del capo, di pessimo umore e minacciosa come una tempesta invernale gonfia di pioggia.
“Prego, entri pure signorina”;
“Voleva vedermi?”;
“Si”.
Ida si sedette sulla sedia davanti alla scrivania. Osservò il pesante calamaio d’epoca, il legno scuro e denso della superficie, di un mogano rossastro intenso, barocco. Il signor Sermoni seguitava a tacere, con la testa girata di lato, verso la finestra, e le mani giunte sul ventre, molli. All’improvviso, dopo un lungo sospiro, finalmente parlò:
“Lei è la benvenuta qua, lo sa vero?”;
“… Sì, immagino di sì, certamente”;
Ida era pronta a ricevere una lavata di capo per un’inadempienza professionale, ma l’esordio la spazientì ulteriormente.
“Vede, noi siamo come una grande famiglia e lei a volte mi sembra, come dire… ostile, ecco. Non credo ciò favorisca un buon ambiente lavorativo”:
“Vuole mandarmi via?”;
“No, no, Cristo Santo no!”;
“E allora?”;
“Le sto solo chiedendo un po’ di collaborazione, non ci vedo nulla di male in questo, è mio compito preciso favorire i rapporti tra dipendenti, insomma sono o non sono il capo? Mi preoccupo per voi, ecco tutto”;
“E lei?”;
“Io cosa, mi scusi? Non cominci ad essere impertinente sa, perché l’ho capita io di che pasta è fatta e con me non attacca!”.
Il sopracciglio di Ida s’inarcò, come quello di sua moglie pensò il signor Sermoni, ma in modo alquanto sarcastico, come una bocca sottile pronta a deriderlo.
“Vede, lei mi mette in difficoltà con questo suo modo di fare. Cerchi di venirmi incontro, altrimenti io…”;
“Cosa? Mi uccide, mi usa violenza? Sta dicendo un mucchio di sciocchezze”.
L’effetto fu immediato, l’impeto prese il sopravvento sullo stupore, sull’ira, sull’inadeguatezza. I corpi si gettarono l’uno sull’altro, come in un combattimento primitivo, spolpandosi vivi fino all’anima. Il membro di lui era duro come il legno della scrivania, lucido di umori ed entrò nel sesso di lei senza incontrare resistenza. Le mani avide, deliranti, sollevavano e strappavano incuranti del dopo e bisognose di un subitaneo piacere. Un piacere frastornante, ruvido, braccato, che Augusto non aveva mai sentito né provato, a cui si dedicò con un trasporto che andava di pari passo con il disgusto. Quella donna, il modo in cui si era lasciata prendere… lo turbava ed eccitava oltre ogni dire, ma non c’era gioia nel reciproco abbandono, solo estasi venata di disprezzo. Non aveva mai trovato una donna così, impudica e grottesca, puerile nei gemiti e rapida negli atti, che lo guardava con folli occhi da falco e serrava la linea superiore delle labbra a ogni spinta ricevuta e data. A un certo punto, lei lo girò e s’inarcò sul corpo mettendosi a cavalcioni, strusciandosi e roteando il bacino invasata, emettendo un liquido vischioso e vagamente fruttato che inondò il ventre di lui come olio maturo.
Inorridito, Augusto godette di quel momento e i sensi memorizzarono il piacere dell’amplesso, che nella memoria si fissò per sempre come l’attimo più intenso, perverso, umiliante di tutta la sua vita.
“Adesso sbrigati, che si sta facendo tardi. Datti una sistemata, non ti devono vedere così”.
Ida prese le sue cose e iniziò a rivestirsi, in silenzio, senza una briciola di vergogna o imbarazzo. Augusto si accese un sigaro e versò da bere generosamente, guardando fuori dalla finestra che dava sulla strada.

Il signor Sermoni non volle mai sposare Ida, nemmeno quando restò vedovo. Soggiogato ai voleri dell’amante, prese la decisione di accontentarla in tutto, meno che nel matrimonio. Ida non replicò, ma non era certo tipa da lasciar correre: semplicemente, annotò mentalmente la presa di posizione dell’uomo e si accaparrò tutto il resto. La verità era che Augusto aveva paura di vivere con lei, per quanto passassero molto tempo insieme nell’appartamento di cui le aveva fatto dono. Ogni volta che varcava la porta della sua rassicurante abitazione di sempre, il fuoco delle viscere si calmava e poteva disporre del proprio tempo, oltre che del proprio corpo. Una partita a carte con il giardiniere, una buona bistecca al sangue leggendo il giornale, una chiacchierata tra vecchi amici. Lei lo prosciugava, e lui era sempre più stanco. Lo avevano notato tutti, anche la servitù, e il medico stesso gli suggerì di assumere delle orribile capsule di ferro e molte vitamine. Come un bambino, accettava i consigli e i suggerimenti, li metteva in pratica con costanza, ben sapendo quanto fossero inutili. Il sentimento per quella donna fuori dal comune lo aveva dannato, e non poteva farci niente. Aveva provato a troncare con lei, molte volte, ma senza successo. Si azzuffavano di continuo, traendo soddisfazione dagli schiaffi e dai calci tanto quando dai baci e dalle carezze, confusi tra loro in un unico, irrimediabile gesto d’amore. Una sera, un compagno di scuola dei tempi andati, gli chiese come mai ultimamente sembrasse così perso nei meandri della mente.
“Il demonio, amico mio, è venuto a bussare alla mia porta, e io gli ho aperto un portone…”.
Il rapporto di lavoro con il personale della ditta non cambiò in maniera sostanziale, ma fu subito chiaro che ci fosse un nuovo capo, una forza motrice invisibile e potente. I fili erano tesi, la corda in perenne bilico. Un soffio, e il fragile equilibrio si sarebbe spezzato.

Una fulgida mattina di agosto, un’affascinante ed elegantissima signora si presentò di buon’ora nello stabile della ditta, come se niente fosse. Entrò, con fare sicuro e spedito, e salì le scale che portavano all’ufficio del capo.
“Mi perdoni, ma non credo lei possa salire. Purtroppo il signor Augusto è mancato la settimana scorsa e ora sarà compito del fratello, Melchiorre Sermoni, occuparsi dell’azienda: lo aspettiamo a giorni, nel mentre proseguiamo con i nostri incarichi”. Doris aveva parlato di getto, con fare gentile e reverenziale, un poco in soggezione davanti alla sconosciuta. La donna si girò e con aria divertita scoppiò in una squillante risata, argentina e teatrale, come quello di un’attrice sul palcoscenico.
“Ah Doris, tu non cambierai mai… crollassero le fondamenta dell’intero universo, resteresti sempre uguale, sempre in prima linea. Non darti pena, ora non è più compito tuo occuparti di questo posto. Non avete saputo? Nessuno vi ha avvisato? Ho rilevato io l’attività. Ho in mente grandi cambiamenti sai, grandi migliorie. Avrò bisogno di te, ma ti pregherei di non intrometterti mai nel mio operato. Puoi tornare alla tua scrivania, quando avrò finito in ufficio verrò a istruirvi sulle nuove disposizioni”;
“Si, signora, come desidera”, balbettò Doris confusa e imbarazzata.
“La prego, mi chiami signora Ida”;
“Si, certamente signora Ida”;
Doris si voltò, sentendosi scoppiare il cuore e tentando di dominare la profonda emozione che sentiva sconquassarle ogni fibra del corpo.
“Doris?”;
“Si, signora?”;
“Il caffé. E del brandy della miglior qualità. Faccia in fretta”.

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