L’ALBA DI MARIA

La Sanguinaria non perdeva tempo.
Mai.
Le sue decisioni,
respiri frementi di terrore pubblico,
non attendevano la redenzione degli umili
né l’abbraccio dei potenti.
Il pollice sempre verso,
destinazione Inferno.
La prima vittima della sua fantasia,
l’antica nemica artefice
di reclusione e smarrimento.
Anna Bolena.
Madre di Elisabetta, la Bastarda
dalla fulva chioma
-Dio, perché Lei così simile all’amato padre?-
che seppur dalla Torre di Londra
minacciava con innato carisma
il trono funesto di rivalità endemiche.
L’aveva bruciata più e più volte
nei sogni notturni carichi
di stupore maligno.
Ogni volta la stessa soddisfazione,
il rituale macabro della propria
ossessività nascente.
Alienazione morale,
l’anima nella gabbia della cattività.
Ma era lei la regina, non doveva scordarlo.
Non dopo la lotta di sua madre.

Allora perché, in quelle sabbatiche notti,
tutto il tuo odio si riversava sulla superficie
di uno specchio rotto che rammentava
al mondo quanto Lei fosse più bella
di te?

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TOMMASO MORO

LA CONDANNA DELLE IDEE

Vi ho creduto, Sire.
Ho creduto agli anni fecondi dalle fulgide idee
che tanto entusiasmavano i nostri intelletti,
così a fondo nutriti con la maturità di quelle scelte.
Fummo coraggiosi, un tempo, ma ora che la luce abbandona
il talamo della secolare saggezza,
un fremito di ghiaccio attraversa le mie membra
sfinite per la durezza dell’impatto.
Quando ripenso alle lunghe passeggiate
che indulgenti allietavano il risveglio,
immersi nella quiete della campagna inglese,
non riesco a credere all’inquietudine profonda
che sono costretto ad affrontare solo,
senza il sostegno fedele del re più illuminato
di questo splendido Rinascimento umano.
Eppure vi fidavate di me, amavate ritenere che la mia parola,
qualunque fosse, bruciasse di verità
più di ogni altra sulla terra.
Sapevate che nulla veniva detto a caso,
né con falsità o manierata eloquenza.
Sapevate che la cultura della mia Utopia
non era che un omaggio alla Vostra grandezza,
all’immenso amore per le facoltà di cui molte volte
avevate dato valorosamente prova.
Abbiamo guardato l’alba infiniti, maestosi mattini;
nei primi sussurri assetati di rugiada, fratelli eravamo.
Allora, uomini liberi e uguali, nudi da pesanti velluti
e senza taglienti sigilli a indebolire le agili membra,
ponevate una mano sulla mia spalla, come a sostenervi
nella sicurezza di una giusta guida recante paterno affetto.
Sembravate una statua greca solcata di fragilità
mentre il sole estivo scherzava con i rami degli alberi
e veniva a morire dolcemente sul Vostro volto.
Vi cerco, il mio sguardo errabonda nella notte
esprimendo tutto il rammarico
che una tale condizione suscita nello spirito.
Questa cella è fredda e umida, ma nulla mi turba e arreca
danno più della consapevolezza che la perdizione del Mio Signore
è vicina tanto quanto il Giorno del Giudizio.
Voi, che ho conosciuto fanciullo e avuto il privilegio di veder crescere
sotto i miei occhi carichi di ammirazione, mi chiedete il superamento
di una prova impossibile per ogni buon cristiano.
Dopo il mio Dio, non c’è nessuno al mondo che ami di più.
Ed ecco che avete la presunzione, perdonatemi,
di volervi ergere a un maggior grado di venerabilità.
Come, un uomo -si, un uomo, poiché questo siete, fatto di carne e sangue!-
a capo della Chiesa, lontano dal favore di Roma e di San Pietro?
È mai possibile che la mente vi sia stata avvelenata fino al punto
di voler rinnegare la stessa Fede che vi ha dato vita e linfa matura
con cui crescere vigoroso e nobile?
C’era un tempo in cui mi era permesso chiamarvi per nome di battesimo,
Enrico. Non desideravate cerimonie da cortigiano, non da me.
Temevate il mio valore, e lo temete ancora.
Per questo ambite tanto irrazionalmente a una benedizione.
Se io accordassi favore al capriccio di cui vi siete invaghito,
il mondo intero ne riconoscerebbe la validità legittima.
Ma la coscienza, amica saggia e fedele, compagna indefessa
negli anni più duri e scarni della mia formazione,
parla con me francamente rammentandomi che sono
solo un debole uomo, come tutti gli altri, come Voi.
Non posso fare ciò che con iraconda foga mi chiedete.
Sire, la Vostra rabbia altro non è che senso di colpa.
Siete cattolico, come lo sono io.
Amiamo la colpa che la condizione umana ci ha donato,
a monito dei nostri errori e smarrimenti.
Non mettetevi a capo di tutto questo.
Non ci sarà pace per Voi, né perdono, se vi farete da tramite con il Divino.
Sottostare, è la redenzione.
Io lo so, lo vedo. Voi vi fidate di me, ancora e ancora.
Ma mi punirete per soffocare la Vostra paura.
Mille ragioni avete per condannarmi, e altre centomila per salvarmi.
Presto, tacerò per sempre.
La mia mano si fa languida nella scrittura, non ho più le forze
per sopportare il peso del buio che divora.
E così, perisco per Voi nell’adempimento dell’anima mia.

CATERINA D’ARAGONA

TRISTEZZA SPAGNOLA

Ah, finiti i bei giorni della regal gloria!
Finiti i gai momenti in cui la nostra perfetta gioia
era gioia perfetta anche per il nostro popolo!
Sudditi amorevoli, docili seguaci
dell’umile maestà che tremebonda
adducevo a me stessa,
Regina straniera in esule splendore.
Anni, forse secoli, sono trascorsi dal maritale approdo;
il 1501 sembra così lontano, così antico…polvere nel vento…
una spaurita e minuta fanciulla argentata
devo essere apparsa all’occhio scrutatore e
maligno della corte inglese.
I miei genitori, Ferdinando e Isabella,
mi educarono con rigorosa passione per prepararmi
al fatale destino di un nuovo mondo.
Le fredde braccia di Arturo accolsero
con gracile torpore, e dopo cinque mesi
di fraterne nozze incontrai il fratello
che le mie vene spagnole non bramarono
di conoscere ma amarono al primo contatto.
Enrico! Giovane, impetuoso, possente sovrano;
pura, giunsi nel tuo talamo devota e candida,
come lo sono adesso nell’ora del dolore e
nell’affanno dell’abbandono.
Armature scintillanti, sbattere d’ali dorate,
corse a perdifiato laggiù, lungo il fitto sentiero
boschivo che s’inoltra nel rigoglio della bella stagione
di cui il tramonto segna il declinare.
Quando cavalcavi felice, fiero del virile corpo
e del brillante ingegno, colto di fervore,
spalleggiato dai fidi compagni, Charles, Francis,
Henry, riempivo i miei occhi lucenti
con l’orgoglio del rango e l’onestà di un vero amore.
Per lunghi e stupendi anni governammo fianco a fianco,
beandoci della reciproca compagnia;
le visite nelle mie stanze destavano un’ansia
e un piacere impagabili, vivevo e vivo ancora solo
nell’attesa di una tua venuta.
Allora, come adesso, il fuoco arde nel caminetto
ricco di calore e affetto, più forte della crudele
indifferenza che sembrate provare
per la mia persona, sempre adorante, sempre pregna di Voi.
Relegata in una lontana e ostile dimora,
disperata senza il godimento del Vostro favore,
sono stata privata dei gioielli della corona,
delle caste dame, ancelle della mia solitudine,
dei solidi privilegi cui ogni donna è cara.
Posso sopportare, e sopporterò, come
ho lungamente dimostrato al mio venerabile sire
al quale numerose infedeltà perdonai
in nome della sua straordinaria magnanimità
e bellezza ultraterrena.
Ma…mia figlia Maria. Nostra figlia.
Troppo tempo è passato da quando le ho
accarezzato i capelli e rimboccato le coperte;
bambina, fanciulla temo sia ora,
e senza il sostegno protettivo di una madre
innamoratissima e decisa a coltivarne ogni virtù.
Come potrà fronteggiare da sola l’impeto eretico
che gode oggigiorno di molti singulti?
Fuochi fatui sempre più vanno allargandosi
di orrore in orrore, bruciando i nostri monasteri,
mettendo a morte i santissimi padri della Chiesa,
profanando i dotti insegnamenti della Fede
ergendo a diritto canonico immonde blasfemie
di cui il cuore umano ha vergogna.
Come può, la mia Maria, oltrepassare indenne,
libera, lo sguardo obliquo e scarno della Grande Sgualdrina
che audace siede alla Vostra destra cospirando contro
lo stesso sangue che pretende di onorare?
Ah, nessuna vi amerà come vi amo io…
Io, in questa triste fortezza dissestata quali sono
le rovine di un cuore appassionato, rinchiusa in un buio tetro
che fende l’anima e gela il calore nelle vene come lama di tenebra,
oserei pronunciare a voce alta il solenne desiderio
di vedere Voi, mio signore, un’ultima volta nel supremo
ultimo giorno della vita terrena che ci è stata concessa.
Se soltanto i miei occhi, muti per l’affanno, potessero
riprendere vigore riacquistando l’antica limpidezza, degni
di incontrare di nuovo la dolcezza del Vostro volto amico,
morirei contenta nell’istante preciso dell’intima comunione
degli sguardi allacciati tra loro in pietoso abbraccio.
Enrico, mostratevi alla Regina quell’ultima volta che ora
sono qua, in ginocchio, a supplicarvi con amore di Donna.

IL TROFEO

Forti, gagliardi uomini
figli di epoche selvagge
e crudeli.
Dal vostro sudore credevate
sarebbero sorti diamanti lucenti,
screziati ai bordi di sangue
carminio e fumante.
La spada sguaiata,
il membro eretto
a indicare
il naturale vantaggio,
combattevate di buon grado
le battaglie della morte
e dell’amore.
Rancidi e collaudati
stilnovismi cortesi
come dardi!
Le donne, mogli o cortigiane,
savie o stolte, ingenue o puttane,
bersagli designati al sollazzo,
che con sorrisi e moine
accaparravano il meglio ad uso
della loro fragile sopravvivenza.
Storia, signora Sovrana di
spietata ferocia, sei stata la Vestale
della nostra determinazione.

ANNA BOLENA

LA PIU’ FELICE

Alta, squillante risata.
Collo lungo, bianco.
Cigno sacrificale di rinascita regale,
hai portato il firmamento come una condanna,
lapislazzuli di sangue tra le tue impari dita;
sentore di tragedia nell’aria,
scuotimento di cuori e tremore
di rose.

Una fanciulla, eri.
Schiava maschia di umori virili,
incatenata all’altrui ambizione
che divenne tua nell’attimo estremo
della bramosia umana.
Ancorando l’anima al lontano
litorale di un pietoso amore di ragazza,
accettasti la sfida del mondo funesto
senza dimenticare la paura che la notte tradiva.

Come germogliare vigore in un ventre atterrito?
Gli uomini non lo sanno, sanno solo affondare
l’aratro credendo di abbracciare il Divino
desiderando il proprio simile
ignari dell’affronto
ebbri di turgore
saturi, e forse domani l’agognato simile
affonderà loro nel fango seminale del terrore.

Occhio cobalto, fulva chioma,
padre non mi riconosci?
Una somiglianza si uguale a ragione non mente
ma non sono ciò che volevi,
intimamente corrotto.
I demoni del tuo tempo hanno schernito
quel che di buono amavi,
io sono il risultato del compiuto inganno.

Eccomi, regina.
Lottasti tra lenzuola di lacrime
per avermi,
pagasti il prezzo della spada
per onorarmi in solitudine,
ma nel giorno del fulgore
solo una parola squarcia
l’impeto del cuore,

Madre.

LA STREGA

Arte oscura a te si disse.
Neri i capelli, come manto di notte
adombrano la tua immagine, ferina pantera.
Velluto di labbra, broccato d’affannoso respiro,
adamantino ghigno di damasco nutrito.

Bianca come latte munto la pelle, schizzata
di piccanti nei in incavi nascosti;
marchi luciferini di femmineo ludibrio,
al sesto dito monco ed embrionale
sorridono marziani.

Quali i peccati ascritti a quegl’occhi sgranati
in giovanile, iracondo stupore?
Ragazza d’amore eri stata,
ma una lucida intelligenza aveva
varcato l’abisso.

E l’abisso accoglie chi osa guardarlo.