Una donna di provincia – quarta e ultima parte –

Un paio di settimane dopo, Ida venne nuovamente chiamata nell’ufficio del capo per un’altra pratica da battere e spedire al più presto. Questa volta era calmissima, padrona di sé. Con il passare dei giorni aveva acquisito una maggior fiducia nelle proprie capacità e una crescente sicurezza di modi. La gente che era solita incrociare tutti i giorni aveva iniziato a riconoscerla, porgendole i saluti mattutini e serali. In particolare, uno degli autisti dell’autobus sorrideva ogni volta che la vedeva e cercava sempre di ottenere i turni dove sapeva l’avrebbe incontrata. Era un giovanotto esile e dolce, con una folta chioma di capelli ricci castano chiaro che si accendevano di riflessi biondi quando il sole entrava dal vetro, colpendolo. A Ida non dispiaceva, e aveva cominciato a rispondere al saluto.
“’Giorno, signorina. Ha visto che bel tempo abbiamo oggi?”
“Si, davvero splendido. Fa caldo per la stagione. Buona giornata a lei”.
Una pratica urgente, dicevamo.
“Signorina Ida! Venga qua subito!”, sbraitò il capo quel giorno. Lei si alzò meccanicamente, avviandosi verso le scale. Sapeva che la stava guardando, come faceva altre volte. Lei se n’era accorta, ma non ne capiva il motivo. Aveva acquistato qualche abito nuovo, che indossava con piacere; i capelli, corvini e lucidi come quelli del padre, erano sempre raccolti in un ordinato chignon che faceva tutte le mattine e disfaceva tutte le sere. Non truccava gli occhi, azzurri e fermi, ma le piaceva usare della cipria per la propria carnagione pallida e un filo di rossetto per rimpolpare le labbra sottili e sbiadite. Un’aria esangue, a tratti lugubre, la caratterizzava fin da bambina; bianca e nera, come una gazza ladra.
“Le costa tanto rispondermi quando la chiamo, mi scusi?”;
“Arrivare da lei nel minor tempo possibile mi pare già un’ottima risposta”.
Il capo quel giorno era di pessimo umore. La domestica aveva riordinato la casa da cima a fondo e lui non era riuscito a trovare nessuno degli abiti che voleva indossare; la moglie, indolente e accidiosa come sempre, aveva osservato il suo crescente nervosismo senza muovere un dito, limitandosi a inarcare verso l’alto il sopracciglio sinistro, flessibile e giudicante, attraverso il quale esprimeva diversi gradi di disapprovazione. Inoltre, come se non bastasse, il medico gli aveva prescritto una nuova dieta povera di zuccheri e grassi, quindi al mattino era costretto a mangiare biscotti integrali e caffè nero puro, con dolcificante. E ora quella ragazza, Ida. Lo faceva ammattire e lo irritava, con quella sua aria gracile e malevola, come se non concedesse mai niente a nessuno, neppure a se stessa. Non riusciva a capirla e avrebbe voluto entrarle nella testa per carpirne il mistero. Perché chiaramente nascondeva qualcosa, così mite e silenziosa.
“Timida un corno”, pensava il signor Sermoni spiandola di nascosto attraverso la vacuità e il cicaleccio continuo delle altre, arrivando a scrutarne il viso immerso nel lavoro, assente e remoto, giunto nei secoli fino a loro. E allora si perdeva a sezionare la carne e la pelle con il bisturi del suo sguardo, facendo a pezzi quell’involucro, bevendone l’essenza primaria. Ecco che faceva capolino la narice fremente del naso sottile, il cipiglio curioso e vivo delle nere ciglia che ombreggiavano la candida guancia, la bocca sottile e quasi trasparente distesa di tanto in tanto in un sorrisetto canzonatorio che correva dietro alle fantasie più private. Quell’apparente compostezza non lo convinceva: la rigidità del corpo, così esibita, sembrava piuttosto emanare un pudore erotico, osceno, che con disprezzo ella non voleva condividere, in un estremo atto di ribellione e superbia femminile.

“Un’insopportabile, piccola vanesia, piena di sé… chi si crede di essere poi, dico io, tutta impettita e arrogante”.
La verità è che quell’uomo non poteva soffrire nessuna forma di alterazione dalle convenzioni sociali, che amava e rispettava con ipocrita sentimento borghese. Per lui la donna era semplicemente una femmina, nel senso biologico del termine, un essere buono per fare figli, regalarsi qualche ora piacevole ed esercitare un po’ di sana galanteria. Adorava le cinguettanti voci delle impiegate, o la maniera in cui pronunciavano il suo nome, con squisita malizia, come se quel suono le ammansisse ed eccitasse nello stesso tempo. Il modo in cui invece lo diceva Ida era completamente diverso, e lui stesso nella bocca di lei cambiava, assumendo una sfumatura metallica e ispida, priva di ogni morbidezza. Non era naturale che una ragazza, per di più zitella, facesse tanto la difficile e si sottraesse alla propria dolcezza e sensualità. Una donna è casa, tepore, premura, discrezione. In Ida, al contrario, tutto era buio, mestizia e sterilità.
Quando si trovarono insieme nella stanza, il loro comune e muto pensiero fu che erano soli. Reciprocamente, si annusarono a pelle. In silenzio, durante un periodo di tempo che sembrò incredibilmente lungo, Ida prese posto davanti alla macchina da scrivere mentre il signor Sermoni si versava da bere con generosità, un liquido color bruno scuro, ambrato, annegato in blocchi di ghiaccio squadrato. Il bicchiere, basso e tarchiato, aveva un’aria molto pesante, da arma contundente. Ida lo osservava, immobile, mentre si svuotava dal liquido che scendeva in gola.
Per un attimo, ella desiderò che lui la colpisse violentemente con quell’oggetto, fino a farla rotolare per terra. Allora, anche lei l’avrebbe colpito, si sarebbe scagliata addosso con ferocia prendendolo a pugni e calci.
“Ecco, prendi questo lurido bastardo schifoso!”.
Nel momento in cui stava per strappargli gli occhi con il tagliacarte, venne risvegliata dalla sua macabra fantasia.
“Si sente bene? Mi sta ascoltando, signorina?”;
“Certo, continui pure”;
“Abbiamo quasi finito… ora arriviamo al punto cruciale”. Dopo un paio di minuti cadde il silenzio e la sua voce si spense.
“Siamo anche arrivati al termine della settimana eh… ”; provò a scherzare il signor Sermoni, ma Ida non offriva mai una soddisfazione al suo umorismo gretto e stantio, da vecchio burocrate troppo sicuro della posizione ricoperta.
“Insomma, voglio dire, domani è già venerdì, lei avrà di sicuro degli impegni per il fine settimana…no?”;
“Ancora non lo so, sentirò un’amica… forse andremo al cinema, danno un film di Hollywood molto famoso, con quel bell’attore…ma come lei sai, non sono una ragazza mondana né bene informata”;
“Domani, nel pomeriggio, vorrei parlarle. Si ricordi di passare in ufficio. In privato”;
“Domani? Non si potrebbe…”;
“No, ho detto domani. Adesso voglio essere lasciato in pace”;
“Certamente… -vostra maestà-”, sibilò tra i denti Ida.
Congedata con un breve cenno della mano, si allontanò confusa.
“Si può sapere che ti prende oggi?”; Doris non sopportava quando Ida era più austera del solito. Doris era una donna di sana praticità emotiva, con un carattere freddo e assertivo, nonostante professasse ideali di filantropia e bontà d’animo. Fin da ragazza, aveva adeguato il proprio comportamento alla situazione, con naturale istinto di sopravvivenza, capendo subito fino a che punto potesse spingersi, tentando di diventare infallibile e implacabile allo stesso tempo, ricavando il meglio per sé da ogni circostanza. Il suo lavoro nella ditta, procuratole anni prima da un’ex compagna di scuola, se lo teneva ben stretto ed era rimasta a galla in molti periodi di crisi, alcuni dei quali avevano sfiorato il fallimento. Ma lei resisteva, sempre in posizione eretta e vigile; qualche ragazza in ufficio scherzava, sostenendo che Doris aveva gli occhi anche dietro le spalle. Era sposata, ma niente figli. Sapeva il fatto suo.
“Non capisco proprio cosa dovrei avere. È un giorno come tutti gli altri”, rispose Ida.

A cinquant’anni suonati, la signorina Guendalina detta Ida poteva ritenersi soddisfatta di se stessa e della posizione conseguita. Continuava a lavorare per la ditta Sermoni&soci, ma ormai da molti anni abitava in un bell’appartamento in centro città, ampio e spazioso, di sua proprietà; aveva lasciato senza rimpianti la casa paterna e il quartiere d’origine e si recava di rado a far visita alla madre, la quale era lieta della buona sorte toccata alla figlia ma non poteva fare a meno di chiedersi da dove provenisse. Il padre non sentiva quasi mai la sua mancanza, ogni tanto gli pareva che la tavola domenicale fosse spoglia, vuota, ancor più triste di quando si presentava anche la figlia. Scomparsi i genitori, a poca distanza l’uno dall’altro e molti anni addietro, Ida non si sentì affatto sola bensì definitivamente libera, e dovette sforzarsi non poco per assumere l’aria mesta che ci si aspettava da lei in quella circostanza; gli abbracci della gente addolorata venivano accolti con freddo riguardo, i baci dati di slancio, per conforto, accettati a malincuore solo perché non aveva voglia di rifiutarli e svelare così il trucco insito nel suo cuore.
Il capo non ebbe più nessuna nuova dattilografa personale. La rottura della tradizione rivelò molto sulla natura di quella relazione: Doris, dopo alcune domande iniziali, sempre più stizzite poiché rimanevano invariabilmente prive di risposta, smise di chiedere a Ida il motivo di tale abnegazione al lavoro; di tanto in tanto le suggeriva di mandare la ragazza nuova di turno a sobbarcarsi il noioso incarico, ma ogni proposta veniva allontanata con un secco “non importa, ci penso io”, pronunciato in tono monocorde e quasi rassegnato, senza enfasi né emozione, come se ciò fosse una realtà inevitabile e scontata. Il muto accordo, stretto da ambo le parti e accettato da tutti i dipendenti, rese nota più della parola la sostanza inequivocabile, seppur celata, del rapporto vigente tra la torbida, funerea Ida e il maschilista, rozzo, sanguigno Augusto. Doris spesso ragionava senza riuscire a giungere a una conclusione. Non capiva, e questa incomprensione contribuì a creare un’aura di sacro mistero, una sorta di tabù sulla vicenda, tale era la stranezza che emanava. Di tanto in tanto, qualche impiegata aveva tentato di spettegolare sul fatto, di qualunque fatto si trattasse, ma dopo un primo periodo di curiosità ricca di allusioni licenziose e subdole, Doris pose fine al cicaleccio, di cui per altro Ida non si curava affatto. Non che Doris fosse dalla parte di Ida, ben se ne guardava… ma aveva intuito, con la sua conoscenza del mondo e dell’uomo, che quella non era una normale, comune scappatella del capo con la segretaria e quindi bisognava starci attenti. Nel corso degli anni l’imperturbabilità di Ida si accompagnava alla prostrazione morale del signor Sermoni; per un qualche assurdo e bizzarro motivo, egli era pazzo di lei e ne aveva paura. Non esprimeva i suoi sentimenti in nessun modo, né si faceva mettere sotto in pubblico, ma il suo sguardo raccontava la forza di un desiderio affamato, irascibile, irrazionale, un puledro dalle briglie sciolte costretto a correre in eterno in un recinto angusto; si, perché il signor Sermoni non era libero. Era in gabbia, come una bestia, ma non possedeva le chiavi della cella né sembrava volerle. Un animale da circo, ammansito con droghe pesanti per soffocare ogni tentativo di ribellione, gli occhi vigili e l’animo in pena, diviso tra l’amore e l’odio per l’aguzzino che si divertiva a tormentarlo.

Quel pomeriggio di ventitré anni fa Ida, come richiesto, andò a bussare alla porta del capo, di pessimo umore e minacciosa come una tempesta invernale gonfia di pioggia.
“Prego, entri pure signorina”;
“Voleva vedermi?”;
“Si”.
Ida si sedette sulla sedia davanti alla scrivania. Osservò il pesante calamaio d’epoca, il legno scuro e denso della superficie, di un mogano rossastro intenso, barocco. Il signor Sermoni seguitava a tacere, con la testa girata di lato, verso la finestra, e le mani giunte sul ventre, molli. All’improvviso, dopo un lungo sospiro, finalmente parlò:
“Lei è la benvenuta qua, lo sa vero?”;
“… Sì, immagino di sì, certamente”;
Ida era pronta a ricevere una lavata di capo per un’inadempienza professionale, ma l’esordio la spazientì ulteriormente.
“Vede, noi siamo come una grande famiglia e lei a volte mi sembra, come dire… ostile, ecco. Non credo ciò favorisca un buon ambiente lavorativo”:
“Vuole mandarmi via?”;
“No, no, Cristo Santo no!”;
“E allora?”;
“Le sto solo chiedendo un po’ di collaborazione, non ci vedo nulla di male in questo, è mio compito preciso favorire i rapporti tra dipendenti, insomma sono o non sono il capo? Mi preoccupo per voi, ecco tutto”;
“E lei?”;
“Io cosa, mi scusi? Non cominci ad essere impertinente sa, perché l’ho capita io di che pasta è fatta e con me non attacca!”.
Il sopracciglio di Ida s’inarcò, come quello di sua moglie pensò il signor Sermoni, ma in modo alquanto sarcastico, come una bocca sottile pronta a deriderlo.
“Vede, lei mi mette in difficoltà con questo suo modo di fare. Cerchi di venirmi incontro, altrimenti io…”;
“Cosa? Mi uccide, mi usa violenza? Sta dicendo un mucchio di sciocchezze”.
L’effetto fu immediato, l’impeto prese il sopravvento sullo stupore, sull’ira, sull’inadeguatezza. I corpi si gettarono l’uno sull’altro, come in un combattimento primitivo, spolpandosi vivi fino all’anima. Il membro di lui era duro come il legno della scrivania, lucido di umori ed entrò nel sesso di lei senza incontrare resistenza. Le mani avide, deliranti, sollevavano e strappavano incuranti del dopo e bisognose di un subitaneo piacere. Un piacere frastornante, ruvido, braccato, che Augusto non aveva mai sentito né provato, a cui si dedicò con un trasporto che andava di pari passo con il disgusto. Quella donna, il modo in cui si era lasciata prendere… lo turbava ed eccitava oltre ogni dire, ma non c’era gioia nel reciproco abbandono, solo estasi venata di disprezzo. Non aveva mai trovato una donna così, impudica e grottesca, puerile nei gemiti e rapida negli atti, che lo guardava con folli occhi da falco e serrava la linea superiore delle labbra a ogni spinta ricevuta e data. A un certo punto, lei lo girò e s’inarcò sul corpo mettendosi a cavalcioni, strusciandosi e roteando il bacino invasata, emettendo un liquido vischioso e vagamente fruttato che inondò il ventre di lui come olio maturo.
Inorridito, Augusto godette di quel momento e i sensi memorizzarono il piacere dell’amplesso, che nella memoria si fissò per sempre come l’attimo più intenso, perverso, umiliante di tutta la sua vita.
“Adesso sbrigati, che si sta facendo tardi. Datti una sistemata, non ti devono vedere così”.
Ida prese le sue cose e iniziò a rivestirsi, in silenzio, senza una briciola di vergogna o imbarazzo. Augusto si accese un sigaro e versò da bere generosamente, guardando fuori dalla finestra che dava sulla strada.

Il signor Sermoni non volle mai sposare Ida, nemmeno quando restò vedovo. Soggiogato ai voleri dell’amante, prese la decisione di accontentarla in tutto, meno che nel matrimonio. Ida non replicò, ma non era certo tipa da lasciar correre: semplicemente, annotò mentalmente la presa di posizione dell’uomo e si accaparrò tutto il resto. La verità era che Augusto aveva paura di vivere con lei, per quanto passassero molto tempo insieme nell’appartamento di cui le aveva fatto dono. Ogni volta che varcava la porta della sua rassicurante abitazione di sempre, il fuoco delle viscere si calmava e poteva disporre del proprio tempo, oltre che del proprio corpo. Una partita a carte con il giardiniere, una buona bistecca al sangue leggendo il giornale, una chiacchierata tra vecchi amici. Lei lo prosciugava, e lui era sempre più stanco. Lo avevano notato tutti, anche la servitù, e il medico stesso gli suggerì di assumere delle orribile capsule di ferro e molte vitamine. Come un bambino, accettava i consigli e i suggerimenti, li metteva in pratica con costanza, ben sapendo quanto fossero inutili. Il sentimento per quella donna fuori dal comune lo aveva dannato, e non poteva farci niente. Aveva provato a troncare con lei, molte volte, ma senza successo. Si azzuffavano di continuo, traendo soddisfazione dagli schiaffi e dai calci tanto quando dai baci e dalle carezze, confusi tra loro in un unico, irrimediabile gesto d’amore. Una sera, un compagno di scuola dei tempi andati, gli chiese come mai ultimamente sembrasse così perso nei meandri della mente.
“Il demonio, amico mio, è venuto a bussare alla mia porta, e io gli ho aperto un portone…”.
Il rapporto di lavoro con il personale della ditta non cambiò in maniera sostanziale, ma fu subito chiaro che ci fosse un nuovo capo, una forza motrice invisibile e potente. I fili erano tesi, la corda in perenne bilico. Un soffio, e il fragile equilibrio si sarebbe spezzato.

Una fulgida mattina di agosto, un’affascinante ed elegantissima signora si presentò di buon’ora nello stabile della ditta, come se niente fosse. Entrò, con fare sicuro e spedito, e salì le scale che portavano all’ufficio del capo.
“Mi perdoni, ma non credo lei possa salire. Purtroppo il signor Augusto è mancato la settimana scorsa e ora sarà compito del fratello, Melchiorre Sermoni, occuparsi dell’azienda: lo aspettiamo a giorni, nel mentre proseguiamo con i nostri incarichi”. Doris aveva parlato di getto, con fare gentile e reverenziale, un poco in soggezione davanti alla sconosciuta. La donna si girò e con aria divertita scoppiò in una squillante risata, argentina e teatrale, come quello di un’attrice sul palcoscenico.
“Ah Doris, tu non cambierai mai… crollassero le fondamenta dell’intero universo, resteresti sempre uguale, sempre in prima linea. Non darti pena, ora non è più compito tuo occuparti di questo posto. Non avete saputo? Nessuno vi ha avvisato? Ho rilevato io l’attività. Ho in mente grandi cambiamenti sai, grandi migliorie. Avrò bisogno di te, ma ti pregherei di non intrometterti mai nel mio operato. Puoi tornare alla tua scrivania, quando avrò finito in ufficio verrò a istruirvi sulle nuove disposizioni”;
“Si, signora, come desidera”, balbettò Doris confusa e imbarazzata.
“La prego, mi chiami signora Ida”;
“Si, certamente signora Ida”;
Doris si voltò, sentendosi scoppiare il cuore e tentando di dominare la profonda emozione che sentiva sconquassarle ogni fibra del corpo.
“Doris?”;
“Si, signora?”;
“Il caffé. E del brandy della miglior qualità. Faccia in fretta”.

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Una donna di provincia – terza parte –

A metà della terza settimana, finalmente il capo la mandò a chiamare. Una pratica urgente, da sbrigare al più presto. “Avanti Ida, va’ su in ufficio, che ha bisogno di te”, esclamò Doris di punto in bianco. Ida sobbalzò visibilmente, presa alla sprovvista. Un trasalimento corporale non esente da un sottile brivido di eccitazione lungo la schiena, fino in gola. “Un piccolo momento di ansia”, si giustificò arrossendo violentemente; “stupida, stupida ragazza” sibilò a denti stretti, rimproverando a se stessa quell’anelito di emozione ingiustificata, da giovinetta inesperta e svenevole. Salì le scale con una lentezza che esasperò Doris, la quale osservava con le mani appoggiate sui fianchi, scuotendo la testa in un impercettibile gesto di stizza.
“Ah bene, eccola, ho proprio bisogno di lei”, disse il signor Sermoni con un tono ansioso che trasmise un senso di angoscia anche a Ida.
“Si sieda lì, e scriva il comunicato che le detterò”;
“Si, signore”. Ida, già di poche parole, pareva aver perso l’uso della lingua italiana. Si sentiva la gola secca e il respiro affannoso. Il capo si accese una sigaretta e iniziò a declamare, preciso e metodico, scandendo bene le parole; la voce era alta, schietta, roca: non poteva essere fraintesa, una voce padrona, ampia, fatta per l’ascolto. Dominava la scena con decisione. Nello scrivere Ida, aveva ritrovato l’autocontrollo. “Un attimo di panico, nulla più” pensò tra sé, continuando meccanicamente a pestare i tasti. Quando il signor Sermoni fece una pausa, ella emise un flebile sospiro di sollievo.
“Beve qualcosa, un drink?”;
“Solo un bicchiere d’acqua, grazie”;
“Acqua, per la miseria. Io la bevo solo quando sono ammalato o depresso… ma immagino non sia il suo caso, vero?”. Ida scosse la testa in segno di diniego.
“Lei dove abita? Vive ancora con i suoi?”;
“In periferia. Si, con i miei genitori”;
“E perché diavolo non si è ancora sposata, Cristo santo?”;
“Beh… presumo perché nessuno me l’ha chiesto…”;
“Sciocchezze! Significa solo che lei non ha dato a nessuno il permesso di chiederlo!”.
Ida doveva aver spalancato tanto d’occhi, poiché lui continuò a pontificare sull’argomento.
“Ma si… prenda mia moglie, ad esempio. Non mi chiede mai niente, e poi non so come finisce sempre che faccio quello che vuole, accidenti!”. A quel punto si fermò, come se avesse visto qualcosa di strano, anomalo, negli occhi di lei, che affascinati ma duri come pietre lo fissavano immobili, cerulei e privi di espressione.
“Il falco… ecco cosa mi ricordano…gli occhi del falco”. Ida si ostinava a non dire niente, nessuna di quelle rassicuranti frasi di circostanza che le signorine sono così abili nel pronunciare compiacenti. Il signor Sermoni, dopo aver inghiottito l’ultimo sorso dal suo bicchiere, proseguì indiscreto.
“E un fidanzato? Almeno quello ce l’ha?”;
“Nossignore. Possiamo continuare, adesso?”;
“Certo… come no. Scriva”.
Terminato il comunicato, lui lo scorse rapidamente e non riscontrò alcun errore, né di grammatica né di battitura.
“Bene, molto bene… è in gamba lei, sa? Una tosta”;
“Posso andare?”;
“Si. Buona serata, signorina”;
“Anche a lei, signore. A domani”.
Si girò, avviandosi verso la porta e sentì puntato sulla schiena lo sguardo dell’uomo, violento e indagatore. Quando posò la mano sulla maniglia, una voce la fece trasalire.
“Ida, avrò ancora bisogno di lei. Presto”. Uscì senza dare cenno di aver udito una parola.
“Allora, com’è andata?”, chiese subito Doris appena Ida prese posto alla scrivania.
“Non capisco perché questo compito non possa averlo una di voi, che siete qua da più tempo”;
“Oh tesoro… è andata così male?” domandò sorniona Doris con uno sguardo malizioso e incalzante, a metà tra la burla e la pietà.
“No, affatto. La mia era solo una curiosità. Benissimo”.
“Tutte noi l’abbiamo fatto. È irritante, non trovi, venir chiamata di punto in bianco in ogni momento della giornata…è come avere un marito! Una vera seccatura… appunto per questo ce ne liberiamo appena ne abbiamo la possibilità. E al signor Augusto, tutto sommato, piace vedere facce nuove”.

Nel frattempo, Ida andava affinandosi. Di nascosto, come fosse un’azione sporca e immorale, iniziò a comprare libri e riviste d’alta moda, che divorava alacremente in pausa pranzo o la sera prima di dormire. Elle, Vogue. Jane Austen, Henry James, Zola, i pensieri di Pascal e Montaigne, addirittura quello scandaloso Tropico del Cancro di cui aveva sentito parlare in autobus da un gruppo di giovani studentesse tutte fossette e risolini. Non voleva acquistarlo, ma non sapeva come si era trovata alla cassa di un mercatino vicino casa sua, una domenica in cui era uscita a fare una passeggiata.
“Psss, psss”, si era sentita chiamare dalla venditrice, una donna dai capelli tinti di rosso veneziano e con un generoso petto che ti puntava contro come un ariete da combattimento. “Pss… venga qui signorina, dico a lei!”; Ida si era guardata attorno per un po’, facendo finta di niente, finché non aveva più potuto evitare di rispondere. Una volta avvicinatasi, la donna disse di soppiatto: “Lo conosci? Ne hai sentito parlare? È appena uscito, ma viene venduto sottobanco…e sai perché? È sconcio da morire! Accusato di oscenità e blasfemia… avanti, prendilo! Hai proprio l’aria di averne un gran bisogno!”, scoppiando in una risata rauca e farsesca, che attirò gli sguardi delle altre persone. Ida, esasperata da quel clamore, prese il libro, se lo ficcò in borsetta e cacciò i soldi in mano alla venditrice, vergognandosi per tutto il tragitto di ritorno a casa. Le sembrava che la gente potesse vedere attraverso il tessuto e, di conseguenza, dentro di lei.
Alla sera, leggendolo quasi di nascosto da se stessa, aveva provato un indefinibile senso di emozione mischiato al disgusto. Trovava ripugnanti gli appetiti di quest’uomo, Henry, a spasso per Parigi, un vagabondo rognoso senza arte né parte che non le stava nemmeno troppo simpatico. E quella donna terribile, Mona… Santo Cielo! Una frase la colpì particolarmente, tanto che l’annotò nella sua agenda: “Vienna non è mai tanto Vienna come a Parigi”. Significava tutto e niente allo stesso tempo. Si addormentò pensando a come facessero l’amore i vagabondi, gli scrittori e le attricette disinibite. Ma sognò Parigi.

Ida era anche diventata più affabile, lo avevano notato tutti. Doris smise di guardarla con un’aria di manifesta ostilità e i genitori, una sera a cena, si azzardarono addirittura ad avviare una specie di conversazione, cosa piuttosto insolita dal momento che, appena seduti a tavola, iniziavano a mangiare velocemente fingendo di seguire la televisione, finché il piatto era vuoto e ci si poteva alzare senza troppi complimenti. Non era un momento gradevole: la madre non stava mai ferma ed era sempre indaffarata a servire, il padre azzannava ogni pietanza con rabbia cambiando i canali; lo divertivano i quiz dei varietà, bestemmiava contro chi sbagliava e si compiaceva quando dava per primo la risposta corretta. Quella sera, invece, guardò la figlia con i suoi occhi piccoli e troppo vicini al naso aquilino, e dopo averla fissata a lungo disse: “Come va giù in città? Il lavoro, voglio dire”. Ida rimase con le posate ferme a mezz’aria, immobile per lo stupore; si girò, per abitudine, verso la madre, basita anche lei in ugual misura.
“Bene, grazie, sono molto contenta”;
“E come ti trattano, hanno rispetto?”;
“Si, certo, sono tutti molto gentili”;
“E tu, fai la brava? Li conosco io, gli uomini che stanno là. Sono dei mascalzoni, soprattutto con ragazze alla buona come te, che si capisce che sei semplice”;
“Non c’è nessun uomo, papà. Io penso solo a lavorare, non parlo con nessuno e in autobus mi siedo sempre davanti, vicino al conducente”;
“Ecco, brava. Che non si dica in giro che mia figlia è una di quelle”;
“Caro, sta per cominciare “La fiera dei sogni” , intervenne la madre per porre fine alla conversazione, che giudicava sconveniente.
“Alza il volume, che non si sente niente”;
“Si, caro”.

Una donna di provincia – seconda parte –

Quando varcò l’ingresso dello stabile, sede della ditta, non poté fare a meno di arricciare il naso in una stentata espressione di sdegno. L’ambiente era pulito, ma asettico, disadorno, regolare come una cartina geografica costruita al millimetro. Davanti a sé, due file parallele di scrivanie, l’una davanti all’altra, militaresche. Al termine della processione di sedie, matite, fogli, tavoli si poteva scorgere una scala che conduceva poco più in alto, nell’ufficio personale del capo, il quale troneggiava a vista dominando il piano inferiore. Dotato di grandi vetrate, osservava tutto dalla propria privilegiata posizione e permetteva di sbirciare dentro, lasciandosi guardare, quasi impudico, egli stesso.
“Una scelta curiosa”, bisbigliò tra sé Ida, pensando che lei invece avrebbe preferito una maggior schermatura dal mondo esterno. Dopo qualche minuto di reciproca, sospettosa ispezione, finalmente un’impiegata, seduta alla terza scrivania della fila di destra, si alzò con aria piuttosto annoiata verso la nuova arrivata.
“Tu devi essere la Sig.na Guendalina Loffanti”;
“Ida. Mi chiamo Ida Boffanti”;
“Fa uguale. Io sono Doris. Ti presento le altre ragazze mentre il signor Augusto si libera. È in riunione”;
“Il signor Augusto?;
“Si, il nostro capo. Il signor Augusto Sermoni. Non farti intimidire da lui, fa la voce grossa ma basta un cinguettio e diventa docile con un agnellino. Sai, gli uomini…”;
“Capisco”, rispose Ida, anche se non capiva affatto.
In quel momento sollevò lo sguardo e si accorse che qualcuno stava guardando dritto dalla sua direzione, attraverso quei finestroni spaventosi, nudi e opachi. La porta si spalancò e un uomo di una certa stazza, sulla cinquantina, apparve in cima alle scale.
“Signorina Doris! Venga qua, e porti con sé la sua amica”.
Le due donne si scambiarono un’occhiata e obbedirono.
“Signor Augusto, le presento la nuova dattilografa, la signorina Ida… ”;
“Boffanti. Ida Boffanti, signore. Molto lieta di conoscerla”;
“Benvenuta in questa grande famiglia, signorina”.
Si strinsero la mano: Ida rispose con vigore a quel contatto forte e deciso.
“Bella stretta. Chissà sia di buon auspicio”.
Ida arrossì, provando soddisfazione per l’insolita frase, pronunciata con un tono di brusca cordialità che ciononostante le piacque.
“Doris, lei può andare. Mi occuperò io di illustrare il lavoro. Prego”.
Ida si trovò sola con quell’uomo, la porta chiusa alle sue spalle.
“Allora, è tutto molto semplice. Io detto, lei scrive. Per la maggior parte del tempo starà giù con le altre e le verrà assegnata una scrivania. Là, senza troppo perdersi in chiacchiere, dovrà copiare atti e documenti. Quando io avrò bisogno di lei, la manderò a chiamare e verrà qui, si siederà davanti a questa bella macchina e cercherà di seguire le mie parole. Si ricordi, la velocità è tutto, la velocità è il futuro. Sono stato chiaro?”;
“Si, chiarissimo signore”. Ida era quasi senza fiato, sopraffatta.
“Bene, può tornare dalle altre. E… velocità! Faccia correre quelle belle manine!”.
Belle? Ida, sbalordita, spiò di nascosto le sue mani, che le apparvero per la prima volta com’erano davvero: bianche, aggraziate, affusolate. Quella scoperta la riempì di un’euforia che la animò; lavorò alacremente per tutto il giorno, facendo letteralmente volare le dita sui tasti bianchi e neri. Per la prima volta in vita sua, andò a dormire soddisfatta di se stessa. Aveva capito che, al di fuori delle quattro mura domestiche, era un’altra; non sapeva ancora chi, esattamente, ma il regno del possibile si schiudeva generoso davanti ai suoi occhi. Fece strani sogni quella notte. Mani. Tante mani… giovani, vecchie, piccole, grandi. E biglietti dell’autobus, arrotolati tra loro come banconote. Un edificio basso, tarchiato, angusto, con molte porte. Si svegliò all’alba, di soprassalto.

La settimana passò senza troppe emozioni e intoppi, a parte qualche minuto di ritardo la mattina del giovedì, a causa dell’autobus bloccato nel traffico. Ida arrivava alle 8.15 e alle 8.30 in punto iniziava a battere a macchina il lavoro che Doris le preparava sulla scrivania. Alle 12.30 c’era la pausa pranzo, che lei trascorreva al parco lì vicino con un panino portato da casa, il thermos di caffè bollente e una rivista. Non si fidava di entrare nei numerosi bar della zona, come una donnaccia in cerca di compagnia, e le colleghe non l’avevano ancora invitata a unirsi a loro, diffidenti e gelose dei loro piccoli privilegi. A Ida andava bene così: non le piacevano quelle donne rumorose e pacchiane, con la messa in piega rigida, l’odore di lacca e cipria a buon mercato, i vestiti che imitavano quelli delle grandi stelle del cinema e di Hollywood, tutte Marilyn o Jackie. Aborriva quel compromesso così miserando, lei che non aveva mai desiderato niente ma ora cominciava a comprendere il valore del tutto. I negozi e le case del centro le regalavano squarci di crudele benessere, sogni mozzi di bei vestiti e ristoranti lussuosi, di denaro e prestigio.
“Ho sempre vissuto nell’ombra, nel silenzio, a capo chino. Zitta e lavora, che tanto a te non ti prende nessuno”, pensava Ida nelle pause pranzo consumate in pacata solitudine. Ma forse non doveva andare così, non era questo il suo destino, il corso della vita poteva cambiare… un’idea fissa, martellante, di riscatto e di vittoria. La sua mente, fino ad allora assopita e ovattata, iniziò a macinare, correre, nuotare, saltellare.

L’allegro circolo di Mrs Crawford – capitolo secondo –

Una lunga serie di interminabili presentazioni

La mattina del 2 aprile 1897, una carrozza dondolante e lenta, pesante di sonno, si fermò in Newhope Street 16, presso la casa di una certa Margaret Abigail Hateman; costei era una signora americana di mezza età, un tempo figlia di pionieri arricchiti capaci di edificare monumentali palazzi persino nelle terre più estreme, fisicamente imponente e forte come una puledra, la quale reprimeva un cuore e un corpo frementi sotto una sfilza di abiti inamidati e acconciature pomposamente articolate sulla testa, sempre in bilico tra l’inclinazione della fantasticheria e la compostezza della rispettabilità. Mrs Hateman aveva allestito una casa per fanciulle, vale a dire una sorta di locanda tutta al femminile in cui ragazze come Mrs Bookworks potevano alloggiare per 50 pences alla settimana, disponendo di una stanza singola, il cambio giornaliero di lenzuola e biancheria, colazione e cena, bagni e cucine in comune. Una mobilia vagamente da baita di montagna, cibo sostanzioso e tè forte servito a ogni ora costituivano il tratto distintivo del luogo. Era buffo pensare come un peccaminoso vizio potesse diventare una fonte decorosa di guadagno economico e sociale: Mrs Hateman − là nelle pianure dorate e ventose del suo paese d’origine lo sapevano bene tutti quanti − era stata una ragazzona vigorosa e determinata, virile come un toro, che ammansiva i cavalli più scalmanati e gareggiava in lotta a corpo libero e bevute colossali con i giovanotti della zona, destando ammirazione e disprezzo nello stesso tempo, come si conviene a una colorita leggenda locale. Una leggenda locale di cui col tempo l’intera comunità cominciò a vergognarsi, a causa di quello che si diceva in giro, ovvero che alla impetuosa Maggy non interessassero affatto i maschi quanto piuttosto le sue simili; le amiche e persino le cugine alla lontana cominciarono in massa a disertare gli inviti: quella turbolenta vivacità, quella chiassosa assenza di vanità femminile e pudore non erano più giudicate divertenti, esilaranti, trasgressive bambinate adolescenziali…no, erano diventate smaccate dimostrazioni di incivile depravazione e demoniaca lussuria. Le conoscenze speciali di Maggy, con cui trascorreva languide ore notturne nei granai, non si presentarono più agli appuntamenti segreti; ora, le conoscenze speciali, sono tutte signore sposate con una sfornata di figli al seguito, ma alcune non hanno scordato l’emozione mista a senso di colpa ed eccitante turgore che le prendeva alla vigilia di un incontro con Maggy. Tra di loro persino si frequentarono, una volta maritate, tutte parte di una buona società costruita sulle macerie della fatica, a immagine e somiglianza di un’Europa mitizzata, un vecchio continente colto e forbito, modello di un’apparenza perfetta e artistica. Quando si ritrovò sola con se stessa, sentendosi sporca e indifesa, decise di partire, e durante la cena del sabato in cui tutta la famiglia era presente, mentre si serviva la zuppa di manzo e patate fumante, si alzò in piedi e disse: “Me ne vado, levo le tende. Buona fortuna a tutti. Mamma, su, non piangere, e tu, papà, non nascondere di essere sollevato. Beth, mia adorata, ti lascio la collana di perle e i guanti di pizzo bianco…come sapete, a me non sono mai piaciuti, e non credo mi serviranno”. Su questo aveva torto, spesso si ripeteva guardandosi allo specchio per controllare fosse tutto a posto, i polsini della camicetta e il pettine di strass tra i capelli. Superata una prima fase di sconforto iniziale, in cui ogni forma di compromesso suonava come rinnegare la propria natura, adesso Maggy, Mrs Margaret Abigail Hateman, si gustava appieno la serenità dei suoi 50 anni suonati, godendo i frutti del lavoro, dell’indipendenza, del giusto guadagno, della compagnia fresca e allegra che le ragazze portavano in casa, assaporando l’ebbrezza di ogni contatto, indugiando talvolta troppo a lungo nella camera di alcune a piegarne la biancheria e sistemare il letto, senza tuttavia risultare inopportuna o invadente. La sua distaccata passione era al riparo in quel pezzetto di mondo felice che era stata in grado di crearsi….al riparo finché una linda casetta del medesimo quartiere avrebbe sempre tenuto aperto per lei la porta di servizio sul retro, quella che dava libero accesso alle camere private di una dolce e facoltosa signora, regolarmente sposata, la cui ormai ventennale intima compagnia costituiva la ciliegina sulla torta di una esistenza nata storta e finita con l’essere rispettabilmente solenne. Da quella carrozza, la mattina del 2 aprile 1897, scese naturalmente la nostra Mrs Bookworks, che venne accolta festosamente dalla padrona di casa e da un codazzo di altre fanciulle.
“Siete arrivata giusto in tempo per la prima colazione, mia cara, servita tutte le mattine alle 8.10 in punto nel salone principale e consumata insieme, così come la cena. Ci tengo molto a vivere due volte al giorno questo momento di aggregazione e ristoro. Lo trovo delizioso. Gradisce del té?”.
“Sissignora, grazie signora, ne berrei volentieri una tazza”.
“Mrs Margaret, prego. La torta, la torta, presto Susie! Oggi c’è anche un dolce fatto in casa, uno degli ennesimi esperimenti culinari con cui alle volte mi diletto e che, se di egregia riuscita, non esito a condividere con le mie ospiti”.
Sopraffatta da tanta genuina affabilità, dopo esserne stata lungamente carente, Mrs Bookwors si abbandonò con un sospiro alle agiatezze della sua nuova vita. Seduta accanto al fuoco, rimpinzata di delizioso té e con una fetta di torta adagiata sul piattino smaltato, non poté che sentirsi completamente felice. Aveva trovato, forse, una stanza tutta per sé .
Le ragazze della casa erano più o meno tutte della sua età e impiegate nel medesimo lavoro. Pare che la segreteria, come la modisteria parecchi anni addietro, si addicesse molto alle giovani leve. Nel suo primo giorno di libertà, Mrs Bookworks occupò il tempo nel sistemare la stanza e dare un’occhiata in giro; il letto era comodo e spazioso, l’armadio sufficiente a contenere un gran numero di abiti, cappelli e accessori, la scarpiera altrettanto grande per babbucce e stivaletti; un comodino posto accanto al letto, un lavabo, uno specchio, una poltroncina davanti alla finestra che dava sul terrazzino e una scrivania – soprattutto la scrivania! − completavano il quadro di una camera confortevole ed egregiamente raffinata. I libri occupavano tutta la superficie della scrivania, quindi vennero disposti anche nei cassetti e sul comodino, in bella vista, pronti a soddisfare ogni desiderio, fosse di un sonetto romantico o di un’avventura rocambolesca. Adelaide – suvvia, non fate quella faccia, ora siamo abbastanza in confidenza per apostrofarla in questo modo di tanto in tanto – amava leggere, sin da che ne aveva memoria, già prima dei sei anni, cosa che era stata più un danno che un vantaggio. Una naturale inclinazione alla solitudine emotiva, oltre che fisica, e alla riflessione lucida su ciò che le accadeva intorno, avevano portato il suo carattere a mutare rapidamente verso un’intensa maturità e profondità. Nonostante in pubblico fosse la creatura deliziosa e leggiadra che si diceva in giro, nel privato passava al setaccio il mondo circostante e le persone che lo componevano, ponendosi domande mute che mai avrebbe osato pronunciare a voce alta, cercando risposte e chiarimenti tramite le sole armi a disposizione, vale a dire l’ascolto degli altri, l’osservazione mirata, il pensiero indipendente che andava creandosi negli anni della sua formazione, crescendo di stimoli e fervore sotto gli occhi inespressivi e ottusi di un ambiente impomatato e frivolo, eppure crudele e spietato, pronto a perdere il proprio sorriso vezzoso nel giro di una serata per sostituirlo con il ghigno sornione di uno Iago inamidato. Quei trucchi, quegli inganni collettivi capaci di eleggerti re per poi sferrare un deciso colpo di stato, Mrs Bookworks li conosceva bene, ne aveva imparato, suo malgrado, i sottili meccanismi, ma era riuscita, grazie a una cultura superiore alla media conquistata con segreta passione, e una genuina bontà d’animo, ad arginarli a suo vantaggio e a danno di chi se li meritava. Ma, con una scrollatina di spalle, Adelaide pensò che era finalmente giunto il momento di accantonare simili amenità per dedicarsi all’incedere della propria vita che andava definendosi. Era nervosa per ciò che sarebbe accaduto il giorno successivo: non aveva mai lavorato in vita sua, mai preso ordini da nessuno che non fossero i suoi genitori; certo, era sveglia e veloce a scrivere e quindi riteneva di potersela cavare egregiamente. In fin dei conti, quale sarebbe stato il suo compito? Battere a macchina qualche lettera, fare il caffé, imbustare e spedire, ascoltare qualche lagna estemporanea, nulla di più. E poi, le colleghe. Colleghe, che suono meraviglioso! Così adulto e responsabile! Non compagne, non amiche…ma colleghe, il che suonava come: sono un donna grande, autonoma, con la testa sulle spalle e la consapevolezza di me stessa. La mattina seguente, il 3 aprile, alle 6.30 era già in piedi con gli occhi sbarrati. Il primo pensiero fu relativo all’abbigliamento, perché l’abito non farà il monaco, ma fa senz’altro la signora. Non voleva sembrare né troppo semplice né eccessivamente ricercata; l’idea da offrire, il più possibile aderente alla realtà, doveva essere quella di una giovane distinta e raffinata, ma nel contempo pratica ed efficiente, assolutamente non vezzosa. Le vezzose non avevano futuro in un luogo con molte donne e pochi maschi. Dopo una quindicina di minuti trascorsi a fissare l’armadio spalancato, annotò mentalmente alcuni completi possibili, li dispose in ordine sul letto e, passati altri dieci minuti, iniziò le prove necessarie. Via il nero e anche il marrone, per non parlare del viola, nonostante fosse il suo colore preferito. Alla fine scelse un abito grigio perla con profili in glicine, rassicurante e di ottima fattura sartoriale, che completò con guanti, cappello e borsa in tinta; il tallone di Achille, nel vero senso della parola, era costituito dalle scarpe. Mrs Bookworks, con suo grande rammarico e profondo disappunto del calzolaio, aveva dei buffi piccoli piedi che soffrivano enormemente con quasi ogni paia. Comodi stivaletti, in morbido camoscio, erano l’unica soluzione. Scese per la colazione con qualche minuto di anticipo, giusto per non sentirsi tutti gli occhi puntati addosso. Il massimo dello sguardo che subiva durante i pasti poteva essere quello stizzito di madre e nonna se mangiava con troppo gusto, nonché quello paterno se invece scartava le pietanze. Tutto sommato si trovò subito a proprio agio; le ospiti della casa, conformi allo stile di Mrs Hateman, erano fanciulle educate, rispettose, generose senza leziosità, che ben comprendevano il bisogno della loro nuova coinquilina di ambientarsi. Sicché nessuna le gettò strane occhiate quando si servì il secondo toast al prosciutto, o rise sommessamente quando assaggiò sia il caffé che la cioccolata. Per quel primo giorno di lavoro, l’arzilla proprietaria, sentendo un moto di simpatia e affetto per la nuova ragazza, le preparò lei stessa il pranzo da portarsi via, costituito da due sandwich al tonno e scetriolini, una fetta di dolce, un termos caldo di té e un altro freddo con acqua naturale. Mrs Bookworks, poco incline alla commozione in pubblico, a ricevere il prezioso pacchetto di cartone con il suo nome scritto a grandi lettere, sentì un coccolone salirle su per la gola.
“Da domani, mia cara, ti preparerai da sola il pranzo, siamo intese – disse bonariamente, sorridendo con evidente compiacimento, Mrs Hateman -. In cucina troverai tutto il necessario, non esitare a chiedere se manca qualcosa. E ora vai, che la carrozza aspetta”.
“Grazie, signorina, grazie infinite. Nessuno aveva mai fatto niente di così carino per me”, rispose Mrs Bookworks, confusa ed emozionata, e volò via prima di sentire la risposta.
Ogni mattina, alle 8.40 precise, una carrozza faceva il giro degli uffici portando le ragazze a lavoro, un’altra squisita premura di Mrs Hateman nei confronti delle sue protette, così potevano arrivare, usando le parole precise, “linde, in forze, pronte all’attacco”. Un orlo macchiato di fango e i capelli scompigliati dal vento mattutino di certo non costituivano una buona credenziale, era solita dire. E aveva ragione.
L’edificio davanti al quale venne fatta scendere Mrs Bookworks era molto meglio di come se lo immaginava. Grande, imponente ma piuttosto di buon gusto. Per un attimo, un solo secondo, la fervida fantasia di Adelaide prese il sopravvento, ed essa si trovò al cospetto di un antico maniero gotico dotato di vita propria, il quale sbraitava ai viandanti in erba come lei. Aspettò che alcune persone, abitudinarie, entrassero velocemente, per non essere vista da nessuno, benché le sembrasse che chiunque la squadrasse capendo perfettamente il dramma da novellina che si stava consumando nel suo cuore. Teneva stretta nella mano guantata la lettera di referenze compilata di sana pianta da suo padre e sottoscritta da alcuni datori di lavoro del circolo per gentiluomini, a garanzia delle competenze. Una volta entrata, chiese alla signorina del centralino, una ragazza bruttina e distratta, dove fosse l’ufficio del personale e salì le scale fino al piano indicato, il primo, dove venne accolta da una folta schiera di segretarie e buffi omini in doppiopetto, presi dal turbinio mattutino e ancora in fase di organizzazione. Indecisa sul da farsi, puntò dritto a un signore alto e abbronzato che continuava a fissarla sfogliando una serie di carte:
“Buongiorno, sono Mrs Bookworks, oggi è il mio primo giorno”;
“Mmmm, non l’avrei mai immaginato…l’ufficio di collocamento ce le manda sempre più timide accidenti…Io sono Mr Frédéric, molto piacere. Ora le spiegherò brevemente in cosa consisterà il suo lavoro e l’accompagnerò al piano assegnatole. L’avviso subito, signorina Adelaide -qui ci si chiama tutti per nome, bando alle ciance- che le altre ragazze con cui dividerà il resto della giornata d’ora in avanti sono un gruppo compatto e molto affiatato, che da anni porta avanti l’archivio dell’ufficio in totale armonia, senza pestarsi i piedi a vicenda né fare piagnistei. La maggior parte sono donne, quindi non credo di dover essere io a doverle dire come ci si comporta; ovviamente, per ogni sorta di problema e incomprensione, può rivolgersi a me”;
“Ebbene, io….”;
“Non interrompa mia cara, ora arriva la parte più importante. Il lavoro. Lei sa cos’è una professione, vero? Suo padre, accidenti a lui, deve averglielo spiegato in qualche modo! Comunque, quello di cui si occuperà sarà l’archivio comunale…ovvero registrare, compilare, protocollare, controllare, ordinare, esaminare, correggere tutte le scartoffie che le passeranno sotto mano…mi dicono lei abbia qualche competenza nell’ambito della scrittura, dunque si faccia valere. É tutto chiaro? Ha capito bene? Faccia si con la testa…e via, andiamo!”.
Adelaide, frastornata e perplessa da tante parole frettolosamente pronunciate, iniziò a rincorrere Mr Frédéric, il quale era già sgattaiolato via prima di finire il suo discorso. Dopo il corridoio, le scale a sinistra e quelle a destra, il magazzino dei tecnici e il reparto della cancelleria, finalmente una porta venne aperta e Adelaide si trovò al cospetto di una signora tozza dall’aria compatta, vestita in modo signorile, con i capelli castani e occhi marroni autoritari ma non privi di una certa dolcezza recondita.
“Ah, Mrs Sommerville, ecco qua la nuova ragazza di cui le parlavo, le ho già spiegato come funzionano le cose qui da noi e mi ha rassicurato circa la serietà dei suoi intenti e le capacità già acquisite in precedenza. Mrs Bookworks, le presento la direttrice dell’archivio comunale, la signora Sommerville. Mrs Sommerville, le presento la signorina Adelaide Georgiana Bookworks”;
“Molto piacere, signora Sommerville…è un vero onore entrare a fare parte di questo ufficio, farò del mio meglio…”. Fu tutto ciò riuscì a biascicare Adelaide, non appena il suo pigmalione tacque lasciandola in un imbarazzante silenzio.
“Se il suo meglio sarà sufficiente, Mrs Bookworks, allora andrà tutto bene…E ora mi dica: sa scrivere a macchina? Si? E far di conto? No? Mmm, questo è un guaio…ma tanto sono sempre io che revisiono i registri a fine mese…Legge velocemente? É in grado di dare una scorsa a un testo capendo di che diavolo si sta parlando? Ritiene di si? Oh meraviglioso! Lo ritengo anch’io. Mr Frédéric, torni pure al suo piano, mi occuperò personalmente di introdurre la signorina. Venga, mi segua”.

IL BOSCO – ultima parte –

Ed eccoci arrivati all’inizio di questa fosca storia di giochi infantili, vite spezzate e scherzi crudeli. Caroline aveva avuto ben sei figli, quattro femmine e due maschi sicuramente molto viziati; Sue era la primogenita e la preferita della madre: un male incurabile decise di portarsela via in un batter d’occhio, un refolo di vento primaverile che aveva emesso un giudizio impietoso. La mia amica della prima fanciullezza stava meglio di come mi aspettassi: credevo di trovarmi davanti una mamma affranta dal dolore, incapace di reagire, invece incontrai una donna prevalentemente stanca; vidi nei suoi occhi lo stesso sguardo sfuocato e pallido che talvolta avevo scorto nella mia. Forse, non avendo avuto figli, non potevo capire il perché di quello spegnimento emotivo.
“Caroline, tesoro…”
“Oh mio dio, sei venuta alla fine! Sono così felice di vederti…Saranno passati secoli e secoli, da quell’estate che…”
Caroline tacque e abbassò lo sguardo. Poi rialzò il viso, composta, e mi sorrise dolcemente. Prese le mie mani tra le sue, come quando eravamo delle ragazzine e cercava di calmare uno dei miei attacchi d’ira. “L’ira funesta di Achilla!” era solita apostrofarmi Aphrodite, detta Dita, che amava darsi mille arie e sfoggiare la sua presunta erudizione in fatto di mitologia classica.
“Come stai, che cosa hai fatto in tutti questi anni? Avrai viaggiato, ne sono sicura…Una mocciosa tremenda, io tentavo di starti dietro ma talvolta…accidenti a te, eri così difficile, scostante…Mi facevi paura sai? Avevo il terrore che non mi volessi più bene…E poi io mi sono sposata. L’ho sempre saputo che la casa era il mio destino, a seguire i figli e il marito. Hank, povero Hank, è stato un buon padre sai? Ma guardalo là, seduto tra la vedova Bates e quel suo compagno di stanza del college – non mi è mai piaciuto, devo ammetterlo – …è distrutto, più di me”.
Alla fine della funzione, una cerimonia molto triste ma dignitosa che aveva saputo contenere la propria drammaticità, Caroline mosse lo sguardo fino a rintracciarmi tra la folla, e quando mi strinse tra le braccia il suo gesto emanava un sincero affetto e un sollievo davvero commovente, a riprova del fatto che le prime impressioni della gioventù sono le più difficili da scacciare via, nonostante gli anni di mezzo a ricordarci del tempo perduto e raramente di quello guadagnato.
“Cosa ho fatto…cosa ho fatto…mah, in realtà nulla di importante! Non mi sono sposata e come ben sai non ho voluto figli, tanto sapevo che ne avresti sfornati tu per entrambe!”.
La risata genuina di Caroline, strappata a bruciapelo in circostanze tragiche, mi diede una stretta al cuore profonda, come un laccio emostatico serrato attorno a un braccio moribondo.
“E dimmi, adesso cosa farai? Intendo dire…Santo cielo qua la gente si sta ingozzando come una banda di maiali, avrai bisogno di una mano a pulire e sistemare…e poi magari ci beviamo una buona birra insieme, anche con Hank, che ne dici? Sicuramente avrai saputo cosa è successo alla vecchia ghenga, una volta ho incontrato Dirty Kit e mi è sembrato ancora più…”
“No”
“No…Come scusa? Cosa?”
“Sai cosa vorrei veramente fare? Vorrei andare nel “bosco”. Oh ti prego, mi ci porti? È l’unica cosa che ti chiedo, l’unica che ti abbia mai chiesto in tutti questi anni!”.
Guardai Caroline sbigottita. Il “bosco”? Ah, già…quella sporca palude. Era una richiesta talmente fuori contesto che di primo acchito mi sentii disorientata. La verità è che non pensavo che lei se ne ricordasse. Credevo fosse un oggetto desueto riposto ai margini della coscienza, un elemento sullo sfondo della vita senza importanza. Io sapevo cosa significasse per me, ma non sapevo cosa rappresentasse per Caroline. O meglio, sapevo che quando dormivo i miei incubi possedevano sempre la sostanza del male, e che tutti i sonniferi del mondo non bastavano a cancellare le macchie scure di cui ogni bel sogno veniva invariabilmente insozzato; sapevo che i miei quadri e le installazioni artistiche si erano vendute bene, fino a un certo punto, e che quel critico aveva chiuso le porte della mia carriera con un articolo al vetriolo che si concludeva affermando che “oggi è una bella giornata, sono felice. Perché guardare una sua opera?”; sapevo che il mio ultimo amante, ormai risalente a qualche anno fa, mi aveva lasciata in malo modo urlandomi in faccia “cazzo ma tu non sei normale, fatti vedere da uno bravo!”; sapevo che la mia psicologa, la stessa terapeuta ormai da dieci anni, continuava a ripetermi che dovevo “fare il punto della situazione”, “riappropriarmi del mio io profondo” e altri bla bla bla sul mio inconscio restio a mostrarsi. Sapevo che tutto ciò mi sommergeva come un’onda dell’oceano, e ogniqualvolta l’avvertivo sovrastarmi e abbattersi con potenza, vedevo il “bosco”, e la “cosa orribile”, e allora, in quel preciso momento, mandavo tutto a puttane.
“Tesoro…andiamo?”
“Caroline…andiamo dove? Ne sei sicura?”
“Andiamo nel bosco”.
Ripercorremmo la strada della nostra infanzia, in silenzio, senza suoni. Il mio cuore batteva forte e sentivo il tum tum tum nelle orecchie, in gola, nella testa. Avrei dovuto portarmi via il mio analgesico preferito. Caroline pareva in pace con se stessa, una martire dall’occhio mistico. Camminava adagio, con le mani incrociate dietro la schiena e un golf di cashmere rosa chiaro appoggiato sulle spalle leggermente incurvate. Per la prima volta da quando mi trovavo in sua compagnia, avevo il sospetto che lei avesse un vantaggio su di me. Il “bosco” era molto simile a come lo ricordavo, gli anni non si erano accaniti su di lui con la stessa foga con cui aveva trattato noi. Sostammo lì davanti per un po’, io con imbarazzo, Caroline con un senso di pacifica sottomissione. Trascorsi ormai almeno dieci minuti in totale contemplazione, intimai di andarcene.
“Non ancora…dobbiamo aspettare”
“Che cosa dobbiamo aspettare?”. Cominciai a pensare che la morte di Sue avesse avuto delle serie ripercussioni sulla sanità mentale della mia povera amica.
“Dobbiamo aspettare Katy Bell”, replicò Caroline continuando a sorridere e abbassandosi lentamente fino a slacciarsi le scarpe. Io la osservai con orrore mentre era intenta a togliersi le calze e arrotolarsi i pantaloni.
“Vieni? È arrivato il momento”
Ero talmente sconvolta che non dissi nulla e come un automa eseguii l’ordine. Tolsi le scarpe e le calze, sistemai il tutto accanto alle paia di Caroline e afferrai la sua mano protesa verso di me, fiduciosa. Quando misi il piede in acqua, immergendolo in quel fiume che non osavamo un tempo oltrepassare nemmeno con la fantasia, Caroline iniziò a piangere sommessamente. Giungemmo subito dall’altro lato, e sentii il mio corpo tremare e il cuore gemere dalla paura. Avvertivo la presenza della cosa orribile, e spiando di sbieco Caroline capii che l’avvertiva anche lei. Un trinciare metallico, secco, putrido, un rumore sordo e strascicato. Stringendoci forte la mano, ci voltammo. Ed eccola là. Dall’altro lato, dal nostro lato della palude, la zona inviolata e sacra dove ci sentivamo protette. Il mostro era proprio lì, dove un attimo prima ci trovavamo noi e dove eravamo solite giocare e giocare e giocare, anche quell’estate dell’82, la più calda di cui avevo memoria. Lentamente, assaporando il momento atteso per anni, alzò il braccio e mentre compiva l’azione mi accorsi con disgusto che le sue mani…le sue mani erano umane! E le zanne dov’erano finite? Eppure, ero sicura che ci terrorizzassero solo a guardarle! Quando il braccio peloso e forte fu dritto davanti a noi, ci puntò addosso il dito indice. Un piccolo, soffice dito, per una morbida e paffuta manina di bambino. La mano di Katy Bell. E all’improvviso ricordai tutto.

L’afa era insopportabile. Mi ero alzata con la luna di traverso e mi stavo già annoiando alle dieci del mattino. Caroline era proprio scema. Continuava a chiedermi se le donava di più il rosa acceso o l’azzurro carta da zucchero. Io seguitavo a non ascoltarla e rimuginavo su cosa fare di quella opaca giornata. Proposi di andare nel “bosco” a esercitarci con la fionda. Ero forte nel tiro al bersaglio e volevo dare una bella lezione a quel pallone gonfiato di Little John. “Noooo fa troppo caldo, andiamo a berci una gazzosa e a guardare la tv…”
“Oddio se sei una rompiballe Girly…diventerai una mollacciona flaccida e smorfiosa! Dai, monta sulla bici!”
Sbuffando, ma non osando contraddirmi, Caroline ubbidì. Dopo circa un’ora dal nostro arrivo, vedemmo sbucare all’orizzonte Katy Bell.
“Accidenti, col cavolo che ce la cucchiamo anche oggi quella lì! Vieni Caroline, nascondiamoci!”.
Ci acquattammo tra la poca vegetazione presente, ma la bimba ci scorse quasi subito e venne verso di noi sgambettando allegramente. Decidemmo per il gioco del silenzio e le voltammo le spalle. Magari si stufava e andava via. Dopo mezz’ora era ancora lì che tentava di attirare la nostra attenzione, e ci toccava, e ci stringeva, e ci faceva mille domande idiote. A un certo punto, la buttai a terra spazientita. Mi sentii subito meglio e ghignai. Katy Bell si mise a frignare e le dissi di andarsene. A quel punto scoppiò in lacrime. Caroline ebbe un fremito e le si avvicinò. Ma io la bloccai. Le impedii di abbracciarla. Forse, se non avessi impedito quel contatto, tutto si sarebbe sistemato. Stavo in piedi, sudata e rossa in faccia, e fissavo la piccola fulminando la mia amica con lo sguardo, minacciandola di non muoversi. Presi un bastone e feci il gesto, solo il gesto, di colpire Katy Bell, la quale spaventata si alzò e camminando all’indietro cadde.
“Adesso vado dalla TUA mamma e dico tutto!”
“Caroline, tienila ferma”
“Che cosa vuoi fare? Ti prego…basta…lasciala andare, non è successo niente”.
Un secondo dopo, io ero nella cucina di casa mia a ingozzarmi di panini imbottiti e Caroline si era comprata un rossetto nuovo color pesca. Non ricordavamo nulla.

“Da quanto lo sai?”
“Da quando Sue è morta. Anzi, i primi ricordi mi sono venuti in mente con il sorgere della malattia. Ogni analisi, ogni seduta di chemio, era un tassello in più. Ho condannato io mia figlia, l’ho consegnata alla morte di persona, e ho forse espiato la mia parte di colpa. E tu? Che modo ha trovato Katy Bell per farti patire le pene dell’Inferno?”.

Quella stessa notte, Caroline morì nel sonno, e io finalmente compresi il perché di tutte quelle frustrazioni, dell’assenza di figli, della psicanalisi fallita, degli incubi notturni, della rovina della mia vita condotta come un vecchio orologio rotto a cui manca la vite di supporto. C’era sempre un ingranaggio che non funzionava, qualcosa che non andava e mi faceva sentire come quella torbida estate dell’82: indifesa, spezzata, colpevole. Ah, quasi dimenticavo: io sono Chastity. Chastity Ann Miller, detta Boogie perché spesso me la squagliavo con Honey Moon e i suoi cugini a ballare nelle bettole di quart’ordine di Lexington dove i genitori proibivano di andare e in cui i negri ormai si erano abituati al mio “ritmo bianco”, come lo chiamavano.
Durante una vacanza, avevo circa quarant’anni anni, una vecchia zingara chiese di leggermi la mano. Io non volevo, ma gli amici che erano con me al ristorante insistettero moltissimo, dato che tutti ci erano stati: “Dai Boogie, che ti frega? È solo un gioco!”. Già, solo un gioco. Tesi la mano con il palmo aperto rivolto verso l’alto, e quella bizzarra donna mi guardò con uno strano occhio obliquo, de rettile, maledettamente familiare: fu come viaggiare nel tempo e nello spazio, all’improvviso mi ritrovai nel bosco, con Caroline e Katy Bell, abbracciate tra loro, e tutto andava per il meglio. Non era successo niente. La zingara ebbe un fremito lungo il corpo decrepito e sussurrò “Boogie eh, come l’uomo nero?”
“No, come la danza. Mi piaceva ballare, una volta”
Credo fu in quel momento che iniziai a ricordare qualcosa. Boogie come Boogey – Boogyeman – l’uomo nero che ci spaventava da bambini, Boogie come Bogie, gli spiritelli cattivi e meschini che vivono nell’ombra e mia nonna si raccomandava sempre di non irritare, Boogie come Bogs, le terre di mezzo abbandonate dove erano costretti a vivere gli uomini banditi dalle proprie comunità. Boogie come Chastity Ann, divorata dal buio nella palude. La mia infanzia crollò, si schiantò al suolo come la coppa d’oro di Henry James : uno svelamento atroce, ingiusto, dogmatico, deciso a priori anzitempo. Ora sapevo che la cosa orribile nel bosco, ero io.

IL BOSCO – III parte –

Katy Bell era scomparsa da un paio d’ore e l’allarme aveva coinvolto l’intero quartiere: tutti i nostri padri avevano avuto un permesso speciale per uscire prima dalla fabbrica o interrompere il lavoro nei campi per dare una mano nelle ricerche. Le donne si erano subito attivate per preparare quintali di limonata fresca, hamburgers e focaccia da distribuire agli uomini che stavano collaborando. La madre di Jamie e Katy Bell se ne stava seduta in cucina o sotto il portico, in piedi, sgranando il rosario che portava sempre al collo e muovendo le labbra ininterrottamente, emettendo parole mute. Il via vai in casa era continuo, sincopato e rapido come una spietata coreografia teatrale in cui ciascuno recita una parte assegnata e ben studiata. Le anziane preoccupate ma rassicuranti; le più giovani appartate a confabulare, fumando ed esclamando acute frasi di conforto; le madri solidali, premurose, strette in un abbraccio che sembrava una morsa d’acciaio avvolta attorno all’abitazione della sventurata famiglia. Tutta l’azione spettava agli uomini: i vecchi, che ben conoscevano il territorio, indicavano le strade da battere, i padri si dividevano i compiti e a gruppi di due o tre rastrellavano zone differenti; persino i giovani, solitamente sfaccendati, si davano da fare. Per un giorno intero la vita della strada si cristallizzò nella staticità dell’attesa. Personalmente, tutta quella faccenda ci stava solo giovando. Dopo una serie di domande concitate su dove avevamo visto per l’ultima volta la piccola, nessuno ci prestò più attenzione. Io riuscii addirittura a mangiarmi tre panini imbottiti e bere quattro gazzose senza che mia madre se ne accorgesse. Al calare della sera, parve chiaro a tutti che fosse necessario l’intervento della polizia. Katy Bell era scomparsa ormai da quasi otto ore. Non fu un uomo a scovarne le tracce, bensì un cane.
Per la precisione, il vecchio Pëter, il bastardo spelacchiato di nonno Joe, come lo chiamavano tutti, il novantenne che abitava nella fattoria di confine tra il nostro quartiere e la prima periferia di Lexington.
Pëter era un cagnone invadente e mezzo cieco, esattamente come il suo padrone, che si metteva sempre in mezzo convinto di essere ancora nel fiore degli anni, esattamente come il suo padrone quando si sistemava la camicia e i pochi capelli radi sulla zucca non appena scorgeva una donna all’orizzonte. Ma Pëter ci conosceva, e a modo suo ci voleva bene. Non ho mai creduto alla fissa per i cani, bestie senza cervello che si vendono al primo boccone di cibo, ma per alcuni provavo simpatia: mica mi potevano piacere tutti, del resto anche le persone suscitano sentimenti contrastanti. Quando la polizia diede ai cani addestrati i vestiti di Katy Bell da annusare, il vecchio Pëter, che girovagava nei dintorni quasi volesse rendersi utile, si gettò nella mischia con un balzo prodigioso e ficcò il muso nell’abitino rosa. Impazzito, emise un possente latrato e corse veloce come il vento seguito a ruota dai pastori tedeschi del vice sceriffo Clifford. Non ci volle molto per udire un abbaiare sordo, lugubre, battente come un tamburo africano, provenire dalla palude. Quando la polizia e gli uomini accorsero, si trovarono davanti agli occhi una scena inaspettata, imprevista, che li costrinse a fermarsi per qualche secondo: i cani immobili, disposti compostamente a semicerchio, rispettosi e solenni, e Pëter che si lamentava sommessamente tentando di muovere un fagotto inerme che non conservava alcuna forma umana. Il suo ululato pigolava come un pianto disperato, e le grida che da lì a breve si sommarono ad esso riempirono l’aria di un canto maledetto.
Quello che accadde a Katy Bell diventò un mistero locale e i nostri genitori tentarono di far trapelare meno dettagli possibili. Ma si sa, i delitti possono restare impuniti ma non segreti, e una morte atroce diventa immediatamente di dominio pubblico. La stampa si scatenò intorno al caso: c’erano giornalisti dappertutto che facevano domande a raffica annotando le risposte su rigidi bloc-notes di pelle nera; gli articoli si susseguivano all’interno dei quotidiani e ognuno ipotizzava piste differenti. La polizia brancolava nel buio, come si suol dire, e l’Fbi azzardava teorie che non trovavano riscontro nella realtà dei fatti e nelle prove raccolte. Si cercò di collegare l’assassinio ad altri simili in modo da ipotizzare l’esistenza di un serial killer di bambini, ma le modalità bizzarre di quel particolare omicidio rimasero circoscritte e isolate. Per quanto gli adulti tenessero le porte chiuse e parlassero sottovoce tra loro, noi sapevamo. I grandi pensano sempre di proteggerci restando in silenzio, ma non si accorgono che l’assenza delle parole giuste crea solo una voragine di vuoto e di morbosa curiosità che i bambini cercano di colmare nei modi più sbagliati possibili. Sapevamo che Katy Bell era stata picchiata selvaggiamente. Sapevamo che era stata spogliata e tenuta a lungo con la testa nell’acqua limacciosa del fiumiciattolo che separava la palude dal “bosco”. Sapevamo che la sua maglietta era stata appallottolata e ficcata in bocca affinché non urlasse mentre veniva seviziata con un bastone appuntito. Sapevamo che il suo cranio era stato spaccato come una nocciolina e i lunghi capelli color grano strappati alla radice e usati per fare dei macabri fiocchi spruzzati di rosso legati attorno alle caviglie e ai polsi.
Il caso non venne mai risolto, l’assassino non fu mai preso. Dopo settimane e settimane di ricerche, indagini e stratagemmi, la polizia e i federali smisero di cercare e conclusero che il colpevole era sicuramente uno sbandato di passaggio, un vagabondo, forse un bracciante stagionale ormai lontano e che probabilmente aveva ucciso in un raptus di follia. Si allontanarono verso ovest per stanarlo, dicevano di avere una pista da seguire. La città di Lexington e il nostro quartiere tirarono un sospiro di sollievo: solo uno straniero, uno venuto da fuori, avrebbe potuto commettere un tale abominio. Loro non c’entravano, la gente perbene, l’avevano sempre saputo, nonostante gli sguardi maligni e le supposizioni più meschine strisciassero di casa in casa, di pub in pub, di canonica in canonica. Ma ora che la comunità era stata scagionata, tutto tornò alla normalità. L’estate volgeva al termine e maturava nei colori saturi di agosto, arancio verde smeraldo e marrone bruciato. Noi crescemmo, rimpinguando le file degli adulti disillusi e squallidi. Di notte, sognavo sempre di tornare nel “bosco” dove mi ero sentita così fortemente me stessa.

Quando l’estate passò e la scuola riprese il suo corso, io e Caroline iniziammo a perderci di vista. Scoprimmo di essere ormai troppo diverse. Lei prese ad atteggiarsi sempre più da oca e a quattordici anni poteva già vantare due fidanzati ufficiali e qualche flirt. Io mi buttai nello studio e nelle varie attività, lo sport, la banda della scuola, il volontariato con mia madre. Non ebbi un fidanzato per molto, molto tempo. Qualcuno disse che ero lesbica. Giunte agli anni del college, ci allontanammo definitivamente: io mi laureai in sociologia presso l’Università di Chicago, Caroline invece si sposò con un giocatore di baseball abbastanza noto e sfornò una nidiata di figli. Vissi appieno i miei anni Novanta: andai a vivere a Seattle, nonostante il diniego della mia famiglia, seguii la scena grunge anima e corpo, piansi alla morte di Kurt Cobain e maledissi il cattivo ascendente esercitato da Courtney Love, m’innamorai di Chris Cornell dei Soundgarden e di tutti gli Alice in Chains senza distinzioni, ebbi una serie di ragazzi – solo musicisti, nemmeno a chiederlo – ma non riuscii mai a instaurare un legame solido e stabile. Le mie erano passioni violente, drammatiche, cinematografiche: possedevano tutta l’apparenza dell’amor fou ma non la sostanza dell’amore. Mi piaceva dibattermi in quelle relazioni false, ipertrofiche, in cui i sentimenti venivano urlati e sbattuti in faccia ma raramente provati per davvero. Una galleria di ritratti ibridi e sterili che bastavano a loro stessi e morivano, frigidamente, ripiegandosi come un foglio di carta dato alle fiamme che si accartoccia malamente in un pugno bruciacchiato e arreso. Un giorno ricevetti una lettera inaspettata: era di Caroline, che mi pregava di tornare a casa. Sua figlia Sue era morta, e lei voleva fossi presente al funerale insieme a tutti gli altri. Non potei dire di no e prenotai il volo. Non tornavo a casa da almeno cinque anni.

IL BOSCO – 2 parte –

Eravamo un bel gruppetto di scalmanati lungo la via dove abitavamo, all’estrema periferia di Lexington : un altro mondo rispetto alla città che andava via via sviluppandosi. Baby Boy, il ciccione che vinceva tutte le gare di abbuffate anche contro i grandi; Dirty Kit, che era capace di suonare con le scorregge l’intero alfabeto e renderlo addirittura riconoscibile; Jamie Big Tree, il ragazzino muto a cui facevamo un sacco di scherzi alle spalle, ma che poi ci batteva regolarmente nelle gare sugli alberi: nessuno saliva più veloce di lui!; Aphrodite, detta Dita, la cui madre era una fanatica religiosa con l’ossessione per la mitologia greca; Honey Moon, che era nera come la pece e magra come un’asse di legno, dotata di una folta chioma di treccine e di denti bianchissimi, una fila di piccole lune: il papà di Honey Moon era l’uomo più gentile e buono del mondo, ma non si fermava mai a bere una birra ghiacciata da Smutty dopo il lavoro, insieme ai nostri padri…quando gli chiesi il motivo, mi rispose che “i negri non reggono l’alcool, quello è roba da bianchi”; allora, si sedeva da qualche parte sul ciglio della strada, con la schiena rivolta verso le case e lo sguardo che vagava da una piantagione all’altra, accendeva un sigaro puzzolente e intonava una cantilena sconosciuta, che non apparteneva a questo tempo ma possedeva un suono antico e triste. Infine, io e Caroline Girly, la mia amica del cuore, la quale fedele al proprio cognome era una ragazzina molto femminile, sempre intenta a scovare nuovi smalti e rubare i rossetti alle sorelle maggiori: la gente della comunità ripeteva spesso che “la Girly n. 4 rischiava di diventare la più smorfiosa e superficiale della famiglia”. Infine c’era Little John, grande e grosso come un montone, dotato di una stazza fuori dal comune: incuteva timore anche negli adulti, e tutti cercavano di non irritarlo. Una volta aveva preso per il coppino e sollevato da terra il parroco nell’ora di catechismo, solo perché gli era stato chiesto di fare silenzio durante la preghiera. Little John non era cattivo, ma bisogna sapere come prenderlo.
E poi c’era Katy Bell, la piccolina del gruppo. La lagnosetta. Aveva quattro anni ed era la sorella minore di Jamie Big Tree: bionda, paffuta, morbida come una ciambella appena sfornata, ci seguiva dappertutto e voleva sempre essere coinvolta nei nostri giochi. “Jamieeeee Jamieeeee Jamieeeee” gridava tutto il tempo, non accorgendosi che il fratello non poteva sentirla mentre lei arrancava dietro di noi cercando di starci dietro. Il padre di Jamie e Katy Bell era un falegname dinoccolato e smilzo, che odorava sempre di segatura e tabacco; la madre invece aiutava in negozio Merle, la parrucchiera dalla chioma fulva e dalle tette gigantesche. Erano brava gente, e nonostante la scempiaggine di Jamie adoravano i loro figli: quando tutti nel quartiere iniziarono a mormorare e compatire i genitori per via del figlio muto, che in realtà era sordo e quindi muto per conseguenza – scoprii in seguito -, invece di nascondersi e chiudersi a riccio si mostrarono in giro più spesso del solito, e ogni volta che qualcuno si soffermava troppo a guardarli, il padre istintivamente stringeva a sé le spalle di Jamie e gli accarezzava la schiena con una lieve pressione della mano callosa. Katy Bell era la mascotte di tutti, persino mia madre si scioglieva in un sorriso quando la vedeva. Ma a noi rompeva le scatole da morire: noi non eravamo adulti, non sentivamo per quella mocciosa lo stesso trasporto di quei grandi burberi che mai cedevano a un gesto di tenerezza se non in sua presenza. Katy Bell aveva il dono di ammansire gli animi, quietare le pene, allietare le feste di paese.
“Oh guardate Katy Bell come mangia il gelato!”
“Come ti chiami tesoro? Fai sentire alla signora come dici bene il tuo nome, su!”
“’ety ‘ell!”
E tutti giù a ridere come matti. Ma adesso Katy Bell era morta, e niente sarebbe mai stato come prima.

Non volevo andare al funerale, ma mia madre mi fulminò con lo sguardo e disse che ero una piccola peste insensibile senza sentimenti. Fui costretta a indossare l’abito nero con le calze e le scarpe di vernice. Mi grattai per tutto il tempo perché la pelle si era irritata a contatto con il sudore e il nylon. Era presente mezza Lexington credo. Si vociferava che ci fossero addirittura il sindaco e le autorità locali. Una tensione terribile si percepiva fin dal sagrato della chiesa, come la minaccia di un temporale improvviso sulle nostre teste. Il terrore serpeggiava tra i banchi, una presenza palpabile e oscura che si faceva strada tra le mani giunte, i menti chini e le palpebre abbassate. Quando muore un adulto il dolore è silenzioso e composto. Ma quando muore un bambino non c’è alcuna pietà e la sofferenza si fa urlante e sorda al perdono. I genitori, che immaginavo distrutti dal dolore, erano seduti in prima fila con i parenti più stretti, i nonni, gli zii e i cugini arrivati in massa da un’altra città vicina. Non riuscivo a vederli, ma alzandomi bene sulle punte potevo scorgere Jamie che si dondolava su e giù, alternando dei movimenti lenti e rotatori a scatti di rabbia nei quali si sbatteva la testa con il pugno chiuso; la madre invece pareva in trance, non si muoveva e restava immobile come una statua di sale. Poi, per una frazione di secondo, vidi il padre. Deglutii forte per spingere nella gola quella palla di saliva asciutta che mi ardeva in bocca. Il cambiamento era stupefacente: quell’uomo era passato dall’essere alto, magro, sodo e scattante ad assomigliare a un vecchio. I capelli, corvini striati da qualche filo d’argento, erano diventati tutti bianchi. Eppure, erano trascorsi solo pochi giorni. Questa è una cosa che non seppi spiegarmi se non con il tempo. Il corpo senza vita di Katy Bell venne ritrovato nel “bosco”. E da quel momento la cosa orribile sparì, come per magia. Io e Caroline ci accorgemmo allora che provavamo una specie di nostalgia: qualcosa di importante ci era stato sottratto, lo sentivamo, e dal giorno in cui il mostro scomparve dalle nostre vite un pezzo di cuore s’inabissò anche dentro di noi. Decidemmo di non dire a nessuno il motivo della morte di Katy Bell. Perché ci pareva ovvio fosse stato il mostro a commettere quell’atto, probabilmente un giorno che la bambina ci stava seguendo, come faceva spesso, e magari aveva attraversato il fiume per cercarci.

IL BOSCO – 1 parte –

1,2,3,_105

(liberamente ispirato alla lettura di La Cosa nella foresta e altri racconti di A.S. Byatt)

«There is a house in New Orleans
They call the Rising Sun.
It’s been the ruin of many a poor girl,
And me, O God, I’m one.

If I had listened what Mama said,
I’d ‘a’ been at home today.
Being so young and foolish, poor boy,
Let a rambler lead me astray.

Go tell my baby sister
Never do like I have done
To shun that house in New Orleans
They call the Rising Sun.

My mother she’s a tailor,
She sewed those new blue jeans.
My sweetheart, he’s a drunkard, Lord, Lord,
Drinks down in New Orleans.

The only thing a drunkard needs
Is a suitcase and a trunk.
The only time he’s satisfied
Is when he’s on a drunk.

Fills his glasses to the brim,
Passes them around
Only pleasure he gets out of life
Is hoboin’ from town to town.

One foot is on the platform
And the other one on the train,
I’m going back to New Orleans
To wear that ball and chain.

Going back to New Orleans,
My race is almost run.
Going back to spend the rest of my days
Beneath that Rising Sun»

House of the rising sun, ballata folk di metà Ottocento

Non ci vedevamo da molti anni. Per la precisione, cinquantatre anni esatti. Oh, il nostro aspetto era cambiato, eccome: le gote rosee e paffute avevano lasciato il posto a un viso rugoso e stanco, i capelli vaporosi, quasi cangianti, erano ormai radi e acconciati in modo tale da dare solo una pallida parvenza di volume e ariosità. Io e Caroline eravamo state amiche, molto amiche, di quell’amicizia totale e assoluta tipica delle scuole medie, quando non si è più del tutto bambine ma nemmeno ragazze: le nostre sorelle, loro sì che erano ragazze, e come tali ci trattavano con sdegno e alterigia, troppo impegnate nel rincorrere l’ideale fresco di femminilità che si schiudeva davanti agli occhi e dentro i corpi, dibattuti tra bramosia e timore, leggerezza e profondità. Gli adulti invece, dimentichi sia della giovinezza che dell’innocenza, erano troppo indaffarati nell’affanno della vita, e ricambiavano distratti i nostri sorrisi indagatori che chiedevano soltanto affetto, ascolto, sincerità ma non comprendevano la natura della depressione e del cinismo che parevano aleggiare nell’aria come un morbo stanco che sta per piantare radici ma non ha più nemmeno la forza di fare quello. Era estate. Una torrida, appiccicosa estate americana tipica del sud. Era il 1982, e mentre gli adulti grondavano sudore e gli adolescenti si appartavano a pomiciare, noi bambini giocavamo. Ci si alzava presto, sulle otto, accaldati e affamati: un succo di frutta, una tazza di cereali, qualche cartone animato alla televisione, e poi si scendeva in strada. Alle nove tutti i bambini del quartiere erano presenti, incuranti della canicola, pronti a seguire l’unico dio a cui erano fedeli, ovvero il gioco e il divertimento in piena libertà. Si aspettava l’estate per mesi e mesi, durante i quali ci si trascinava tra la casa, la scuola, la messa domenicale, le feste di compleanno, le attività sportive ed extra scolastiche. Ma ci sembrava un carcere, una vita da reclusi, senza il profumo e l’ebbrezza dell’aria aperta come complice e del sole alto per amico. In estate invece era tutto facile…i vestiti si facevano più leggeri e colorati, i pranzi familiari più veloci, senza il polpettone della nonna o il granturco bollito, i controlli dei grandi meno pressanti e perentori. Le scorciatoie per eludere le domande della mamma diventavano semplici, efficaci, e del resto il nostro mondo e il loro senza il collante rappresentato dalla scuola e dal catechismo non trovava molti punti d’unione.
Io e Caroline avevamo il nostro posto segreto. Una piccola porzione di piantagione sfuggita al controllo dei proprietari terrieri e che in realtà nessuno voleva: si estendeva sul retro delle fattorie dove abitavamo ed era tagliata dall’autostrada. Poche pannocchie, sbiadite e stanche, ci crescevano malamente, e il tasso di umidità, confuso con lo smog, raggiungeva livelli stellari; un fiume largo circa due metri, un ruscello limaccioso e marrone ci separava dal campo. L’aria era insalubre, densa, solida: ma là nessuno ci veniva a cercare, e noi ci sentivamo felici. Non attraversammo mai quel fiume finché non ci rivedemmo, cinquantatre anni dopo. Due bambine coraggiose fermate da un paio di metri d’acqua che non arrivavano oltre i polpacci, che cosa assurda penserete voi. E lo era davvero, tuttalpiù per chi ci conosceva. Santo cielo, se ne avevamo combinate insieme! Una volta fummo espulse da scuola per una settimana, “le terribili gemelle” ci chiamavano, per via dei nostri capelli biondo grano che parevano appartenere alla stessa persona. Il fatto è che là, oltre il fiume, nel bel mezzo di quella palude abbandonata e fetida, c’era una cosa orribile. E finché noi stavamo al di qua, lei restava al di là. Si limitava a guardarci e noi, per un tacito accordo, giocavamo sempre nello stesso posto come se niente fosse, fingendo di non vedere nulla di strano o raccapricciante. Con il tempo, ci abituammo alla bizzarra presenza e smettemmo di sentire i brividi di freddo e i peli ritti nonostante i quarantacinque gradi all’ombra. La cosa orribile abitava nel “bosco”, così avevamo battezzato il luogo. Nel bosco Biancaneve aveva incontrato i sette nani e impietosito il cacciatore, Rosaspina era stata tratta in salvo dalle fatine buone per poi crollare in un sonno eterno fino all’arrivo del principe, Cappuccetto Rosso si era scontrata con il lupo, Pollicino aveva disseminato le molliche di pane per fare ritorno a casa, Hansel e Gretel erano giunti alla casetta di dolciumi della strega. Quelle fiabe ci parlavano di ragazzine coraggiose, principesse un po’ svenevoli, di buoni e di cattivi, ma soprattutto ci insegnavano che le persone a noi più vicine potevano essere capaci di atti terribili e crudeli. Perrault e i fratelli Grimm indussero il nostro cuore al dubbio, alla sfiducia nei confronti dei grandi, coloro che avrebbero dovuto proteggerci e amarci e invece ci avevano lasciato al nostro destino di tedio, noia, sbando esistenziale, perse così tra le strade, i campi e il cortile della scuola, condannate a una vita in serie tra le case popolari, le fattorie, il lavoro a cottimo, gli sporchi sotterfugi adolescenziali e il menefreghismo omertoso che caratterizzava la gente di quartiere che per secoli e secoli se n’era fottuta dei negri, della crisi economica, del Ku Klux Klan, dei Viet Cong e del Watergate.
La cosa orribile era un mostro peloso, grande, dotato di zanne: poteva sembrare un orso da lontano, ma aveva un muso da scimmia e occhi da rettile. Faceva schifo per quanto sbavava e tirata su con il naso. Era perennemente intento a mangiare qualcosa: trinciava, inzuppava, grugniva, masticava. Ci domandavamo spesso dove trovasse il cibo e soprattutto cosa mangiasse. Chi era? Da dove veniva? Usciva mai da quel posto o se ne restava sempre rincantucciato lì? E con noi cosa c’entrava? Non aveva l’aria di volere farci del male, ma fissava, fissava e fissava…con quei due occhi obliqui, umani, freddi, per nulla incuriositi ma soltanto gelidi e immobili. Eppure, pareva desideroso di instaurare una forma di comunicazione, di dirci qualcosa. Potevamo forse comprenderci? La prima volta che lo vedemmo fummo schockate e corremmo via con tutto il fiato e la forza che avevamo in corpo; in seguito, morbosamente attratte, non ne parlammo mai tra di noi, noi che ci dicevamo proprio tutto, ma bastava uno sguardo silenzioso carico di significato: “Andiamo”. E lui, il mostro, era sempre là, come se ci aspettasse. Mai una volta lo vedemmo arrivare o andare via. Era come se facesse parte del luogo, una specie di guardiano spaventoso, terribile, dalle voglie insaziabili e dalla lingua enorme, rossa e sanguinolenta. Una visione oscena e pornografica che ci metteva in guardia, con violenza e mistero, dal mondo che ci circondava.
E poi accadde. Qualcuno scoprì il nostro rifugio, e le conseguenze furono terribili. Un bel giorno arrivammo appena dopo cena per un ultimo ritrovo serale, correndo sulle biciclette scalcinate e scrostate, e vedemmo un mucchio di gente. C’erano le volanti della polizia, un’ambulanza e una serie di strani volti che puzzavano di Fbi lontano un miglio. E a un certo punto, tra la folla, la vidi. Mia madre. Piangeva e si torceva le mani in preda a un tic nervoso, lei così distante e accigliata, dura e severa. Caroline iniziò a singhiozzare forte. Io sentii un nodo alla gola che mi strozzava, poi svenni. “Katy Bell è morta”.

L’allegro circolo di Mrs Crawford – prologo –

Nel 1897, all’età di diciannove anni suonati, le scelte di vita decorose per una ragazza di buona famiglia erano due: trovare marito e sposarsi in quattro e quattr’otto, offrendo una cerimonia dignitosa rallegrata da torta e punch per tutti, o studiare l’arguta scienza della dattilografia e venire impiegata in un qualche ufficio della città, uno di quei bugigattoli lindi e rispettabili situati in certe palazzine ai margini dei quartieri alti, dove uomini poco attraenti e donne compite andavano e venivano dalle 9 alle 17. Fu così che, la mattina del 1 aprile di quell’anno, al cospetto di un padre furente e una madre indignata, la signorina Adelaide Georgiana Bookworks scelse la seconda via, “il freddo planare verso il declino della solitudine”, come disse la governante in lacrime, agitandole la spazzola davanti al naso. Mrs Bookworks, così la chiameremo noi, era stata una graziosa e ubbidiente figliola, allegra e vanesia a sufficienza per far scemare in un amorevole riso collettivo tutte le aspirazioni letterarie e artistiche che nutriva. Fringuello canoro dolce e argentino, le sere attorno al fuoco scoppiettante nell’imponente soggiorno venivano allietate da quei sollazzi letterari accolti con garbo e compiacenza da genitori e fratelli. Una bella damina scrittrice, quanto folklore delicato per una famiglia borghese di fine secolo! Continuarono a pensarla così anche quando si presentò il giovane Oliver Rockwood III, tirato a lucido, con la biancheria fresca, il viso smagliante, simbolo nascente della florida industria paterna che si stava facendo strada nell’odontoiatria, il quale suonò il campanello nascosto dietro un enorme mazzo di gardenie costosamente incartate; continuarono a pensarla così anche quando il giovin signore venne messo alla porta, con aria confusa e rosseggiante: una pacca sulla spalla da parte dei fratelli e del padre di lei, qualche cinguettante risolino intonato dalle zie, e tornò subito il buon umore in quel volto da luna piena. Una proposta di matrimonio tanto vantaggiosa non si può rifiutare, che diamine! “La nostra piccola Adelaide è solo intimidita da cotanta magnificenza, Mr Rockwood, verrà ricondotta alla ragione in men che non si dica, glielo garantisco”. Ma nessuna parola detta da qualsivoglia membro della famiglia valse un mutamento d’idea da parte della nostra piccola Mrs Bookworks, la quale dichiarò apertamente quanto le rivoltasse lo stomaco il solo pensiero di diventare la nuova Lady Rockwood, piacente signora di nobili costumi e chiacchiere inconsistenti nel serpeggiare dei garden party estivi e dei pranzi di beneficenza invernali. Detto questo, e alla parola “stomaco” pronunciata con un’enfasi quasi volgare che a momenti causava un colpo apoplettico all’anziana nonna, il consiglio genitoriale, presieduto da una schiera di agguerriti ministri e giudici, decise per l’emarginazione sociale e mise la signorina alla porta, dopo aver raccolto con incredibile zelo in due valigie di pessima qualità le sue cose, i vestiti, i libri, i quaderni, gli oggetti della toletta personale. Contemporaneamente a ciò, con la medesima pronta velocità, il padre, tramite un giro di telefonate, riuscì a procurarle in un colpo solo vitto e alloggio: una graziosa stanzetta in una pensioncina modesta ma elegante, un posto di lavoro come segretaria in uno di quegli uffici sbiaditi e vacui cui accennavamo all’inizio. L’ammissione in chiesa e al seguente pranzo domenicale, cui tutta la famiglia partecipava, dovevano costituire l’unico piacere e svago possibile. Nonostante la situazione non fosse delle più rosee, un guizzo d’ineffabile sfida mista a compiacimento balenò per qualche attimo sul volto di Mrs Bookworks, la cui nenia ricorrente in tutto quel trambusto scandaloso era solo…libertà! Indipendenza! C’era da scommettere che una rigorosa povertà priva di trastulli e cameriere francesi fosse preferibile a un’opulenta gabbia di cristallo dove dibattersi con le ali spezzate sul nascere.
Fu così che, in una soleggiata mattina di primavera, una nuova vita iniziò per la nostra giovane e intraprendente protagonista.

La povera tragica – prima parte –

(liberamente ispirato al film La donna del tenente francese)

“Buongiorno, sono il dr. Hunt”;
“Buon per lei. E io sono la signora Fisher”.
La locandiera non mi stava degnando di uno sguardo e avevo il sospetto si burlasse di me. Tuttavia, attesi qualche minuto prima di tornare alla carica. La pazienza è un’ottima virtù, e io non amavo essere precipitoso. Il viaggio era stato piuttosto stancante, la diligenza continuava a saltare lungo quelle strade accidentate e per tutto il tempo mi ero tenuto aggrappato alla borsa da lavoro: non volevo rischiare che qualcosa si rompesse o subisse danno. I miei compagni di viaggio appartenevano alle specie più disparate, e io mi ero divertito a osservarli cercando di stimare una possibile classificazione. Avete mai notate come certi esseri umani siano incredibilmente simili agli animali? La locandiera, il tipo Fisher davanti a me, mi ricordava ad esempio un fenicottero.
“Scusi, sono qua per la camera”;
“E non poteva dirlo subito? Voi forestieri siete sempre troppo cerimoniosi e ci mettete un secolo a dire quello che avete in mente. Ecco, tenete la chiave: camera 3, secondo piano”. La signora prese a squadrarmi da cima a fondo, con occhi sospettosi; sarebbero arrivate delle domande, me lo sentivo.
“Cosa diavolo ci fa lei in questo posto dimenticato da Dio?”;
“Sono un medico. Devo svolgere delle ricerche di lavoro”;
“Un che? E che ricerche fa un medico? Non dovrebbe essere in un ospedale a curare la povera gente?”; capii dal tono indignato di voce che giudicava la cosa alquanto riprovevole.
“Sono un entomologo, un medico naturalista, in anno sabbatico. È uscito da poco il sorprendente libro del dr. Darwin e ho bisogno di tempo per studiarlo…inoltre ho scoperto che proprio qui, a Sadwood, vive una colonia di insetti unici al mondo e io…..”;
“Insetti? Non avrà mica degli insetti dentro quella sua strana borsa vero?”;
“No no, non si preoccupi! Io studio gli animali e soprattutto gli insetti, relazionando le mie scoperte al mondo degli uomini”;
“Non ho capito, ma non voglio sentire altro. Tenga qua, ma l’avverto…se vedo soltanto uno di quei piccoli esseri disgustosi giuro che la faccio sbattere fuori da qui in men che non si dica”; era furibonda, lo si capiva distante un miglio.
“Niente animali, ho capito. L’assicuro, mia cara signora Fisher, che non ci saranno problemi”;
“Mmmmm, sarà meglio per lei”.

Mi affrettai a salire le scale, prima che ci ripensasse su e mi facesse davvero sloggiare. Era stata un’impresa ardua arrivare in quel remoto angolo della Cornovaglia e non vedevo l’ora di esplorare il territorio circostante. Il dr. Forster, fidato amico e valente supporto scientifico, mi aveva raccontato che nella zona era nata una particolare colonia di strane formiche che non rientrava in nessuna classificazione conosciuta fino a quel momento. Con tutto questo interesse sorto attorno all’evoluzione della specie, in pochi si occupavano degli insetti, ma io continuavo a ritenere avessero un’importanza cruciale nel nostro panorama odierno. Talvolta avevo il fermo convincimento che il mio cognome avesse davvero gettato le basi del mio destino, e spesso in maniera alquanto bizzarra.
Quindi, ero partito senza indugio verso la nuova avventura, che immaginavo ricca di novità. Un quaderno nuovo, rilegato in pelle e già rigato all’interno, non aspettava altro che le annotazioni e i disegni che avrei raccolto. La camera era abbastanza accogliente; sobria nel gusto, gradevole e pulita. Decisi di riordinare le mie cose e uscire per una prima perlustrazione. Avevo visto dei bei boschi durante il tragitto e la suggestione me li faceva supporre davvero affascinanti.

Di soppiatto sgattaiolai fuori dalla porta della locanda, con fare circospetto. Non volevo incontrare la signora Fisher più del necessario, e supponevo che i pasti venissero per lo più consumati tutti insieme nell’ampia stanza che avevo scorto all’ingresso. Riuscii ad uscire senza dare nell’occhio; fino all’ora di cena ero salvo. Avevo però sottovalutato gli abitanti del paese e l’effetto che il mio abbigliamento avrebbe potuto suscitare. Come saprete, per un’escursione bisogna indossare i capi adatti: stivali in caso di pozzanghere e fango, cappello a falda larga per proteggersi dal sole e da tutto ciò possa cadere dall’alto in un bosco fitto, bastone da passeggio per aiutarsi nei punti più impervi, un fazzoletto di lino legato attorno al collo che all’occorrenza può assolvere a molte funzioni, senza scordare il cannocchiale, le pinzette, i guanti, il coltello infilato nella bisaccia della cintola e la lente d’ingrandimento. Una volta, durante un viaggio in Africa, scoprii di non essere sufficientemente attrezzato per fronteggiare ogni tipo di situazione ed emergenza… ma lì, a Sadwood, scoprii altrettanto presto di esserlo fin troppo. Annotai nel quaderno: “Stivali bassi. Niente fazzoletto. Forse posso anche fare a meno del coltello. Ho avuto difficoltà a comprare il pane e le mele. Adeguarsi all’ambiente”.

Superato il centro del paese, una piccola congregazione di stampo medievale, raggiunsi un sentiero soleggiato e spazioso, il cui silenzio era spezzato solo dal frinire dei grilli e dallo sbattere d’ali degli uccelli. Il sapore di campagna, così genuino e pacifico, mi mise di ottimo umore e gustai quella passeggiata con spirito bucolico. Sono una persona ansiosa e ci metto molto tempo prima di sentirmi a mio agio, e questo vale per i luoghi, per le situazioni e soprattutto per le persone, soprattutto quelle di cui colgo al volo il pensiero che traspare con malcelata indifferenza dagli occhi. Quando cominciai ad addentrarmi nel bosco, la sensazione di serenità si fece ancora più forte e assoluta. Sentivo la presenza degli animali, qua e là, intenti a condurre la loro vita segreta che noi uomini possiamo soltanto sfiorare, e ammiravo la cura, la dedizione, l’operosità con cui conducevano l’esistenza, con pensieri così diversi dai nostri eppure simili nelle funzioni: mangiare, dormire, generare, morire.
Ero intento a trovare e mappare tutte le colonie di formiche della zona, quando udii un fruscio tra gli alberi che mi risvegliò dallo stato di profonda concentrazione in cui ero caduto. Non era inusuale per me cacciarmi nei guai in quei momenti, come un moderno Talete; la mia mente, assorta nella riflessione e incurante delle circostanze, non captava altro che i frutti dello studio, come un medium in trance: una volta caddi in un fiume, all’indietro, poiché troppo interessato a osservare un nido dalla struttura molto strana posto su dei rami; oppure, e questo fu ben peggiore, mi capitò di investire la moglie del rettore dell’università di Cambridge mentre passeggiava lungo i viali del campus ascoltando il marito che le faceva da Cicerone in attesa del thé. Da quel giorno, le sue cespugliose e folte sopracciglia bianche si aggrottano ogni volta che m’incrociano.
Ciò che vidi, seguendo il rumore delle foglie, mi stupii alquanto. Un esemplare magnifico. Davvero notevole, regale. Snello, nervoso, dalle tinte autunnali del rosso fulvo e del bianco crema, con una nota di ambra laccata. Camaleontico, quasi si confondeva nella vegetazione lussureggiante, languido e dondolante come certe pantere da cui ero miracolosamente sfuggito (ma questa è un’altra storia). Non assomigliava a nessun altro esemplare visto finora. Provai ad avvicinarmi per guardare meglio, ma non appena si accorse della mia presenza scappò via con un’agilità sorprendente, scendendo giù giù dal tronco e saltando a piè pari, netti e precisi, prima di correre via.

“Siete in ritardo”. Mrs Fisher mi stava aspettando alla finestra, con le grosse braccia tornite appoggiate sui fianchi. La vidi da lontano, tornando dalla gita. Non mi piace essere fissato, mi fa sudare in maniera incontrollata i palmi delle mani.
“Mi perdoni, cara signora, ma i dintorni sono talmente belli che mi sono perso”, tentai con una galanteria, ben sapendo quanto i paesani amassero i luoghi in cui erano nati e vissuti, ritenendoli superiori a tutti gli altri, anche se non li avevano mai visti e non sapevano nemmeno cosa fosse “altro”.
“Allora, tutti hanno già cenato, perciò vi accontenterete di quello che è rimasto. Carne fredda, salsa, patate, birra chiara e una fetta di torta ai mirtilli”;
“Sembra tutto buonissimo, ma potrei avere dell’acqua, per favore?”;
“Acqua??”.
La signora Fisher pareva insultata oltre ogni dire. Gli occhi porcini, già piccoli, si fecero minuscoli, due fessure cariche di odio.
“Mi scusi, forse dovete uscire, a quest’ora tarda, e andare a prenderla, la birra andrà benissimo… ”;
“No, non è quello. È che qui gli uomini bevono birra. E anche le donne”.
Detto questo, sbatté sul tavolo un’enorme brocca di ceramica decorata, con dentro l’acqua. Ne bevvi un sorso; la gola riarsa ebbe difficoltà a deglutire.
“Mia cara signora, posso farle una domanda?”; la mia curiosità era più forte di ogni altra cosa, quindi mi azzardai a interpellarla.
“Posso restare in piedi o devo prendermi una sedia? Sono stanca, ho lavorato tutto il santo giorno e le mie povere gambe sono ormai due vecchie bisacce”;
“Non saprei, dipende dalla risposta. Potrebbe essere molto breve, o molto lunga”;
“Quindi?”;
“Mi chiedevo… mi perdoni, è una stupida sciocchezza…Insomma: chi è quella giovane donna che ho scorto oggi nel bosco, appollaiata sui rami di una quercia che oserei dire secolare? Ha una folta chioma fulva, un abito verde salvia, e… ”;
“La Povera Tragica. Ho capito, devo proprio prenderla quella sedia”;
So cosa state pensando. Pensate che io sia matto, e forse anche irrispettoso. Era una donna quella che avevo visto oggi nella natura.
“E chi sarebbe? Perché se ne sta sorniona come un gatto a osservare il vuoto, selvatica, scappando via dalla civiltà e dimenticando, va detto, ogni minima forma di buona educazione?”;
“Vuole sentirla una storia, Mr Hunt, e assaggiare un goccio della mia ottima birra chiara, fresca e schiumosa?”.
La signora Fisher si era addolcita; forse per la prospettiva di avere compagnia, o per il piacere di poter tirare fuori, dopo tanto tempo, una storia sepolta che ormai destava l’interesse solo dei forestieri. Iniziai a rilassarmi e la pregai di raccontarmi tutta la vicenda, senza trascurare alcun particolare.

“Jane è la figlia adottiva di un mio lontano cugino, il signor Clayton. I genitori morirono quando lei era molto piccola, a stento li ricorda, e mi creda, forse è meglio così. Il suo prozio e la moglie, non potendo avere figli, decisero di prendersene cura come fosse la loro vera figlia, e Dio solo sa quanti sacrifici fecero per darle un’istruzione elevata. Qui a Sadwood siamo gente semplice, Mr Hunt, ma mio cugino vanta antichi natali e decise di onorarli crescendo la figliastra come una dama della miglior società. Le aspettative non vennero deluse, e Jane rivelò doti straordinarie, come voi stesse avrete intuito. Insomma, siete un dottore, qualcosa dovreste capirlo. Non solo era graziosa, di una bellezza particolare, ma anche gentile, colta, dolce, intelligente e allegra come mai si era visto prima in una signorina. Si poteva udire la sua risata per l’intero circondario! Tutto filò liscio e perfetto: conobbe un bravo giovane, lo sposò – oh, una cerimonia davvero splendida! – e fu una moglie devota e innamorata. Poi, purtroppo, il marito, il signor Davis, si ammalò gravemente e il cielo lo chiamò a sé in men che non si dica. Ah, che grande disgrazia fu quella per Jane… era distrutta dal dolore, ma con il passare dei mesi la situazione diventò davvero bizzarra. Al giorno d’oggi molte persone muoiono, voi lo sapete bene, è nell’ordine delle cose! Ebbene, lei non si è più ripresa, e ormai sono passati quasi dieci anni! Jane non fu più la stessa: smise di farsi vedere in paese, rifiutò di tornare a vivere con i genitori, vendette la casa e con il ricavato acquistò un piccolo cottage vicino al mare, difficile da raggiungere; tre volte alla settimana i figli degli Smith si danno il turno per consegnarle i viveri, ma hanno paura di lei, si rende conto, paura! C’è da dire che, effettivamente, è diventata una persona alquanto inquietante… I capelli non sono mai acconciati, li tiene selvaggi e liberi, per non parlare degli abiti… mi scusi, Mr Hunt, ma ha detto di non tralasciare alcun dettaglio…io credo…temo addirittura che non indossi il corsetto, e Dio mi perdoni per averlo anche solo pensato! La nostra piccola, cara Jane divenne con il passare degli anni una leggenda locale, come una storia di fantasmi narrata ai bambini per fare paura, e il nome con cui viene chiamata è…”;
“… la Povera Tragica”, conclusi io senza nemmeno accorgermene.
“Allora, Mr Hunt, che ne pensa di questa faccenda?”;
“Beh, mia cara signora Fisher… dico che c’è qualcosa che non mi quadra, qualcosa che forse sfugge a tutti noi”;
“Ah è così?”. L’ostessa assunse quell’aria di rimprovero che avevo imparato a conoscere non appena messo piede nella locanda. Capii subito di aver detto la cosa sbagliata… qualcosa che metteva in dubbio le parole e il racconto che ormai da dieci anni si perpetrava e reiterava sempre uguale a se stesso.
“Non mi fraintenda. Ecco, ora si sieda qua, proprio davanti al fuoco, le porto qualcosa di caldo da bere. Mi ascolti… proviamo ad analizzare insieme la faccenda, ci dev’essere qualcosa, un tassello mancante. Vuole provare, per amore di Jane?”.
La signora Fisher non sapeva cosa pensare, rimase di stucco di fronte a quella sollecitudine, lei che era sempre e solo abituata a servire e riverire.

“Possiamo provarci… anche se non ho la più pallida idea di cosa intenda fare…ma non le garantisco proprio un bel nulla!”;
“Si si, ho capito, non c’è problema, ma ora non perdiamo altro tempo, il filo dei ricordi non deve essere perso, ogni distrazione potrebbe essere fatale al processo di associazione mentale”;
“Associache? Oh al diavolo, porti quel boccale e iniziamo. Ma niente diavolerie qua dentro, che è una casa timorata di Dio questa!”;
“Ora, cara signora, sgomberi la mente… non pensi a me, non pensi alla locanda…si concentri su Jane. Come conobbe Mr Davis?”;
“Come tutte le signorine dabbene conoscono i loro mariti, bontà divina! Fu presentato da mio cugino in persona, il padre adottivo. Un bravo giovane, solido e dignitoso”;
“Quindi, possiamo dire che non fu un innamoramento reciproco e spontaneo? Venne indotto, stimolato…”;
“Sempre amore è, cosa vuole che importi?”;
“Certamente, ma… cosa ricorda di Jane quando conobbe Mr Davis? Lei le disse qualcosa, manifestò una qualche predisposizione particolare verso quell’uomo che si apprestava a sposare senza quasi conoscerlo? Faccia uno sforzo… ”;
“Mi sembrava contenta… un poco taciturna, ma la timidezza è un pregio nelle giovani spose virtuose”;
“Si, ma proprio felice…era felice?”;
“Beh – tentennò la signora Fisher – proprio felice non direi… anzi, i giorni che precedettero le nozze mi sembrò addirittura malinconica; attribuii la causa al fatto che stava per lasciare la casa dov’era cresciuta con tanto amore…Dopo qualche mese, era la persona più allegra del mondo, quindi non detti alcuna importanza a ciò che avvenne prima. Pensai solo che dopo i primi scossoni andava tutto per il meglio. Si sa, i primi mesi di matrimonio sono i più difficili, ma poi… si sistemano le cose”;
“Accadde qualcosa? Intendo dire, tra la malinconia e la gioia? Nel mezzo, ricorda se ci fu qualche avvenimento importante?”;
“No… qua non succede mai nulla…a meno che…aspetti un momento! Si, ora rammento…in quel periodo attraccò al porto una nave della marina e i marinai, con il capitano, alloggiarono in città, anche nella mai locanda…dei bei giovanotti divertenti e festaioli, sa!”;
“E quando ripartirono, questi simpatici giramondo, cara signora Fisher?”;
“Ma guardi che buffo, ripartirono proprio quando il povero Mr Davis lasciò questo mondo!”.
Emisi un profondo sospiro e mi dondolai a lungo con la sedia, in silenzio. La signora Fisher, come immersa in una sorta di fantasticheria, seguitava a ripetere tra sé e sé “ma che buffa coincidenza, ma come ho fatto a non pensarci prima…”. A un certo punto, mi alzai di scatto e iniziai a camminare per la stanza.
“Devo vederla. Devo parlarle”;
“Oh, non mi pare una buona idea dottore… ha già sofferto abbastanza, io non saprei… ”;
“Ho formulato una teoria. Ora devo dimostrarla. Domani mattina, di buon’ora, andrò in passeggiata e vedremo come succede. Buonanotte, signora Fisher!”.
E uscii dalla stanza con un’enfasi inconsueta, dopo aver declamato a voce alta e concitata. L’ostessa non ci capiva molto. Dormì male, per tutta la notte un fastidioso pizzicorìo le diede noia al naso, come se un folletto dispettoso si fosse intrufolato nella sua stanza per giocarle uno scherzo.
Io invece non dormii affatto. Ripensai continuamente a ciò che avevo visto – lo splendido esemplare di donna-cervo – e alla storia sentita. Non potevo fare a meno di pensare a quella nuova, bizzarra, “scienza” (come si ostinava a chiamare qualche coraggioso luminare avanguardista) di cui blaterava sempre il dr. Freud. Non gli avevo dato molto credito, all’inizio, ma bisognava ammettere che sapeva il fatto suo, e questa sera le libere associazioni mentali avevano, effettivamente, funzionato: gli atti mancati, i limbi nascosti, erano stati parzialmente svelati. Freud era un ometto piuttosto simpatico, dalla parlantina sciolta e accattivante. Piaceva alle donne, ma destava sospetto negli uomini. Nessun padre desiderava che la propria figlia facesse la sua conoscenza, e in pochi anni da ciarlatano era diventato invece una personalità non ancora del tutto rispettata, ma sicuramente ascoltata. Avevo assistito a molte sue conferenze, durante i miei viaggi a Vienna, in Europa e a Trieste; ascoltavo tutto quello che riuscivo a comprendere su inconscio, pulsioni di vita e di morte, isteria, nevrosi, libido. Nessuno, prima di allora, pronunciava con tale naturalezza parole come “libido” in un contesto pubblico…una volta, alla parola “orgasmo”, la signorina Fanny Wilkinson, zitella di mezza età che bazzicava l’ambiente universitario di Londra, svenne emettendo un suono così acuto e stonato che fece ridere mezza sala, la metà giusta che non era indignata.
Ebbene, ora, alla luce della strana storia della Povera Tragica, le elucubrazioni del dr. Freud non mi sembravano più tanto assurde e prive di senso. Una logica c’era: innegabilmente, è un fatto, la mente di quella donna aveva subìto un contraccolpo pesante e qualche rotella aveva smesso di funzionare alla maniera convenzionale. Una falla, ecco. E io intendevo scoprirla.

Era quasi mezzogiorno quando imboccai il sentiero scosceso che portava alla casa diroccata a strapiombo sul mare. Un’aria settembrina, frizzante, agitava il pulviscolo invisibile dell’atmosfera come tanti mulinelli smossi da fate e gnomi. Il porridge della colazione mi aveva saziato a dovere, mi sentivo in forze e camminavo di buona lena. Non sapevo come avrebbe reagito la Povera Tragica, la donna-cervo, nel vedermi. Non sapevo se avrebbe voluto parlami. La signora Fisher, dopo la nostra conversazione della sera prima, era stranamente tranquilla, ma nel servirmi il pasto si torceva le mani come in preda a un segreto tormento.