Baci rubati

Questa non è una storia di libri e nemmeno di biblioteca, ma il mio è un “fuori tema” tutto di cuore!

Ho sempre amato i treni, poiché mi danno la giusta cifra del viaggio. Seguono, come surrogati, gli autobus e le corriere, i quali non offrono neanche lontanamente le stesse sensazioni ma danno ugualmente la possibilità di osservare un mondo diverso dal proprio, di sfiorare per una breve porzione di tempo attimi di vita altrui. Talvolta, nella monotonia di un’attività ripetitiva a scansione oraria in cui tutto si ripete identico a se stesso, giorno dopo giorno, un’illuminazione cambia l’asse della quotidianità regalando un momento di fuggevole bagliore. Il bagliore che di recente mi ha colpita si è mostrato qualche mese fa, alle ore 14.20 di un tiepido pomeriggio di giugno al termine della giornata scolastica.
L’autobus, incolonnato nel bel mezzo di una coda infinita, è rimasto fermo un pezzo sullo stesso punto; guardando fuori dal finestrino mi sono accorta che ero a pochi metri dal cortile di una scuola media. “Le medie, quanto le ho odiate…quanto detestavo essere così piccola ed esile, quasi invisibile, mentre la maggior parte delle mie compagne era in rigoglio, sbocciata, con il seno prorompente e il lucidalabbra al sapore di fragola che faceva capolino come un marchio esclusivo…”: questi, più o meno, i miei pensieri spaziando lo sguardo da una recinzione all’altra, passando in rassegna gli angoli di un giardino brullo, calpestato, usurato, che scatenavano dentro di me il motore dei ricordi e la scomodità di una rimembranza passata basata sull’imbarazzo piuttosto che sulla dolcezza.
Sobbalzando al ritmo rumoroso dell’autobus, notai che c’erano due ragazzi nel cortile, proprio davanti a me, un maschio e una femmina: biondi, alla moda ma non troppo, speculari. Si guardarono distrattamente per qualche secondo, tamburellando i piedi per terra e stringendo dietro la schiena un oggetto invisibile. Poi, all’improvviso, si baciarono di colpo, rispondendo a un ordine segreto, con uno slancio carico di ansie e aspettative. Lei appoggiò le mani sulle spalle del ragazzo; lui, timidamente, mise le sue sui fianchi della ragazza. Immobili, non osando andare oltre, rimasero così, come le statue greche di due giovinetti o di due innamorati ostacolati dal destino, magari un fauno e una ninfa, oppure un aedo e una principessa.
Quando l’autobus ripartì, erano ancora abbandonati l’uno sull’altra in quello che mi pareva essere, fulgido come una stella (parafrasando Keats), l’estasi di un primo, castissimo bacio. Che io avevo rubato, sì lo ammetto, e impudicamente gustato riconciliandomi idealmente con la ragazzina che ero stata, perdonandola finalmente per tutti i sotterfugi, i trucchi, i torti che pensavo di aver subito a tradimento e che invece erano solo la risposta a un’eccessiva sensibilità.

Mi accorsi che non ero l’unica ad aver rubato quel bacio. Una giovanissima donna, un’adolescente, ricambiò il mio sguardo sorridendo tra sé: la madeleine aveva avuto effetto pur in assenza di odore e sapore, il dolcetto a forma di conchiglia imbevuto nel tè aveva conservato la propria fragranza e il gusto ricco di un piccolo, delizioso viaggio nel tempo.
In fin dei conti, avere 13 anni non è poi così terribile.

In omaggio alla dimensione del viaggio, ecco una poesia di Caproni che amo moltissimo

“Congedo del viaggiatore cerimonioso”

Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.

Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l’ottima compagnia.

Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.

Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte:
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.

(Scusate. è una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch’io mi domando perchè
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l’uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch’essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare).

Dicevo, ch’era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale
anche questo – odiati
su più d’un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos’importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l’ottima compagnia.

Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto s’io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.

Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.

Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.

Scendo. Buon proseguimento.

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