Una donna di provincia – terza parte –

A metà della terza settimana, finalmente il capo la mandò a chiamare. Una pratica urgente, da sbrigare al più presto. “Avanti Ida, va’ su in ufficio, che ha bisogno di te”, esclamò Doris di punto in bianco. Ida sobbalzò visibilmente, presa alla sprovvista. Un trasalimento corporale non esente da un sottile brivido di eccitazione lungo la schiena, fino in gola. “Un piccolo momento di ansia”, si giustificò arrossendo violentemente; “stupida, stupida ragazza” sibilò a denti stretti, rimproverando a se stessa quell’anelito di emozione ingiustificata, da giovinetta inesperta e svenevole. Salì le scale con una lentezza che esasperò Doris, la quale osservava con le mani appoggiate sui fianchi, scuotendo la testa in un impercettibile gesto di stizza.
“Ah bene, eccola, ho proprio bisogno di lei”, disse il signor Sermoni con un tono ansioso che trasmise un senso di angoscia anche a Ida.
“Si sieda lì, e scriva il comunicato che le detterò”;
“Si, signore”. Ida, già di poche parole, pareva aver perso l’uso della lingua italiana. Si sentiva la gola secca e il respiro affannoso. Il capo si accese una sigaretta e iniziò a declamare, preciso e metodico, scandendo bene le parole; la voce era alta, schietta, roca: non poteva essere fraintesa, una voce padrona, ampia, fatta per l’ascolto. Dominava la scena con decisione. Nello scrivere Ida, aveva ritrovato l’autocontrollo. “Un attimo di panico, nulla più” pensò tra sé, continuando meccanicamente a pestare i tasti. Quando il signor Sermoni fece una pausa, ella emise un flebile sospiro di sollievo.
“Beve qualcosa, un drink?”;
“Solo un bicchiere d’acqua, grazie”;
“Acqua, per la miseria. Io la bevo solo quando sono ammalato o depresso… ma immagino non sia il suo caso, vero?”. Ida scosse la testa in segno di diniego.
“Lei dove abita? Vive ancora con i suoi?”;
“In periferia. Si, con i miei genitori”;
“E perché diavolo non si è ancora sposata, Cristo santo?”;
“Beh… presumo perché nessuno me l’ha chiesto…”;
“Sciocchezze! Significa solo che lei non ha dato a nessuno il permesso di chiederlo!”.
Ida doveva aver spalancato tanto d’occhi, poiché lui continuò a pontificare sull’argomento.
“Ma si… prenda mia moglie, ad esempio. Non mi chiede mai niente, e poi non so come finisce sempre che faccio quello che vuole, accidenti!”. A quel punto si fermò, come se avesse visto qualcosa di strano, anomalo, negli occhi di lei, che affascinati ma duri come pietre lo fissavano immobili, cerulei e privi di espressione.
“Il falco… ecco cosa mi ricordano…gli occhi del falco”. Ida si ostinava a non dire niente, nessuna di quelle rassicuranti frasi di circostanza che le signorine sono così abili nel pronunciare compiacenti. Il signor Sermoni, dopo aver inghiottito l’ultimo sorso dal suo bicchiere, proseguì indiscreto.
“E un fidanzato? Almeno quello ce l’ha?”;
“Nossignore. Possiamo continuare, adesso?”;
“Certo… come no. Scriva”.
Terminato il comunicato, lui lo scorse rapidamente e non riscontrò alcun errore, né di grammatica né di battitura.
“Bene, molto bene… è in gamba lei, sa? Una tosta”;
“Posso andare?”;
“Si. Buona serata, signorina”;
“Anche a lei, signore. A domani”.
Si girò, avviandosi verso la porta e sentì puntato sulla schiena lo sguardo dell’uomo, violento e indagatore. Quando posò la mano sulla maniglia, una voce la fece trasalire.
“Ida, avrò ancora bisogno di lei. Presto”. Uscì senza dare cenno di aver udito una parola.
“Allora, com’è andata?”, chiese subito Doris appena Ida prese posto alla scrivania.
“Non capisco perché questo compito non possa averlo una di voi, che siete qua da più tempo”;
“Oh tesoro… è andata così male?” domandò sorniona Doris con uno sguardo malizioso e incalzante, a metà tra la burla e la pietà.
“No, affatto. La mia era solo una curiosità. Benissimo”.
“Tutte noi l’abbiamo fatto. È irritante, non trovi, venir chiamata di punto in bianco in ogni momento della giornata…è come avere un marito! Una vera seccatura… appunto per questo ce ne liberiamo appena ne abbiamo la possibilità. E al signor Augusto, tutto sommato, piace vedere facce nuove”.

Nel frattempo, Ida andava affinandosi. Di nascosto, come fosse un’azione sporca e immorale, iniziò a comprare libri e riviste d’alta moda, che divorava alacremente in pausa pranzo o la sera prima di dormire. Elle, Vogue. Jane Austen, Henry James, Zola, i pensieri di Pascal e Montaigne, addirittura quello scandaloso Tropico del Cancro di cui aveva sentito parlare in autobus da un gruppo di giovani studentesse tutte fossette e risolini. Non voleva acquistarlo, ma non sapeva come si era trovata alla cassa di un mercatino vicino casa sua, una domenica in cui era uscita a fare una passeggiata.
“Psss, psss”, si era sentita chiamare dalla venditrice, una donna dai capelli tinti di rosso veneziano e con un generoso petto che ti puntava contro come un ariete da combattimento. “Pss… venga qui signorina, dico a lei!”; Ida si era guardata attorno per un po’, facendo finta di niente, finché non aveva più potuto evitare di rispondere. Una volta avvicinatasi, la donna disse di soppiatto: “Lo conosci? Ne hai sentito parlare? È appena uscito, ma viene venduto sottobanco…e sai perché? È sconcio da morire! Accusato di oscenità e blasfemia… avanti, prendilo! Hai proprio l’aria di averne un gran bisogno!”, scoppiando in una risata rauca e farsesca, che attirò gli sguardi delle altre persone. Ida, esasperata da quel clamore, prese il libro, se lo ficcò in borsetta e cacciò i soldi in mano alla venditrice, vergognandosi per tutto il tragitto di ritorno a casa. Le sembrava che la gente potesse vedere attraverso il tessuto e, di conseguenza, dentro di lei.
Alla sera, leggendolo quasi di nascosto da se stessa, aveva provato un indefinibile senso di emozione mischiato al disgusto. Trovava ripugnanti gli appetiti di quest’uomo, Henry, a spasso per Parigi, un vagabondo rognoso senza arte né parte che non le stava nemmeno troppo simpatico. E quella donna terribile, Mona… Santo Cielo! Una frase la colpì particolarmente, tanto che l’annotò nella sua agenda: “Vienna non è mai tanto Vienna come a Parigi”. Significava tutto e niente allo stesso tempo. Si addormentò pensando a come facessero l’amore i vagabondi, gli scrittori e le attricette disinibite. Ma sognò Parigi.

Ida era anche diventata più affabile, lo avevano notato tutti. Doris smise di guardarla con un’aria di manifesta ostilità e i genitori, una sera a cena, si azzardarono addirittura ad avviare una specie di conversazione, cosa piuttosto insolita dal momento che, appena seduti a tavola, iniziavano a mangiare velocemente fingendo di seguire la televisione, finché il piatto era vuoto e ci si poteva alzare senza troppi complimenti. Non era un momento gradevole: la madre non stava mai ferma ed era sempre indaffarata a servire, il padre azzannava ogni pietanza con rabbia cambiando i canali; lo divertivano i quiz dei varietà, bestemmiava contro chi sbagliava e si compiaceva quando dava per primo la risposta corretta. Quella sera, invece, guardò la figlia con i suoi occhi piccoli e troppo vicini al naso aquilino, e dopo averla fissata a lungo disse: “Come va giù in città? Il lavoro, voglio dire”. Ida rimase con le posate ferme a mezz’aria, immobile per lo stupore; si girò, per abitudine, verso la madre, basita anche lei in ugual misura.
“Bene, grazie, sono molto contenta”;
“E come ti trattano, hanno rispetto?”;
“Si, certo, sono tutti molto gentili”;
“E tu, fai la brava? Li conosco io, gli uomini che stanno là. Sono dei mascalzoni, soprattutto con ragazze alla buona come te, che si capisce che sei semplice”;
“Non c’è nessun uomo, papà. Io penso solo a lavorare, non parlo con nessuno e in autobus mi siedo sempre davanti, vicino al conducente”;
“Ecco, brava. Che non si dica in giro che mia figlia è una di quelle”;
“Caro, sta per cominciare “La fiera dei sogni” , intervenne la madre per porre fine alla conversazione, che giudicava sconveniente.
“Alza il volume, che non si sente niente”;
“Si, caro”.

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La mia libreria…in continuo aggiornamento!

Più riguardo a Un passato imperfetto Più riguardo a Vivere con 36.000 dollari all'anno Più riguardo a La buona società Più riguardo a Letty Fox Più riguardo a La trama del matrimonio Più riguardo a L'ultimo settembre Più riguardo a Tokyo decadence Più riguardo a Il dio del massacro Più riguardo a Gaza blues Più riguardo a Un chilogrammo di esplosivo e un vagone di cocaina Più riguardo a Grandi speranze Più riguardo a Casa desolata Più riguardo a Aprile. Storia di un amore Più riguardo a Foxfire Più riguardo a Nudi e crudi Più riguardo a La donna di Gilles Più riguardo a La primavera romana della signora Stone Più riguardo a Stagioni diverse Più riguardo a Gli assassini Più riguardo a Lembi di Paradiso Più riguardo a La strega di Vallebuja Più riguardo a La Cosa nella foresta Più riguardo a Nove racconti Più riguardo a La donna del tenente francese
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An archicomic on architectural evolution Più riguardo a Odio gli indifferenti Più riguardo a Una giovinezza americana Più riguardo a I Persiani Più riguardo a Tropico del Cancro Più riguardo a Il decimo inferno Più riguardo a Non c'è nave che possa come un libro Più riguardo a Il castello errante di Howl Più riguardo a L'aiuto Più riguardo a Oleandro bianco Più riguardo a L'uomo che amava Dickens e altri racconti Più riguardo a Legami di sangue Più riguardo a Un giorno Più riguardo a La biblioteca inglese Più riguardo a Blue Tango Più riguardo a Confessione Più riguardo a Il bel cavaliere se n'è andato Più riguardo a Real world Più riguardo a Normal Girl Più riguardo a I vagabondi Più riguardo a Cosmopolis Più riguardo a La kryptonite nella borsa Più riguardo a Eco Più riguardo a Sbarcare il lunario Più riguardo a Miss Charity Più riguardo a Felicità e altri racconti Più riguardo a Gli Stuart - I Tudor Più riguardo a Lo straniero Più riguardo a Il sostituto Più riguardo a I sotterranei Più riguardo a Un delitto per James Joyce Più riguardo a Il fondamentalista riluttante Più riguardo a Picnic al cimitero e altre stranezze Più riguardo a Il giovane Jim Più riguardo a L'ultimo amicoPiù riguardo a Tentativi di botanica degli affettiPiù riguardo a In fuga Più riguardo a Ragazze di campagna Più riguardo a La traduttrice Più riguardo a La casa per bambini speciali di Miss Peregrine Più riguardo a Lo zio Oswald Più riguardo a Una pedina sulla scacchiera Più riguardo a Il giorno della locusta Più riguardo a Charlotte Più riguardo a creatura di sabbia !! 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Nella rete di Clitemnestra

PER UNA RILETTURA DELLE IMMAGINI DEL FEMMINILE.

La letteratura dell’età classica si apre con le opere di Eschilo e la tragedia ha trasformato le donne leggendarie, già trattate nei poemi omerici, in protagoniste assolute, nel bene e nel male, dello scontro tra il maschile e il femminile e del dissidio lacerante tra i sessi. Il dramma classico, forgiato nell’ambiente ateniese del V secolo, si prospetta come eredità dell’epica e della poesia arcaica misogina (Esiodo e Simonide), con il compito di esorcizzare, tramite vicende spesso cruente e feroci, le paure che da sempre attanagliano l’uomo, in questo caso specifico il timore suscitato dalla donna, in particolare dalla moglie apparentemente devota, repressa e segregata, che si immagina pronta ad esplodere e ribellarsi, aggregandosi con le altre in una race des femmes, parafrasando Nicole Loreaux, pericolosa e battagliera. Attraverso questo meccanismo, la donna si configura come il doppio, l’Alterità per eccellenza, tanto incomprensibile da essere trasfigurata in maga, adultera, assassina, costituendo la personificazione delle fobie più recondite e ancestrali dell’inconscio.
Secondo una prospettiva letteraria, critica e psicanalitica, Clitemnestra, la regina infedele che osa uccidere l’eroe Agamennone tornato da Troia, si presenta come una figura complessa, intrisa di simboli e significati, quasi sovrumana, la quale sfugge ad ogni logica classificatoria. Figlia di Leda e Tindaro, re di Sparta, sorella di Elena, Castore e Polluce, sposa in prime nozze di Tantalo e madre di un bambino, entrambi uccisi da Agamennone, rappresenta la prima generalizzazione della letteratura occidentale contro le donne, avendo macchiato con i suoi crimini tutte le spose.
Naturale l’associazione oppositiva con Penelope, simbolo della fedeltà coniugale: infatti, l’una intesse una rete fatale di morte e inganno, l’altra invece fila una tela a garanzia della propria virtù. Il contrasto appare in tutta la sua forza nell’incontro agli Inferi tra Odisseo e il fantasma di Agamennone, nel libro XI dell’Odissea, ai versi 385 e seguenti, in cui il defunto re di Micene denuncia aspramente la moglie: «straziante udii il grido della figlia di Priamo, Cassandra, che Clitemnestra uccideva, l’ipocrita, vicino a me; e io, già in terra, alzando le braccia, tentai di pararle, morente, contro il pugnale. La cagna se n’andò via, non ebbe cuore, mentre scendevo nell’Ade, di chiudermi gli occhi con le sue mani, e serrarmi la bocca. Ah! Non c’è niente più odioso e più cane, di donna che tali orrori nel cuore si metta, come colei pensò orrendo delitto, al legittimo sposo tramando la morte».
Clitemnestra, invischiata nella sanguinaria saga degli Atridi nella quale serpeggia un’incontrollabile pulsione di morte, in cui sangue chiama sangue e delitto genera delitto, in una sorta di ereditarietà criminale deterministica all’Émile Zola, è un personaggio a tratti demoniaco, in quanto incarna il terrificante genio della stirpe e si schiera dalla parte delle Erinni, le divinità ctonie, nella lotta contro il principio paterno incarnato da Apollo, Oreste e Atena, la dea senza madre. Ma soprattutto è «donna che impera» e «donna dal senno virile», come viene continuamente apostrofata, mentre l’amante Egisto è l’effeminato e vile uomo di casa che tiene accesa la fiamma dell’oikos, prerogativa prettamente femminile.
Uccide Agamennone perché ha sgozzato senza pietà la figlia Ifigenia, «gioia della casa» e «frutto dolente delle sue doglie», e il sentimento d’odio non è uno strumento fittizio per giustificare l’omicidio e assumere il potere a tempo indeterminato, ma è una vera e propria Mènis, la Collera terribile della madre che non perdona e non dimentica. La falsità con cui si presenta Clitemnestra all’inizio della vicenda è puramente occasionale, tant’è che nel momento della confessione del delitto, la regina è ben felice di gettare la maschera e sospirare «prima, ho detto molte cose per necessità, ora, mi vergognerò di dire il contrario».
Sfrenata e violenta in ogni manifestazione, tanto da paragonare le gocce di sangue con cui si è macchiata uccidendo Agamennone con la scure alla rugiada di Zeus, è una specie di Lady MacBeth che Bachofen, all’interno della sua tesi su matriarcato e patriarcato, colloca nel periodo di “amazzonismo” o “imperialismo femminile” insieme ad altre note protagoniste (le donne di Lemno, le Amazzoni, le Danaidi).
Clitemnestra capovolge completamente l’ordine dei ruoli sessuali e sociali del suo tempo, rappresenta l’uomo, il re che governa, facendosi guidare da un «cuore di donna capace di maschi pensieri», come veniamo subito informati dalla sentinella ai versi 11-12 dell’Agamennone; costituisce un ossimoro di femminilità e potere e in lei, con grande finezza psicologica, si scorgono i tratti della madre amorevole, dell’amante premurosa, del capace capo di governo, oltre che dell’assassina spietata e coraggiosa, la quale impugna la scure addirittura contro il figlio Oreste, da cui verrà uccisa.
In quanto donna, è portatrice di una differenza e di un’inferiorità naturale e sessuale, come sostengono le teorie di Platone e soprattutto di Aristotele, statuale e politica, in quanto regina e xenia, vale a dire straniera greca, spartana, priva della cittadinanza ateniese. Date le contaminazioni sessuali e identitarie che racchiude in sé, Clitemnestra può quindi essere considerata come uno dei primi soggetti gender, dal momento che gender significa genere come fatto sociale, il quale rispetto al sesso biologico raccoglie categorie identitarie più numerose e complesse, mettendo in discussione l’ideologia tradizionale, la divisione dei ruoli e l’opposizione maschile/femminile, secondo la moderna prospettiva offerta dai Women e Gender’s studies fioriti negli ultimi decenni, che ci hanno fornito nuove categorie critiche e letterarie di studio e interpretazione. Nessuna etichetta per Clitemnestra; troppi i fili nella sua rete, intrecciati e tesi come la tela delle Parche, per elaborare un volto unico e giungere alla definizione di un’immagine circoscritta. Ognuna di noi allora, con la sua privata e particolare conoscenza del mondo e di se stessa, potrà specchiarsi in lei e nelle altre, a seconda degli umori e delle situazioni, creando un volto, a dispetto delle leggi del proprio sesso, attraverso un lavoro di tessitura, riabilitato e riconciliato nell’intimo, non più prigione, bensì mezzo artistico ed esistenziale per scrivere, dipingere, filmare o cantare la propria personale mitologia.