Una donna di provincia – terza parte –

A metà della terza settimana, finalmente il capo la mandò a chiamare. Una pratica urgente, da sbrigare al più presto. “Avanti Ida, va’ su in ufficio, che ha bisogno di te”, esclamò Doris di punto in bianco. Ida sobbalzò visibilmente, presa alla sprovvista. Un trasalimento corporale non esente da un sottile brivido di eccitazione lungo la schiena, fino in gola. “Un piccolo momento di ansia”, si giustificò arrossendo violentemente; “stupida, stupida ragazza” sibilò a denti stretti, rimproverando a se stessa quell’anelito di emozione ingiustificata, da giovinetta inesperta e svenevole. Salì le scale con una lentezza che esasperò Doris, la quale osservava con le mani appoggiate sui fianchi, scuotendo la testa in un impercettibile gesto di stizza.
“Ah bene, eccola, ho proprio bisogno di lei”, disse il signor Sermoni con un tono ansioso che trasmise un senso di angoscia anche a Ida.
“Si sieda lì, e scriva il comunicato che le detterò”;
“Si, signore”. Ida, già di poche parole, pareva aver perso l’uso della lingua italiana. Si sentiva la gola secca e il respiro affannoso. Il capo si accese una sigaretta e iniziò a declamare, preciso e metodico, scandendo bene le parole; la voce era alta, schietta, roca: non poteva essere fraintesa, una voce padrona, ampia, fatta per l’ascolto. Dominava la scena con decisione. Nello scrivere Ida, aveva ritrovato l’autocontrollo. “Un attimo di panico, nulla più” pensò tra sé, continuando meccanicamente a pestare i tasti. Quando il signor Sermoni fece una pausa, ella emise un flebile sospiro di sollievo.
“Beve qualcosa, un drink?”;
“Solo un bicchiere d’acqua, grazie”;
“Acqua, per la miseria. Io la bevo solo quando sono ammalato o depresso… ma immagino non sia il suo caso, vero?”. Ida scosse la testa in segno di diniego.
“Lei dove abita? Vive ancora con i suoi?”;
“In periferia. Si, con i miei genitori”;
“E perché diavolo non si è ancora sposata, Cristo santo?”;
“Beh… presumo perché nessuno me l’ha chiesto…”;
“Sciocchezze! Significa solo che lei non ha dato a nessuno il permesso di chiederlo!”.
Ida doveva aver spalancato tanto d’occhi, poiché lui continuò a pontificare sull’argomento.
“Ma si… prenda mia moglie, ad esempio. Non mi chiede mai niente, e poi non so come finisce sempre che faccio quello che vuole, accidenti!”. A quel punto si fermò, come se avesse visto qualcosa di strano, anomalo, negli occhi di lei, che affascinati ma duri come pietre lo fissavano immobili, cerulei e privi di espressione.
“Il falco… ecco cosa mi ricordano…gli occhi del falco”. Ida si ostinava a non dire niente, nessuna di quelle rassicuranti frasi di circostanza che le signorine sono così abili nel pronunciare compiacenti. Il signor Sermoni, dopo aver inghiottito l’ultimo sorso dal suo bicchiere, proseguì indiscreto.
“E un fidanzato? Almeno quello ce l’ha?”;
“Nossignore. Possiamo continuare, adesso?”;
“Certo… come no. Scriva”.
Terminato il comunicato, lui lo scorse rapidamente e non riscontrò alcun errore, né di grammatica né di battitura.
“Bene, molto bene… è in gamba lei, sa? Una tosta”;
“Posso andare?”;
“Si. Buona serata, signorina”;
“Anche a lei, signore. A domani”.
Si girò, avviandosi verso la porta e sentì puntato sulla schiena lo sguardo dell’uomo, violento e indagatore. Quando posò la mano sulla maniglia, una voce la fece trasalire.
“Ida, avrò ancora bisogno di lei. Presto”. Uscì senza dare cenno di aver udito una parola.
“Allora, com’è andata?”, chiese subito Doris appena Ida prese posto alla scrivania.
“Non capisco perché questo compito non possa averlo una di voi, che siete qua da più tempo”;
“Oh tesoro… è andata così male?” domandò sorniona Doris con uno sguardo malizioso e incalzante, a metà tra la burla e la pietà.
“No, affatto. La mia era solo una curiosità. Benissimo”.
“Tutte noi l’abbiamo fatto. È irritante, non trovi, venir chiamata di punto in bianco in ogni momento della giornata…è come avere un marito! Una vera seccatura… appunto per questo ce ne liberiamo appena ne abbiamo la possibilità. E al signor Augusto, tutto sommato, piace vedere facce nuove”.

Nel frattempo, Ida andava affinandosi. Di nascosto, come fosse un’azione sporca e immorale, iniziò a comprare libri e riviste d’alta moda, che divorava alacremente in pausa pranzo o la sera prima di dormire. Elle, Vogue. Jane Austen, Henry James, Zola, i pensieri di Pascal e Montaigne, addirittura quello scandaloso Tropico del Cancro di cui aveva sentito parlare in autobus da un gruppo di giovani studentesse tutte fossette e risolini. Non voleva acquistarlo, ma non sapeva come si era trovata alla cassa di un mercatino vicino casa sua, una domenica in cui era uscita a fare una passeggiata.
“Psss, psss”, si era sentita chiamare dalla venditrice, una donna dai capelli tinti di rosso veneziano e con un generoso petto che ti puntava contro come un ariete da combattimento. “Pss… venga qui signorina, dico a lei!”; Ida si era guardata attorno per un po’, facendo finta di niente, finché non aveva più potuto evitare di rispondere. Una volta avvicinatasi, la donna disse di soppiatto: “Lo conosci? Ne hai sentito parlare? È appena uscito, ma viene venduto sottobanco…e sai perché? È sconcio da morire! Accusato di oscenità e blasfemia… avanti, prendilo! Hai proprio l’aria di averne un gran bisogno!”, scoppiando in una risata rauca e farsesca, che attirò gli sguardi delle altre persone. Ida, esasperata da quel clamore, prese il libro, se lo ficcò in borsetta e cacciò i soldi in mano alla venditrice, vergognandosi per tutto il tragitto di ritorno a casa. Le sembrava che la gente potesse vedere attraverso il tessuto e, di conseguenza, dentro di lei.
Alla sera, leggendolo quasi di nascosto da se stessa, aveva provato un indefinibile senso di emozione mischiato al disgusto. Trovava ripugnanti gli appetiti di quest’uomo, Henry, a spasso per Parigi, un vagabondo rognoso senza arte né parte che non le stava nemmeno troppo simpatico. E quella donna terribile, Mona… Santo Cielo! Una frase la colpì particolarmente, tanto che l’annotò nella sua agenda: “Vienna non è mai tanto Vienna come a Parigi”. Significava tutto e niente allo stesso tempo. Si addormentò pensando a come facessero l’amore i vagabondi, gli scrittori e le attricette disinibite. Ma sognò Parigi.

Ida era anche diventata più affabile, lo avevano notato tutti. Doris smise di guardarla con un’aria di manifesta ostilità e i genitori, una sera a cena, si azzardarono addirittura ad avviare una specie di conversazione, cosa piuttosto insolita dal momento che, appena seduti a tavola, iniziavano a mangiare velocemente fingendo di seguire la televisione, finché il piatto era vuoto e ci si poteva alzare senza troppi complimenti. Non era un momento gradevole: la madre non stava mai ferma ed era sempre indaffarata a servire, il padre azzannava ogni pietanza con rabbia cambiando i canali; lo divertivano i quiz dei varietà, bestemmiava contro chi sbagliava e si compiaceva quando dava per primo la risposta corretta. Quella sera, invece, guardò la figlia con i suoi occhi piccoli e troppo vicini al naso aquilino, e dopo averla fissata a lungo disse: “Come va giù in città? Il lavoro, voglio dire”. Ida rimase con le posate ferme a mezz’aria, immobile per lo stupore; si girò, per abitudine, verso la madre, basita anche lei in ugual misura.
“Bene, grazie, sono molto contenta”;
“E come ti trattano, hanno rispetto?”;
“Si, certo, sono tutti molto gentili”;
“E tu, fai la brava? Li conosco io, gli uomini che stanno là. Sono dei mascalzoni, soprattutto con ragazze alla buona come te, che si capisce che sei semplice”;
“Non c’è nessun uomo, papà. Io penso solo a lavorare, non parlo con nessuno e in autobus mi siedo sempre davanti, vicino al conducente”;
“Ecco, brava. Che non si dica in giro che mia figlia è una di quelle”;
“Caro, sta per cominciare “La fiera dei sogni” , intervenne la madre per porre fine alla conversazione, che giudicava sconveniente.
“Alza il volume, che non si sente niente”;
“Si, caro”.

La mia libreria…in continuo aggiornamento!

Più riguardo a Un passato imperfetto Più riguardo a Vivere con 36.000 dollari all'anno Più riguardo a La buona società Più riguardo a Letty Fox Più riguardo a La trama del matrimonio Più riguardo a L'ultimo settembre Più riguardo a Tokyo decadence Più riguardo a Il dio del massacro Più riguardo a Gaza blues Più riguardo a Un chilogrammo di esplosivo e un vagone di cocaina Più riguardo a Grandi speranze Più riguardo a Casa desolata Più riguardo a Aprile. Storia di un amore Più riguardo a Foxfire Più riguardo a Nudi e crudi Più riguardo a La donna di Gilles Più riguardo a La primavera romana della signora Stone Più riguardo a Stagioni diverse Più riguardo a Gli assassini Più riguardo a Lembi di Paradiso Più riguardo a La strega di Vallebuja Più riguardo a La Cosa nella foresta Più riguardo a Nove racconti Più riguardo a La donna del tenente francese
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SCHEDA INCOMPLETA !! Più riguardo a Il canto delle sirene Più riguardo a La preda Più riguardo a La verità sul caso Harry Quebert Più riguardo a Manuale per sopravvivere agli zombi Più riguardo a Leggere Lolita a Teheran Più riguardo a A Sud del confine, a Ovest del Sole Più riguardo a Due storie sporche Più riguardo a Nell'intimità

Un paio di occhiali (rubo il titolo alla Ortese)

Avete presente quando nei cartoni animati la protagonista femminile si tira su i capelli o indossa i pantaloni e inspiegabilmente tutti la credono un maschio? E noi dal divano pensiamo “Ma vah, si vede benissimo che è una femmina! che cavolo, ha solo nascosto i capelli sotto un cappello!”?
Ecco, venerdì sera mi è successa una cosa simile.
Sono uscita con la mia migliore amica e siamo andate in un pub messicano del centro città: naschos, tortillas, chili e birra rossa. Carine. Lei con abito verde e i capelli ricci, io con tubino nero anni ’60, caschetto scuro e, cosa più unica che rara, le lenti a contatto. Un filo di trucco in più, ma insomma solitamente vengo riconosciuta a colpo sicuro dalle persone che mi hanno vista quando avevo tre anni, quindi non era certo la riga di eye-liner a fare quel po’ po’ di differenza.
Intorno alle undici entrano tre ragazzi: essendo estremamente fisionomista ne riconosco subito uno in quanto utente abituale di una delle due biblioteche dove lavoro in pianta stabile. La cameriera a un certo punto si avvicina al nostro tavolo e dice che i ragazzi avrebbero piacere a offrirci qualcosa da bere. Io vado nel panico totale, il mio primo pensiero è “Mio-dio-cosa-come-dove-devo-dirlo-a-Riccardo??”, a cui segue un laconico “Santo-cielo-sono-proprio-una-trentenne”. Dato che la mia amica è single risolve subito la situazione ordinando due tequila. Ovviamente i ragazzi ci invitano a sedere con loro per scambiare quattro chiacchiere e in fin dei conti non c’è niente di male, uno lo conosco e un altro piace alla mia amica. Quando ci avviciniamo notiamo la giovane età dei ragazzi, quindi arguisco che la mia amica sarà evasiva sull’argomento e si limiterà ad ammettere che “sì, siamo nate anche noi negli anni ’80, più o meno…” (è una decade!). Non appena ci sediamo, io pianto gli occhi in faccia all’utente. Me lo ricordo bene. Prima ha letto tutto Henry Miller, poi è passato a Bukowski e infine a Mauro Corona, di cui ha finito l’ultimo libro in un pomeriggio e non gli è piaciuto affatto. Lui mi guarda, e si chiede chiaramente dove mi ha vista. Ormai era tardi, io non avevo alcun interesse e non mi andava di tirarla lunga, quindi decido di spararmi subito le mie cartucce. “Noi ci conosciamo”, gli dico (silenzio, le altre tre persone si zittiscono e ci ascoltano, incuriositi)
“Mi pareva infatti…”
“Ma non ti ricordi dove mi hai vista…”
“Aspetta…il nuovo bar alle Terazze?”
“No, acqua!”
Mentre sorrido divertita da quella scenetta, lui mi fissa, e fissa, e fissa..finché un lampo accende il suo sguardo.
“Ora mi ricordo. Adesso so dove ti ho vista”, afferma senza alcuna esitazione né ombra di dubbio, battendo il pugno sul tavolo con aria soddisfatta.
“Tu sei una delle ragazze del night club”.
Intercetto in un nano secondo lo sguardo basito degli amici di lui e l’occhio stralunato dell’amica mia.
E con una magistrale mossa da mestrina, sfilo gli occhiali dalla borsetta, li infilo ed esclamo in maniera autoritaria e leggermente minacciosa “Io sono la bibliotecaria!!!”.
“E’ vero, ora che ti sei messa gli occhiali ti riconosco!”
“E se li levo?”
“Eh, allora no”. Ovvio. Scema io a chiederlo.

Non ho ancora deciso se mi sento lusingata oppure offesa.

Nota finale: Dato che c’ero e mi pareva in linea con il discorso del night club, gli ho ricordato che il primo libro preso da lui in biblioteca era stato “Opus pistorum” di Henry Miller e che si vergognava come un ladro mentre effettuavo il prestito…allora ha constatato che ho il privilegio di entrare nelle vite degli altri, scoprire cosa accade tramite le letture e accedere ai dati personali…
“Meglio di facebook, mio caro, meglio di facebook…” gli ho sussurrato andando via, esasperando l’aria minacciosa!

Censura infantile

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La prima volta che entrai in contatto con la censura avevo dieci anni ed ero in quinta elementare. Le maestre avevano da poco ideato il progetto della biblioteca di classe: ogni alunno doveva portare dei libri per arrivare a completare, entro fine anno, un vero e proprio archivio di letture. Io, da accanita lettrice e giovane scrittrice in erba, ero entusiasta dell’idea e decisi di condividere con i miei compagni i libri favoriti, da Roal Dhal a Bianca Pitzorno, passando per le collane dedicate a ragazzi e ragazze della Mondadori intitolate Super Junior, Gaia Junior e Giallo Junior.
Una mattina, mentre percorrevo il corridoio per giungere in classe, mi imbattei in una mia compagna che inseguiva la maestra di matematica con una veemenza insolita e un cipiglio davvero arrabbiato. La frase che ripeteva a voce alta, con tono alterato e stranamente serio per una bambina di quell’età, suonava più o meno così: «Sesso, droga, prostituzione e molto altro!Lei deve fare qualcosa!». Quando si girò dalla mia parte e mi vide, la reazione fu immediata: si fermò, serrò le labbra fino a renderle una linea sottile e rigida e mi puntò il dito indice contro. Mi sentii messa a nudo. Per un momento, un preciso attimo di vita che non dimenticherò mai, il caos tipico di una mattina scolastica qualsiasi cessò di esistere e tutti si zittirono per guardarmi. Era evidente che fosse successo qualcosa di cui io ero totalmente all’oscuro. Solo quando scoccò la campanella della ricreazione, dopo ore accompagnate da un interminabile silenzio, occhiate malevole e sguardi carichi di rimprovero, seppi a cosa era dovuto quel clima di muto ostracismo nei miei confronti. Pare che uno dei libri da me deposti nella biblioteca di classe avesse suscitato un certo scandalo, il cui clamore era serpeggiato in tutte le quinte della scuola passando febbrilmente di bocca in bocca e di mano in mano. Non si era svolto alcun processo, nessuna giuria pronta a essere equa e soprattutto nessuno che testimoniasse a mio vantaggio.
Il testo incriminato s’intitolava Il cuore in tasca e sebbene io non riesca a ricordare il nome della giovanissima autrice francese, posso però rammentare con sicurezza fotografica la copertina, la consistenza, nonché l’odore delle pagine sfogliate centinaia di volte e la trepidante emozione quando mi accostavo ad esso. Una bella ragazzina mora, dagli occhi grandi e scuri, stupefatti eppure lucidi di buon senso, mi scrutava da lì sullo sfondo di una donna bionda con i capelli al vento. Credo sia stata proprio la copertina a indurmi ad acquistare il libro, in una delle mie spedizioni settimanali in libreria. Spesso mi chiedo se sia sopravvissuto alla corsa inesorabile del tempo e al passare errabondo degli anni. La giovinezza insolente si porta via molte cose dell’infanzia. La storia, scritta in una prosa semplice e appassionante, era avvincente e ammetto che non mi aveva neppure sfiorato l’ipotesi che potesse essere causa d’indignazione da parte dei miei coetanei. Io ci avevo visto dentro solo la vicenda avventurosa e shockante di una ragazzina simile a me alla ricerca di risposte.
La protagonista era una quindicenne che viveva a Parigi con la madre, una seducente prostituta di nome Véronique, frequentava il liceo scientifico ma era una frana in matematica, era innamorata del compagno di classe borghese Julien e desiderava ardentemente sapere chi fosse suo padre, se uno qualsiasi di una notte, quell’uomo affascinante che l’aveva turbata ma si era rivelato un crudele protettore o qualcun altro con cui c’era stato un rapporto d’amore e affetto. Prima di giungere all’epilogo, si passava attraverso una quantità di esperienze e personaggi: la prostituta sfortunata dal cuore d’oro e dall’infelice destino, il soggiorno in Bretagna dai parenti della madre, la “prima volta” con l’amico Julien, l’amicizia con un cagnolino randagio, l’incursione nel bordello, le corse in motorino per le vie di Parigi, la notte passata a risolvere un difficilissimo problema di matematica, il ricovero della madre in ospedale per un duro pestaggio e l’amore misto a odio per questa complicata figura femminile di riferimento. In conclusione, il padre era un delinquente di piccolo calibro che si trovava in carcere, ma aveva profondamente amato Véronique e ne era stato ricambiato. «Ricordati di portarmi le arance la prossima volta», o qualcosa di simile, è una delle ultime battute con cui questo padre ritrovato, indurito dalla vita e dall’aria bulla, si rivolge alla figlia con sguardo commosso.
A me pareva una storia davvero bella, che mi faceva sentire grande e fragile, arrogante e impaurita. Certo, un po’ forte lo era. Alcune cose non appartenevano al nostro mondo di bambine delle elementari, ma ciò che suscitava non era un senso di inadeguatezza o morbosa curiosità per un ignoto intrigante, quanto una malìa interiore e segreta per un universo parallelo che da lì a qualche anno poteva anche inghiottirci; le prime cotte, i misteri del sesso, il dolore che spesso solo i parenti più stretti possono dare, la solitudine dell’abbandono e l’euforia della ricerca, verità agognata pretesa con irrequietezza infantile. E poi Parigi…Cosa diceva il buon vecchio Henry, in quel passo memorabile di Tropico del Cancro? «Tutti, prima o poi, hanno abitato qui. Ma morire, qui non muore mai nessuno, qui…». E noi non volevamo morire, IO non volevo morire tra le polveri leggere di una banale formazione che avrebbe annacquato e inaridito ogni mia risorsa. Volevo crescere equipaggiata degli strumenti adatti al sapere senza perdere in intuito e fantasia. Crescere con la consapevolezza che la vita è un moto ondoso da osservare con buon senso -per non cadere in balìa- e vivere con coraggio -per non rimpiangere poi quel che poteva essere allora-, tenendo sempre presente il sentore della nostalgia e dello smacco. E poi tornare indietro, ripescare, rattoppare, ricordare a cuore rotto ma con un caldo e rassicurante corpo vicino, «scivolare indietro al proprio humus e risognarsi a Berlino, a New York, a Chicago, a Vienna». Infine, l’illuminazione: «Vienna non è mai tanto Vienna come a Parigi».
Tanto bizzarra da essere inconcepibile, geniale, insondabile. Ti smuove dentro, come una ragazzina lanciata a razzo su un rottame di motorino alla ricerca di padri e puttane per le vie intricate di Parigi, tentacoli organici palcoscenico di umane commedie. Non sai cosa significa, è quasi un paradosso verbale, ma senti perfettamente quanto sia vero. Perdere una persona amata e riscoprirla in ogni dove; essere sgridata dalla maestra e desiderare come non mai di trovarsi a casa, con tua madre; traslocare, e piangere per quegli angoli remoti che altri abiteranno; fare un viaggio e poi smettere, all’improvviso, di desiderare luoghi lontani; tradire e venire traditi rovinando tutto, per un effimero piacere o un atto di estrema vanità.
A dieci anni non si sa niente di tutto ciò. Si pensa selvaggiamente e si gioca. La mente galoppa a briglie sciolte, ma certe sensazioni sono così forti da restare impresse per sempre, primi sintomi di un Io adulto che inizia a formarsi sulla base di acerbe libertà, ristrettezze educative e scostanti ribellioni. A dieci anni, in compenso, si sa che sognare è lecito, che siamo tutte delle principesse, che a sedici potremo truccarci e che l’entusiasmo non sbaglia mai. Fino a prova contraria.

Ma cosa sono diventato, perdio!

Ma cosa son diventato, perdio! Che diritto avete voialtri d’ingombrare la mia vita, di rubare il mio tempo, di frugarmi nell’anima, di succhiarmi il pensiero, di volermi vostro compagno, confidente, informatore? Per chi mi avete preso? Sono forse un attore salariato per recitare tutte le sere, dinanzi ai vostri musi da schiaffi, la commedia dell’intelligenza?Son forse uno schiavo comprato e pagato che debba inchinarmi ai vostri capricci di sfaccendati e offrire in omaggio tutto quello che so e fo? Io sono un uomo che vorrebbe vivere una vita eroica e rendere più sopportabile il mondo ai suoi occhi. Se in qualche momento di debolezza, di abbandono o di bisogno, scaglio nel mondo qualche sdegno raffreddato in parole, qualche sogno infagottato in immagini, pigliatelo o buttatelo via, ma NON MI SECCATE. Sono un uomo libero; ho bisogno della libertà, ho bisogno di star solo, ho bisogno di rimuginare fra me e me le mie vergogne e le mie tristezze, di godermi il sole e i sassi della strada senza compagnia e senza discorsi, con la sola musica del mio cuore. Cosa volete da me? Quel che io voglio dire lo stampo; quel che voglio dare lo dò. La vostra curiosità mi fa stomaco; i vostri complimenti mi umiliano, il vostro the mi avvelena. Non debbo nulla a nessuno e ho da fare i miei conti soltanto con Dio, se esiste. Un artista è sempre solo, se è un artista.

(Giovanni Papini, da Un uomo finito, riportato in Henry Miller, Tropico del Cancro)

Revolutionary Road, terra di confine fra speranza e rassegnazione

Non c’è pace per la famiglia borghese media dei soleggiati quartieri americani. Non c’è pace per le sorridenti mogli dalle gonne a ruota e per i bravi uomini di casa che lavorano nella city ammazzando il tempo tra sigarette, alcolici e modeste segretarie. Dopo Peyton Place (1956), romanzo scandalo scritto da Grace Metalious − morta di cirrosi epatica, il che la dice lunga −, prima soap-opera della storia nel 1964, prima dell’America fedifraga di John Updike e dello charme glamour di Mad Men, altri nuclei familiari ci mostrano la loro violenza dietro la facciata verdeggiante di una villetta a schiera. La grandiosa opera di Richard Yates, Revolutionary Road, è un dramma dall’impianto teatrale, in cui i luoghi statici e ovattati, spenti e ordinari, fanno da contraccolpo alla tagliente verbosità dei dialoghi, claustrofobici nella loro geometrica circolarità ed esasperante crudezza. Negli anni ’50 Frank e April, giovane di belle speranze lui e aspirante attrice lei, si incontrano a una festa, si amano, si sposano. Sfioriamo appena la loro potenziale felicità, e subito ci troviamo in medias res: tutto è già passato, svanito, divorato dalla bruciante quotidianità della vita adulta, dalla bionda perfezione tipicamente middle class, dalla solidità dei ruoli sociali. Per Frank, impiegato in una grande azienda come il padre, e April, Parigi rappresenta il sogno e il riscatto di una vita diversa, perché nessuno sa vivere come i parigini, perché l’Europa è il vecchio continente la cui storia millenaria giustifica la fuga dal nuovo sempre uguale a se stesso, dal vuoto incolmabile di milioni di esistenze trascinate in convenzioni e banalità. Parigi, in cui abitano le persone speciali, meravigliose, i Frank e April Wheeler, «il palcoscenico artificiale», «la culla delle nascite artificiali», che «da sola non avvia alcun dramma», dove «non muore mai nessuno», come Henry Miller ci rivela in un noto passo di Tropico del cancro. Ma la rivoluzione non avverrà, gli espedienti di trasgressione non daranno alcun sollievo al demone dell’insoddisfazione, il perbenismo del vicinato si sentirà scosso da questa ventata di forza vitale ma con un sospiro di sollievo potrà tornare alla propria quiete domestica, intoccabile e limpida, tramutando la disgregata coppia un tempo fantastica in un aneddoto curioso da raccontare ai ricevimenti e davanti a una tazza di caffé. Revolutionary Road, infedele al proprio nome e fiera dell’antitesi che si porta dietro, continuerà a ergersi ridente e linda, incurante del dolore generato, nella statica freddezza del banale male di vivere.